I fragili equilibri caucasici alla prova del Nagorno Karabakh

11/05/2016 di Marvin Seniga

Nell’ultimo mese, la situazione nel Nagorno Karabakh ha nuovamente raggiunto una notevole criticità. Il debole cessate il fuoco in vigore dal 1994 tra l’Armenia e l'Azerbaijan, più volte violato da entrambe le parti, vive oggi un rinnovato momento di debolezza.

Nagorno-Karabakh

Nell’ultimo mese, la situazione nel Nagorno Karabakh ha nuovamente raggiunto una notevole criticità. Il debole cessate il fuoco in vigore dal 1994 tra l’Armenia e l’Azerbaijan, più volte violato da entrambe le parti, vive oggi un rinnovato momento di debolezza.

Per contestualizzare molto sommariamente il conflitto, e necessario guardare indietro, al 1991. L’Azerbaijan dichiarò l’indipendenza dall’Unione Sovietica. L’oblast autonomo del Nagorno-Karabah approfittò della situazione e dichiarò a sua volta  l’indipendenza da Baku – tramite referendum boicottato dalla popolazione azera – dopo anni di tensioni etniche e scontri. Questa possibilità era prevista di diritto, alle autonomie nazionali, dalla legislazione sovietica sancita l’anno precedente per regolare la secessione dall’URSS. Questo portò allo scontro aperto con l’Azerbaijan, con l’Armenia e la stessa Mosca in appoggio del Nagorno-Karabakh, conflitto terminato con una tregua, nel 1994, la cui validità è sempre stata molto precaria, con episodi continui di violazione da ambo le parti. Un conflitto congelato, dato che anche le risoluzioni dell’ONU che chiedevano all’Armenia il ritiro delle proprie truppe dal territorio azero occupato non ha avuto seguito.  In realtà, le ragioni della situazione odierna sono da ricondursi ancora più indietro, alla nascita stessa dell’Unione Sovietica e alla decisione, nel 1920, di affidare il controllo della regione proprio all’Azerbaijan, nonostante il 94 per cento della popolazione fosse di etnia armena.

Nagorno
La situazione

Dopo gli scontri in campo aperto avvenuti tra il 2 e il 3 aprile tra l’esercito azero e quello del Nagorno Karabakh (rinforzato da alcuni reparti speciali provenienti direttamente da Yerevan), durante i quali hanno perso la vita diverse decine di soldati da entrambe le parti, l’intensità del conflitto è considerevolmente calata. Ciò nonostante, gli scontri a fuoco proseguono continuando a causare vittime in entrambi i fronti, l’ultima di cui si ha nota domenica: si tratta di un soldato azero raggiunto da un proiettile mentre era di guardia ad una postazione militare a ridosso della linea del fronte.

Il Caucaso è una lingua di terra tra Mar Caspio e Mar Nero, tra Russia e Medio Oriente, in cui da secoli convivono, mai del tutto pacificamente, cristiani ortodossi e musulmani (sia sunniti che sciiti). L’Azerbaijan è un paese a maggioranza sciita mentre l’Armenia è un paese a maggioranza ortodossa. L’Armenia, intrattiene ottime relazioni con la Russia, essendo parte del CSTO (Collective Security Treaty Organization) e dell’Unione Economica Euroasiatica, mentre sono decisamente meno amichevoli le relazioni con il vicino turco. L’Azerbaijan, al contrario, è in ottimi rapporti con la Turchia con cui nel corso degli ultimi anni ha firmato diverse partnership a carattere militare. Lo stesso vale per la maggior parte del mondo musulmano mediorientale, con l’unica significativa eccezione dell’Iran, con cui i rapporti rimangono freddi, soprattutto a causa del sostegno che dal 1993 la Repubblica Islamica continua a dare a Yerevan nel conflitto in Nagorno Karabakh.

Il riaccendersi del conflitto tra Yerevan e Baku rischia, però, di alterare gli attuali equilibri e di trascinare tutta la regione caucasica in una pericolosa spirale bellica. In questo senso, non bisogna dimenticare la crescente ostilità tra Turchia e Russia, nata soprattutto in seguito all’abbattimento da parte di un F-16 turco di un SU-24 russo in Siria. Dopo gli scontri del 2 e 3 Aprile, Recep Tayyip Erdogan si è subito schierato al fianco del suo omologo azero Ilham Alyiev, non solo affermando che il popolo turco è vicino a quello azero, ma anche sottolineando che a suo avviso un giorno il Nagorno Karabakh tornerà sotto la piena sovranità di Baku.

A Mosca, invece, le reazioni sono state decisamente più misurate, in linea con quelle della comunità internazionale. Putin ha infatti evitato di schierarsi in modo deciso, limitandosi a chiedere un arresto immediato delle ostilità e l’apertura di un nuovo round di negoziazioni tra le parti, al fine di trovare una soluzione definitiva alla crisi. Per quanto concerne la cautela nelle prese di posizione, al Cremlino non è certamente passato inosservato il comportamento turco. Sostenendo in maniera così diretta Baku, Erdogan si è infatti schierato apertamente contro gli interessi russi nel Caucaso. Ricordiamo inoltre che la Russia è attualmente impegnata in Siria contro lo Stato Islamico e in Cecenia, dove movimenti fondamentalisti islamici continuano a fomentare una nuova guerra contro Mosca. Un nuovo fronte nel Caucaso non sarebbe certo impossibile da gestire per una potenza come Mosca, ma arriverebbe in un momento poco indicato per aggiungere un’altra questione di tale delicatezza.

Il modo in cui evolverà la situazione in Nagorno Karabakh è destinato quindi ad avere importanti ripercussioni per tutta la regione caucasica. Come evidenziato, oltre ai due attori direttamente coinvolti nella vicenda, ad essere veramente decisive saranno le prese di posizione e il comportamento delle due potenze regionali, ovvero Turchia e Russia. Nel caso in cui il conflitto tra Armenia e Azerbaijan dovesse intensificarsi, il rischio di una proxy-war tra Mosca ed Ankara nel Caucaso resterebbe un ipotesi assolutamente reale, con l’aggravante di includere un paese NATO in un simile scenario.

 

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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