Formoso, processo al Papa

25/01/2014 di Davide Del Gusto

La storia di papa Formoso, il cui cadavere in decomposizione venne portato a processo da Stefano IV per rispondere a sette capi d’accusa

Papa Formoso, Concilio Cadaverico

La frammentazione inesorabile verso cui era scivolato l’Impero Carolingio nella seconda metà del IX secolo ebbe delle conseguenze profonde nelle dinamiche politiche europee. In particolare, i papi di quest’epoca rappresentarono perfettamente lo spirito dei tempi, indissolubilmente legati ai poteri locali italiani e stranieri che andavano sempre più accrescendo la propria influenza su Roma e sull’elezione stessa del successore di Pietro: se precedentemente i pontefici avevano guidato e affiancato la politica imperiale, si ritrovavano ora sempre più in balia degli eventi e delle decisioni dei vari sovrani e delle fazioni nate all’interno del clero e del popolo romano.

Fu proprio in questo clima generale che Formoso, nato nell’816 in una famiglia non nobile, crebbe e formò la sua educazione religiosa, raggiungendo un altissimo livello di preparazione e diventando uno dei protagonisti del suo tempo. In virtù delle sue grandi capacità diplomatiche, nell’864 venne nominato vescovo di Porto e, nell’866, fu incaricato da papa Niccolò I di diffondere il cristianesimo latino tra i Bulgari, che, proprio in quegli anni, rischiavano di essere inglobati nella Chiesa greca: Roma stava evidentemente cercando di trarre a sé quanto più possibile questo popolo che da tempo dava filo da torcere all’Impero bizantino, nell’ottica di affermare anche lì la supremazia della sede petrina, sfruttando quanto più possibile i dissidi tra il patriarca costantinopolitano Fozio e lo zar Boris I. L’opera missionaria e politica di Formoso (che vide anche delle risoluzioni personali non richieste dal papa, come l’allontanamento dalla Bulgaria del clero greco) riuscì in un primo tempo a convincere il sovrano bulgaro, che pretese da Niccolò I la creazione di una chiesa locale filoromana con a capo proprio il vescovo di Porto. Appellandosi però al diritto canonico, Niccolò I sentenziò che un vescovo non poteva cambiare la sua sede episcopale con un’altra, preoccupato certamente anche di un potenziale rafforzamento di una chiesa bulgara eventualmente guidata da Formoso; alla fine, dopo i continui rifiuti di Niccolò e del suo successore Adriano II, lo zar interruppe le trattative con Roma e preferì allinearsi definitivamente al patriarcato di Costantinopoli.

Proprio dopo questa spiacevole sconfitta diplomatica, Formoso, che aveva speso tutto se stesso per la causa, entrò in conflitto con lo stesso pontefiPapa Formoso, Concilio Cadavericoce, finendo nelle fila degli oppositori di Adriano. In una Roma in preda a tali dissidi interni piombarono i problemi legati alla successione dell’imperatore Ludovico II il Giovane che, morto nell’875, non aveva lasciato eredi maschi. Il nuovo papa, Giovanni VIII, si schierò apertamente con Carlo il Calvo, il quale, divenuto imperatore, per meglio controllare la situazione locale, affidò una parte del suo potere sul territorio romano ai duchi di Spoleto, suoi fedeli alleati; Ludovico il Germanico, l’altro pretendente al trono imperiale, trovò dopo la sconfitta un largo appoggio nella fazione romana filotedesca. Nell’876 Formoso, essendo stato accusato di essere un sostenitore di quest’ultimo e di aver tramato contro il papa assieme allo zar Boris per diventare primate di Bulgaria, venne scomunicato in un concilio, deposto dalla carica di vescovo e ridotto allo stato laicale: in un contesto estremamente rischioso, fu costretto a fuggire da Roma. Morto anche Carlo il Calvo, nell’877 il controllo della città passò a Carlomanno, figlio di Ludovico: Formoso, in un clima sicuramente più amichevole nei suoi confronti, ottenne così la revoca della scomunica e, in poco tempo, riuscì a tornare a Roma nell’882 con la benevolenza di papa Marino I e a riottenere la diocesi di Porto nell’883.

