Oggi, 10 Febbraio 2013, è il “giorno del ricordo”. Il ricordo delle Foibe è, più in generale, del massacro portato in essere da Tito nella zona della Venezia Giulia e della Dalmazia. La giornata è stata istituita solo nel 2004, con un colpevole ritardo a causa della scomodità dell’argomento, soprattutto per una classe politica incapace, ancora oggi, di affrontare la questione con la neutralità necessaria. Basti pensare allo scarsissimo numero di autorità presenti a Basovizza (nessuna di importanza nazionale), simbolo del massacro.

foibeUn massacro, appunto. Invece molti, ancora oggi, lo giustificano adducendo a pretesto il fatto che, il primo a commettere atrocità verso gli Jugoslavi, fosse stato il regime fascista. Senza comprendere quanto questa fosse il messaggio sostenuto a tavolino dallo stesso Tito, il quale, in realtà, non attuava una semplice vendetta (ma poi, anche se fosse, sarebbe così tanto accettabile?), ma una strategia atta a sedare ogni voce di opposizione all’occupazione o al regime stesso. Fosse quella rossa, nera, incolore, italiana, croata o slava. Un’azione ben ragionata quindi, con uno scopo ben preciso.

Convinzioni  errate, spesso, portano all’ignoranza, nel senso stretto del termine. L’ignoranza, a sua volta, è in grado di alimentare l’odio come nessun’ altra condizione umana. In Italia, a riguardo, siamo dei maestri. Oggi, in varie città, come Firenze o Torino, sono comparse scritte a sfregio di monumenti in ricordo delle stragi delle foibe. Scritte come: “nessun fascista vivo, solo morti”, apparsa a piazza Savonarola, nel capoluogo toscano. Dopo quasi novant’anni, però, sarebbe necessario abbandonare l’opposizione rosso – nero e guardare oltre, con occhi distaccati capaci di comprendere veramente la storia della nostra nazione e di creare una coscienza italiana, un senso di appartenenza, di orgoglio.

Gli autori di quelle scritte, insieme a chi, negli anni passati, ha organizzato manifestazioni parallele per criticare il semplice ricordo, sono simbolo di un’ignoranza figlia, in primis, di una politica che per troppi anni ha voluto mettere a tacere tutto. Un po’ per convenienza, un po’ per ideologia. Ma credere, nel 2013, al fatto che nell’oscurità delle foibe vi fossero solo camicie nere, è un grave peccato di memoria. Nessuno Stato del Mondo civile permetterebbe mai una cosa del genere nei confronti di una tragedia che colpì duramente i propri cittadini.

Le vittime, invece, furono le più svariate. Alcuni furono membri stessi del CNL italiano di Trieste, Gorizia e Fiume, incarcerati dalle truppe titine. Alcuni di loro, come Giovanni Pezza o Umberto Dorino, vennero giustiziati. Altri gettati nelle foibe. La colpa? Il non voler riconoscere l’autorità jugoslava nel territorio. Altri soggetti colpiti dalla violenza degli occupanti furono membri della società civile. E’ il caso di Norma Cossetto, studentessa, sequestrata dai titini, seviziata e barbarmente uccisa, a cui, nel 2005, Carlo Azeglio Ciampi ha concesso una medaglia d’oro al merito civile o di Elena Pezzoli, insegnante di liceo e collaboratrice del CNL. Molte vittime, poi, furono uomini di Chiesa. Qualunque fosse stato il loro atteggiamento verso il regime fascista e l’occupazione nazista. Il motivo? La Chiesa in generale era considerato un potere capace di opporsi al regime di Tito, di mantenere unita la popolazione. Ne sa qualcosa Don Francesco Bonifacio, riconosciuto come beato e martire, curato di Villa Gardossi, capace nel corso della guerra e dopo l’armistizio di sostenere la popolazione di ogni tipo e di ogni appartenenza.  Ucciso perché considerato troppo influente a livello carismatico. Infine ci si dimentica di quanto, in quel periodo, le stesse stragi venissero commesse, verso gli stessi croati e sloveni incapaci di accettare il regime o, molto più semplicemente, perchè non comunisti. La poetessa Vera Lesten, antifascista uccisa nel 1943, ne è un esempio.

In ogni caso è legittimo chiedersi se barbarie di questo tipo non andrebbero ricordate a prescindere da chi siano le vittime o i carnefici. E’ giustificabile finire la propria vita al buio di una caverna, dopo essere stati torturati e seviziati perché si è un soldato di vent’anni fascista o perché si è un professore che per praticare la propria attività ha dovuto fare una tessera di partito? La mia risposta innanzi a situazioni di questo tipo è sempre negativa, qualsiasi siano le parti in gioco.

L’Italia, invece, dovrebbe dedicare più tempo a ricordare. Ricordare non solamente attraverso l’istituzione di un giorno, ma attraverso il racconto storico di un evento che, ancora oggi, è visto da molti come il giusto sterminio dei sostenitori fascisti operato dalle gloriose truppe titine di liberazione. Una distorsione storica, prima di tutto. Una ferita, quindi, ancora aperta e sanguinante nel cuore della nostra nazione.

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Andrea Viscardi

Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.