La forma della seduzione. Il corpo femminile nell’arte del ‘900

09/06/2014 di Simone Di Dato

La forma della seduzione. Il corpo femminile nell’arte del ‘900

Il corpo come metafora della condizione umana, come veicolo di protesta, come misura dello spazio, ma soprattutto il corpo come forma di seduzione. Che sia reso caldo, denso e incosciente, provocatorio, arrogante e sontuoso piuttosto che tagliente e deviato, l’arte del Novecento mostra una straordinaria attenzione al corpo femminile, come costante oggetto di forte ispirazione di numerosissimi artisti, spesso molto diversi tra loro. Neppure un secolo prima di questa liberazione, la donna non agisce, non fa la storia, ed è solo portatrice di sentimento: ancora immersa nella sua piccola condizione quotidiana di tempo libero ed emozioni, tace in raffigurazioni di forzata allegria e mancata femminilità. Ne sono un esempio le ballerine classiche di matrice ottocentesca, alle quali si imponeva una perdita di gravità veramente lontana dall’alludere al peso e alla seduzione. Varcando la soglia del Novecento e dei primi tabù legati alla relazione tra corpo e psiche, flessibilità e linee espressive diventano valori da accentuare: il corpo femminile sovrabbonda di vita e voluttà, quella bellezza solo evocata si materializza in una sensualità quasi assordante, spesso eversiva e sconvolgente.

La forma della seduzione. Il corpo femminile nell’arte del ‘900
De Chirico, Diana addormentata nel bosco

Una lettura condivisa, questa, dalla provocatoria idea offerta dal sociologo francese Jean Baudrillard, secondo il quale la seduzione non appartiene alla sfera della natura, ma a quella dell’artificio ed insieme a quella del segno e del rituale. “Sedurre è morire come realtà e prodursi come gioco illusionistico”, scrive in un libretto del 1997 per dimostrare che per ogni ortodossia lo charme femminile che cattura e ammalia rappresenta il maleficio e l’artificio, una magia nera che va necessariamente esorcizzata, laddove seduzione e femminilità inevitabilmente si confondono. Con la controversa interpretazione del sociologo francese proverà a confrontarsi la nuova mostra organizzata dalla GNAM (Galleria nazionale d’arte moderna) di Roma in una selezione di circa 130 opere che racconteranno la bellezza come itinerario interiore e desiderio infinito, attraverso la rappresentazione del corpo femminile visto, immaginato e tradotto dai grandi maestri del ‘900.

La forma della seduzione. Il corpo femminile nell’arte del ‘900
Man Ray, Nudo

Curata da Barbara Tomassi con la collaborazione di Flaminia Valentini, che per l’occasione hanno scelto di valorizzare il grande potenziale degli archivi del museo, la mostra “La forma della seduzione. Il corpo femminile nell’arte del ‘900” propone un’accurata selezione di opere che avranno come filo conduttore le pagine del testo dell’autore francese, escludendo criteri cronologici e di materie, ma dividendosi in 5 sezioni tematiche. Tocca alla sezione “Le belle apparenze” aprire le danze: a farla da padrone è Amedeo Modigliani il cui nudo femminile seppure reso con linee morbide e sinuose, pose provocatorie e sempre erotiche, subisce il richiamo oscuro e tormentato delle avanguardie, per fuggire regole e tradizioni per cercare trasgressione. Caratteristiche riscontrabili anche nelle celebri modelle di Man Ray. Nella seconda tappa che porta il nome di “Seduzione/Sedizione” il corpo scompare poco a poco, scomponendo le fattezze ammalianti in un eros mai idealizzato ma piuttosto inquietante. Con Gino Severini, Giuseppe Capogrossi, Carlo Carrà, Renato Guttuso, Manzù, Victor Brauner, Eric Heckler, Joan Mirò, ed Enrico Prampolini, i protagonisti di questo spazio, l’arte si allontana dal naturalismo per servirsi di geometria e dinamismo, figure monumentali e sfasciate secondo la matrice cubista. Si attraversa poi l’area surrealista grazie al fondo donato al museo da Arturo Schwarz nel 1988, dove l’immagine della sessualità viene profondamente deformata, ai limiti del mostruoso. “Oggetto del desiderio” invece, indaga quella seduzione spesso associata a particolari forme anatomiche, ma anche ad oggetti-feticcio, come nel caso della bambola di Hans Bellmer o anche la donna-scarpa di Salvador Dalì, fino all’Object mobile di Max Ernst.

Una sovrapposizione dell’elemento umano a quello animale o comunque non strettamente umano, che ci introducono nella sfera dell’inconscio e dell’automatismo di Surrealisti come Breton e Masson, fino al simbolismo di Picasso. Nell’alternarsi di pittura e scultura chiude l’esposizione “La bella addormentata”, lo spazio in cui il nudo femminile sembra quasi riprendere le sue forme grazie ad una linea più classica come nelle ninfe dormienti di De Chirico. Uno spazio che suggerisce una seduzione mai aggressiva e violenta seppur a volte deforme e antiestetica, una seduzione troppo effimera per essere incatenata dal filtro del desiderio maschile.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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