Fu questo il momento di svolta della sua carriera ecclesiastica: uno dopo l’altro, i papi Marino I, Adriano III e Stefano V morirono nel giro di pochi anni. Al contempo, l’Impero Carolingio si era definitivamente diviso in tre regni autonomi: la Francia, con i Capetingi; la Germania, controllata da Arnolfo di Carinzia dall’887; il Regnum Italiae, su cui continuava a crescere l’ingerenza di Guido II di Spoleto e della sua discendenza. Nell’891, dunque, Formoso divenne papa, acclamato da una folla che vedeva in lui l’ago della bilancia in un contesto generale di disordine ed equilibrio precario. Proprio cercando di mettere fine al conflitto tra Spoleto e la Germania, nell’892 egli dovette incoronare imperatore Lamberto II, figlio di Guido II, sperando però nell’intervento armato in Italia di Arnolfo di Carinzia perché liberasse Roma. Le conseguenze della diplomazia di Formoso furono drammatiche negli svolgimenti e nell’esito finale: il sovrano scese sul serio nella Penisola nell’894 e nell’895, provocando la reazione degli Spoletini che lo affrontarono in campo aperto, dichiarando guerra al papa, che venne catturato e imprigionato in Castel Sant’Angelo. L’arrivo provvidenziale di Arnolfo a Roma venne presto ripagato: Formoso lo incoronò imperatore nei primi mesi dell’896 e gli giurò piena fedeltà. L’energia del vecchio pontefice non si era ancora esaurita: pur temendo la reazione degli Spoletini, incoraggiò la campagna tedesca in Umbria, verso cui partì lui stesso. Bloccato, però, da una malattia incurabile che lo paralizzò per il resto dei suoi giorni, Arnolfo fu presto fuori dai giochi: affranto dal dolore per la sorte del suo protettore e colpito dai propositi di vendetta di Lamberto e di sua madre Ageltrude, l’ottantenne Formoso morì nell’aprile dello stesso anno.

La sede romana cadde nuovamente sotto l’influenza dei duchi di Spoleto, che inaugurarono una feroce campagna di damnatio memoriae del papa che li aveva affrontati e dei suoi sostenitori, influenzando fortemente il pontificato di Stefano VI, che come prima mossa considerò non valide tutte le ordinazioni episcopali fatte dal predecessore, tranne la propria a vescovo di Anagni. Fu poi proprio per volere di Ageltrude e Lamberto che, nell’897, il cadavere di Formoso venne umiliato pubblicamente in un macabro processo post mortem (Synodus horrenda), presieduto dal nuovo pontefice e che si svolse nella basilica di San Giovanni in Laterano: dopo la messa, la salma, ormai in decomposizione, venne tolta dalla tomba, vestita con i paramenti papali e messa sul trono in attesa del giudizio. In una scena che ai nostri occhi potrebbe risultare quanto mai grottesca, un diacono venne messo accanto al corpo di Formoso con la precisa mansione di rispondere alle domande dell’accusa imitando la voce del morto. Stefano VI paragonò l’imputato a Giuda, il traditore massimo, presentando ben sette capi d’accusa, tra cui l’aver cambiato sede episcopale da Porto a Roma, l’aver chiesto a Boris di Bulgaria di sceglierlo come primate e soprattutto l’aver celebrato funzioni religiose nonostante la sospensione a divinis.

Dichiarato dunque colpevole, gli venne annullata l’elezione al soglio di Pietro e si infierì duramente sul suo cadavere: vennero amputate le tre dita della mano destra con cui aveva benedetto i fedeli e il corpo venne gettato nel Tevere. La tragica fine di papa Formoso, però, nonostante la vendetta degli Spoletini e del suo successore, ebbe un epilogo positivo: ciò che restava del cadavere venne trascinato dalla corrente del fiume sino ad Ostia, ove venne ritrovato da un monaco che lo conservò fino alla morte di Stefano VI, avvenuta pochi mesi dopo il processo. Alla fine dello stesso 897 Formoso venne riabilitato dal nuovo vescovo di Roma, Teodoro II, e le sue spoglie tumulate per sempre nella Basilica di San Pietro.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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