Foibe: non abbandonare la memoria, solo l’ignoranza

10/02/2016 di Andrea Viscardi

L'anniversario delle stragi commesse dall'esercito titino. Ciò che è accaduto e continua ad accadere rispetto al tragico evento delle foibe, è figlio di una politica e di una cultura che per troppi anni hanno voluto mettere a tacere tutto. Un po' per convenienza di unità nazionale, un po' per ideologia. Ma oggi, l'Italia, dovrebbe dedicare più tempo a ricordare, soprattutto ai più giovani

Foibe, giornata del ricordo

Il 10 Febbraio è la giornata del ricordo. Il ricordo delle Foibe e, più in generale, del massacro portato in essere da Tito nella zona della Venezia Giulia e della Dalmazia. Ma anche il ricordo di quei “fortunati”, sopravvissuti a Tito, costretti a fuggire, lasciando indietro tutta la propria vita e i propri beni, e a vedersi nuovamente traditi – oltre che da uno Stato che non curava loro particolare attenzione – anche da una parte della popolazione che, indottrinata dall’ideologia, accoglieva nelle stazioni d’Italia questi disperati al grido di “fascisti”, ed all’insegna dell’intolleranza e della discriminazione. La giornata è stata istituita solo nel 2004, con un colpevole ritardo a causa della scomodità dell’argomento, soprattutto a causa di una classe politica incapace, in parte ancora oggi, di affrontare la questione con la neutralità necessaria. In un’Italia che si presenta oramai come deideologizzata, ma dove alcuni capisaldi delle ideologie del XX secolo faticano ad essere abbandonati.

Un massacro, quello titino. Invece, molti, nel 2016, giustificano quanto accaduto adducendo a pretesto il fatto che il primo a commettere atrocità verso gli jugoslavi fosse stato il regime fascista. Senza comprendere quanto questo fosse il messaggio sostenuto a tavolino dallo stesso Tito, il quale, in realtà, da leader freddo e calcolatore non voleva una semplice e già di per sè deplorevole vendetta, quanto mettere in atto una precisa strategia con l’obiettivo di sedare ogni voce di opposizione all’occupazione o al regime stesso. Fosse quella rossa, nera, incolore, italiana, croata o slava.

Convinzioni errate e propaganda spesso portano all’ignoranza. L’ignoranza, a sua volta, è in grado di alimentare l’odio come nessun’ altra condizione umana. In Italia, a riguardo, siamo dei maestri. Negli ultimi anni, il 10 febbraio, in diverse città, oltre a cortei paralleli organizzati per criticare la semplice volontà di ricordare, sono comparse scritte a sfregio della memoria delle vittime. Simbolo di una parte del paese che, invece di guardare indietro e riconoscere la gravità dei propri silenzi, preferisce continuare a puntare sul negazionismo. Perchè, nei fatti, di questo si tratta.

Dopo settant’anni, sarebbe però necessario abbandonare l’opposizione rosso-nero e guardare oltre, con occhi distaccati capaci di comprendere veramente la storia della nostra nazione e di creare una coscienza italiana, un senso di appartenenza, di orgoglio, di consapevolezza. Ciò che è accaduto, ed in parte continua ad accadere, è figlio di una società che per troppi anni ha voluto mettere a tacere tutto. Un po’ per convenienza di unità nazionale, un po’ per ideologia. Ma credere, oggi, al fatto che nell’oscurità delle foibe vi fossero solo fascisti, criminali, è un grave peccato di memoria. E poi, anche fosse, sarebbe comunque un crimine giustificabile?

Le vittime, invece, furono le più svariate. Alcuni furono membri stessi del CNL italiano di Trieste, Gorizia e Fiume, perchè appartenenti a quella resistenza bianca che non voleva lasciare parte del paese in mano alle forze repressive di “liberazione” dell’esercito titino. Alcuni di loro, come Giovanni Pezza o Umberto Dorino, vennero giustiziati. I meno fortunati gettati nelle foibe ancora con un soffio di vita nel proprio petto. Ma ivi finirono anche numerosi membri della società civile. E’ il caso di Norma Cossetto, studentessa, sequestrata dai titini, seviziata e barbarmente uccisa, a cui, nel 2005, Carlo Azeglio Ciampi ha concesso una medaglia d’oro al merito civile, o ancora di Elena Pezzoli, insegnante di liceo e collaboratrice del CNL.

Altre vittime, poi, furono uomini di Chiesa. Qualunque fosse stato il loro atteggiamento verso il regime fascista e l’occupazione nazista. Il motivo? La Chiesa era considerato un potere capace di opporsi al regime di Tito, di mantenere unita la popolazione, di dargli speranza. Ne sa qualcosa Don Francesco Bonifacio – riconosciuto come beato e martire – curato di Villa Gardossi, capace nel corso della guerra e dopo l’armistizio di sostenere la popolazione di ogni tipo e di ogni appartenenza.  Ucciso perché considerato troppo influente e carismatico.

Infine, ci si dimentica di un’altra categoria di caduti, quelli più scomodi, che potrebbero far crollare in un secondo ogni ragionevole dubbio rispetto alle posizioni ideologiche ancora oggi in voga: vittime croate e slovene, la cui colpa era l’incapacità di accettare il regime titino. Liberali, socialisti, democratici. Molto più semplicemente, non comunisti. La poetessa Vera Lesten, antifascista uccisa nel 1943, ne è un triste esempio.

Il 10 febbraio, in tutte le scuole italiane, è commemorato il Giorno del ricordo. Un piccolo passo in avanti, ma che resta fine a se stesso se il racconto di quanto accaduto si limita ad una meccanica commemorazione, una vuota ritualità capace di snaturare i contenuti di una pagina tanto drammatica della storia nostrana. L’Italia dovrebbe dedicare più tempo a ricordare, creando la consapevolezza di un evento che, ancora oggi, è visto da molti come il giusto sterminio dei fascisti operato dalle gloriose truppe titine di liberazione. Un qualcosa possibile solo attraverso la collaborazione di tutti: scuole, insegnanti, media e istituzioni. Per porre fine ad una distorsione storica, prima di tutto, e ad una ferita ancora aperta e sanguinante nel cuore della nostra nazione.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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