Fondazioni bancarie: si rinnova il ballo

09/10/2014 di Enrico Casadei

L'autoriforma proposta dall'ACRI e l'affaire CDP Reti pongono alcune profonde questioni sul tema, ricordando antichi vizi

Fondazioni Bancarie

Le Fondazioni Bancarie sono soggetti che tornano ciclicamente in voga sull’onda di quell’evento o di quella proposta di riforma. Questo perché le fondazioni rappresentano fin dalla loro nascita il salotto buono. Così anche quest’oggi sembra quantomeno doveroso parlare di tre eventi dell’ultimo mese che influiscono su questi circoli dimostrando ancora una volta di essere un perfetto cortigiano capace di uscire rinculando fingendo di avanzare[1].

Tuttavia, per proseguire senza mal di testa, sembra necessario fermarsi un attimo, respirare e spendere due parole su questo soggetto. Si tratta di enti squisitamente italiani nati nel 1990 con il periodo delle privatizzazioni del settore creditizio. La foresta pietrificata andava abbattuta e il credito si doveva affrancare dal controllo pubblico. La finalità era quella di aumentare la competitività del settore e contemporaneamente raccogliere qualche capitale.

Il meccanismo concepito fu uno sdoppiamento delle Casse di Risparmio; da un lato vere e proprie banche nella forma di società per azioni e, dall’altro, fondazioni finalizzate alla filantropia con il controllo delle prime mediante i pacchetti azionari, i quali sarebbero poi stati venduti al mercato.

Questa impalcatura iniziale offrì il fianco a numero critiche, prima tra tutte la permanenza del controllo statale, o meglio partitico, sulle banche. Perciò nel 1999 la riforma Ciampi tentò di scindere una volta per tutte sia il rapporto con le banche sia quello con i partiti. Si cercò davvero di cambiare le cose. Secondo la Consulta, pronunciatasi qualche anno più tardi, vi riuscì.

Tuttavia, bisogna considerare che anche la legge perfetta non può nulla contro la volontà umana. Senza entrare nel merito della questione si vuole riportare solo un aneddoto su quanto possa essere difficile rispettare la ratio della riforma. Ebbene quest’ultima vorrebbe ad esempio che i membri fossero nominati per periodi delimitati di tempo e che potessero essere confermati una sola volta per favorire il ricambio manageriale e di competenze.

Giuseppe Guzzetti.
Giuseppe Guzzetti

Giuseppe Guzzetti è presidente della Fondazione Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, l’ex Fondazione Cariplo, dal 5 febbraio 1997 ed è stato rinominato il maggio del 2013 per un ulteriore mandato. Il gioco di prestigio è in realtà molto semplice. Lo statuto consente che il Presidente resti in carica finché resta in carica l’organo di indirizzo, denominato (probabilmente per chiarezza intellettuale) Commissione Centrale di Beneficienza, cioè per 6 anni, e può essere rinominato solo un ulteriore volta. In teoria quindi Guzzetti non avrebbe più potuto guidare la Fondazione Cariplo dal 2009 senonché il 16 marzo del 2006 la Commissione di indirizzo ha adottato un nuovo statuto, regolarmente approvato dal Ministero il 9 maggio 2007, il quale comportava la propria decadenza e la nomina di una nuova Commissione e un nuovo Presidente. Eppure l’art. 45 del suddetto statuto stabilisce che “non si applica l’ineleggibilità prevista all’articolo 14, comma 3, lett. g)” che vieta la nomina a Commissario a chi ha già ricoperto la carica per due mandati. Di conseguenza, stessa Commissione, stesso presidente. Per ulteriori 12 anni.

Ora tornando al ballo si introduce il primo degli inviati: la sonora e recente bocciatura del Fondo Monetario Internazionale a proposito delle nostre fondazioni bancarie. Lo studio indaga sull’effettività della corporate governance, la quale mancherebbe di una legislazione stringente sia a livello di nomina degli amministratori (“le nomine negli organi di governo delle fondazioni sono spesso non trasparenti poiché la presenza di politici locali è una costante degli organi di Indirizzo”), sia a livello di attività (“le fondazioni non seguono regole contabili e di disclosure uniformi”).

Il secondo episodio è offerto proprio dalle fondazioni bancarie le quali attraverso la propria associazione di categoria, l’ACRI, hanno proposto al MEF (che sta tentando di portare avanti una riforma del settore) di sottoporsi ad una limitazione del proprio operato. Si badi bene che si tratta di una proposta davvero concreta e il lettore malizioso può sereno dimenticare la Carta delle Fondazioni. Ebbene l’intenzione è di istituire un vincolo del 30% sopra un singolo investimento, per evitare concentrazioni eccessive, tra l’altro proprio nel comparto bancario nel quale vi si possono trovare impegni superiori alla metà del patrimonio. Analizzando l’ultimo Rapporto Annuale stilato dalla stessa Acri è possibile rilevare come il patrimonio sia investito in partecipazioni nella banca conferitaria in media per il 37%, e come il peso sul conto economico sia di circa il 46%. Insomma, le fondazioni propongono un deciso cambio di passo.

Infine, il terzo ospite è l’affare CDP Reti portato a casa dalla multinazionale cinese State Grid Corporation of China. Con il plaudo del Governo, l’impresa cinese si è accaparrata il 35% della società di rete elettrica e di gas italiana controllata da Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). L’operazione rientrerebbe in una logica di privatizzazione. O meglio, l’operazione sarebbe unicamente per fare cassa dato che il governo vorrebbe mantenere comunque il 51% della società. Senonché per quel 14% ancora orfano si fanno avanti le fondazioni bancarie che si dicono interessate all’acquisto. Sarà un caso che dopo la succitata e autoproposta riforma si ritroverebbero proprio dei soldi da investire in un nuovo settore?

Non suona così nuovo vero? La questione non sembra davvero diversa da quella di venti anni fa quando lo slogan “privato è bello” augurava un periodo di cambiamento. Una trasformazione così forte da non cambiare né i ballerini né la musica.


[1] F.Merusi, La fine della storia: la vendita obbligatoria delle partecipazioni, in Dalla banca pubblica alla fondazione privata, Torino, G. Giappichelli, 2000, cit., p.119.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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