I Forconi e la rivoluzione che (così) non si farà mai

20/12/2013 di Giacomo Bandini

Insoddisfatti e mai rimborsati – Come ogni decade storica meritevole di rispetto anche quella dei primi anni ’10 del XXI secolo deve avere la sua rivoluzione. Nei primi del 2000, in Italia, abbiamo avuto il grandioso G8 di Genova, grazie anche alla solita gradevole mano tesaci da numerosi patrioti esteri meglio noti come black block, e nel decennio successivo, ossia oggi, abbiamo i Forconi. Non paghi degli insuccessi del passato, in cui l’establishment ha sempre e ripetutamente vinto, ci si è riprovato nel 2013, ennesimo anno di crisi, di debiti e di cappi intorno al collo. Ma qual è stato l’esito finale di questi giorni battaglieri?

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Una bandiera del Movimento dei Forconi

Chi sono questi Forconi? – Le recenti analisi socio-antropologiche dei manifestanti di Torino, Milano e del Nord-Est indicano che in piazza si sono riunite tutte le persone uscite sconfitte dai complicati processi della globalizzazione. Ed infatti, si legge, i primi a muoversi sono stati gli autotrasportatori, poi gli artigiani e i piccoli commercianti seguiti da piccoli imprenditori, disoccupati, studenti, semplici cittadini e i militanti di “estrema destra” che di estremo sinceramente possiedono poco o nulla. Si dichiarano né di destra né di sinistra. (allora cosa hanno votato fino ad oggi?). I Forconi originali, ossia i figli del movimento siciliano, si sono tenuti piuttosto in disparte. In ogni caso la categoria dei danneggiati dalla globalizzazione sembra piuttosto vasta e di conseguenza al suo interno ci si trova di tutto.

Pochi e poco coesi – Di tutto, infatti, si è visto in Piazza del Popolo a Roma questo mercoledì pomeriggio. Nell’organizzarla però tutti i limiti di questo Movimento poco nazionale sono emersi in superficie. La scarsa comunicazione fra i troppi leader, le idee profondamente diverse della base, le richieste affatto unitarie, le divisioni sociali. E in effetti il colpo d’occhio romano in questa occasione non è stato dei migliori. In pochi hanno aderito all’adunata, così come pochi e scarsi si sono rivelati gli elementi comuni a tutti quanti, manifestanti e non solo: la voglia di cacciare via tutti i “politici” e chiudere tutte le banche, la repulsione verso la Moneta Unica, rea di aver rovinato le loro vite, e verso le istituzioni europee, il male assoluto. Solo parole sono state spese, nessun fatto. Nessun lancio di pietre o abbattersi di manganelli sui malcapitati. La rivoluzione, ancora una volta, non è avvenuta e solo in pochi alla fine sono rimasti ai presidi.

La risposta delle istituzioni – Dall’altra parte della barricata, invero, la situazione non pare delle migliori. Media e politica hanno imbastito per giorni e giorni la solita coalizione basata sul trovare un ignaro colpevole dei danni causati e cercare di focalizzare l’attenzione sui cosiddetti infiltrati: Casa Pound, studenti deviati, presunti ultras estremisti. Vedere Alfano mentre giustifica la stessa gente che per strada vorrebbe mettere la sua testa, assieme a quella dei colleghi ministri, sulla punta di una picca non pare ormai più credibile. Grillo invece si è fatto sentire solamente in occasione del “riposo dei caschi” operato dalle forze dell’ordine a Torino. Poi il nulla. Un silenzio sconcertante quello del panorama politico da cui, al solito, ci si aspettava un segnale importante; puntualmente, ancora non pervenuto. L’unico lampo balenato nel buio istituzionale si chiama Luigi De Fanis, assessore Pdl abruzzese che costringeva la segretaria ad avere almeno 4 rapporti sessuali mensili per contratto.

La rivoluzione che non c’è – In realtà se si scava davvero nei meandri di questa “nuova rivoluzione” è più facile scorgere debolezze che punti di forza. Non bastano l’esasperazione e la fame per cancellare un passato che tutti hanno contribuito a deturpare, non solo la politica delle sacre poltrone. La risposta dunque alla domanda iniziale non può che essere negativa. Il 9 dicembre rimarrà un episodio isolato e presto dimenticato. Perché non è condiviso. Perché siamo in Italia e la rivoluzione più grande ha fallito nel ’68 quando il movimento era ben più generalizzato e diffuso di questo. I Forconi e gli altri “italiani” in piazza non hanno ancora compreso che non basta distruggere per cambiare davvero la realtà. Manca la parte della ricostruzione, troppe volte assente dai grandi discorsi dei leader presso cui cerchiamo sistematicamente di rifugiarci. In Italia viviamo ancora in un sogno, dove la rivoluzione si fa per 20 anni da casa, dove il giorno dopo è tutto finito, aspettando pazientemente il messia. Peccato che di messia ne sia esistito solo uno ed anche lui ora come ora si terrebbe alla larga da questa Italia.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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