Flavio Giulio Valente, il fallimento dell’Impero

07/02/2016 di Simone Simeoni

La morte dell’imperatore Valente sul campo di Adrianopoli, successiva ad una serie di decisioni molto controverse dello stesso, fu il tragico e terrificante manifesto dell'incipit del periodo più cupo di Roma, il prodromo della caduta definitiva.

Le guerre civili che punteggiarono l’inizio del IV secolo d.C. dimostrarono il fallimento del tentativo tetrarchico attuato da Diocleziano. L’ambizione personale dei nuovi Caesares e Augusti portò ben presto alla disgregazione di quel sistema politico costruito a tavolino e che doveva il proprio successo unicamente al carisma del suo creatore. Dall’intricato intreccio di conflitti emerse progressivamente la figura di Costantino, il più grande imperatore della storia tardoantica. La successione alla porpora, dopo la sua morte nel 337 d.C., non fu affatto indolore: alla proclamazione (militare) dei tre figli Costantino II, Costanzo II e Costante, fece seguito l’eliminazione, violenta e sistematica, del ramo “cadetto” della dinastia costantiniana.

Costantino
Costantino

I Costantinidi vennero meno uno dopo l’altro: Costantino II, sconfitto e ucciso ad Aquileia dal fratello Costante, che tentava di spodestare; Costante assassinato durante l’usurpazione del semibarbarus Magnenzio, che insidiò anche Costanzo II. Una grande battaglia tra i due venne combattuta a Mursa, nell’Illirico. Costanzo vinse sì lo scontro, ma dissanguando le sue forze, e il suo periodo come unico imperatore ne fu travagliato. Nuove usurpazioni, invasioni e una rinnovata ostilità con l’Impero Persiano Sasanide, costrinsero Costanzo a elevare al Cesarato i suoi cugini, Costanzo Gallo e Flavio Claudio Giuliano. Il governo di quest’ultimo, in particolare, ebbe un successo strepitoso ,e nel 360 d.C. le legioni galliche lo proclamarono Augusto, scatenando la reazione di Costanzo. Sebbene impegnato nei preparativi per una campagna persiana, egli marciò sulla Gallia, trovando però la morte nel 361 d.C. e lasciando, di fatto, Giuliano come unico imperatore.

Giuliano
Giuliano

Emergeva così la seconda figura cardine del IV secolo, un personaggio di unica complessità e ricchezza, un titano disperato, strenuo difensore di una tradizione negletta, di una religione dimenticata. Un gigante, che sarebbe passato alla storia con l’ingrato (e ingiusto) epiteto di Apostata. La sua esperienza fu troppo breve: Giuliano morì nel 363 d.C., per le ferite riportate in battaglia durante la sua pur vittoriosa campagna persiana.

Il suo successore, Gioviano, concluse una ignominiosa pace con la Persia, per potersi volgere alla politica interna, e restituire all’Impero la sua fisionomia cristiana. Breve fu anche il suo impero, poiché nel febbraio 364 d.C. morì in Bitinia, lasciando la porpora al comandante delle sue truppe personali, Valentiniano, che cooptò al trono suo fratello Valente, affidandogli l’Oriente.Flavio Giulio Valente era nato nel 328 d.C. a Cibalae, nell’Illirico, e non aveva intrapreso la carriera militare che nel 360 d.C., arrivando in fretta al grado di protector domesticus. Fervente cristiano (ma di fede ariana) rischiò di compromettere la sua carriera politica sotto Giuliano, quando si rifiutò di sacrificare agli dei pagani. Eppure, complice il rovescio dell’Apostata, solo tre anni più tardi riceveva il diadema imperiale.

Valente era un uomo duro e fu un imperatore esigente e spietato. La sua politica economica fu caratterizzata da una smodata pressione fiscale. In politica religiosa sarebbe arrivato a imporre la conversione all’arianesimo alla sua pars imperii. Il suo dominio fu insidiato dalla grave rivolta di Procopio, un parente di Giuliano che, nel 365 d.C., usurpò la porpora. Nel più completo disinteresse di Valentiniano, che non intervenne benché chiamato in soccorso, Valente perse rapidamente terreno, finché, radunate le sue forze, sconfisse Procopio a Thyatira e a Nacoleia, per poi giustiziarlo e inviare la sua testa a Treviri, da Valentiniano.

Valentiniano
Valentiniano

Negli anni successivi Valente condusse una guerra contro le tribù dei Goti a nord del Danubio alla quale dovette mettere frettolosamente fine a causa del precipitare della situazione sul fronte persiano. L’imperatore Shapur II aveva innescato un duro braccio di ferro per il controllo delle regioni di confine (l’Armenia e l’Iberia) che non fu facilitato dalle rivolte endemiche dell’Impero, né dalla morte di Valentiniano (375 d.C.) Ma Valente non abbandonò l’idea di una spedizione risolutiva. Nel 374 d.C. fece spostare il grosso delle sue legioni sul fronte persiano, lasciando però aperti inquietanti vuoti nel sistema difensivo della pars Orientis. Così, quando nel 375 d.C. gli Unni passarono il Volga spingendo gli Ostrogoti verso l’Impero, la pressione barbarica ai confini si fece preoccupante e pericolosa.

La prima risposta di Valente fu l’emanazione di una leva straordinaria. Furono cancellate esenzioni e privilegi, vennero chiamati alle armi persino i monaci. Ma era un’operazione difficile e dispendiosa, che avrebbe creato insanabili malumori nell’Impero. Nel 376 d.C. Valente sospese la sua precedente disposizione e intraprese una strada diversa: diede la possibilità ad alcune tribù di Visigoti di entrare nell’impero come foederati da opporre agli altri barbari. Fu una decisione ancor più deleteria. La diffidenza della popolazione nei confronti dei barbari era evidente. Il passo dalla diffidenza al disprezzo, alla prevaricazione, all’abuso fu molto breve, e creò soltanto tensione. La situazione esplose nel 377 d.C. quando i Goti si rivoltarono e sbaragliarono le truppe romane a Marcianopoli. I vertici militari di Valente non poterono nulla, se non ottenere qualche successo minore. Nel 378 d.C. Valente stesso dovette muovere da Antiochia contro i Goti rivoltosi con un grande esercito, mentre Graziano, nuovo imperatore in Occidente, accorreva in aiuto.

ValenteMa Valente non volle aspettare l’arrivo del nipote: il 9 agosto 378 d.C. affrontò l’esercito dei Goti presso Adrianopoli. La cavalleria pesante dei barbari fece letteralmente a pezzi la fanteria romana, massacrando la gran parte dell’esercito e ferendo l’imperatore, che fu portato nella sua tenda per ricevere le cure necessarie. Nessuna difesa fu però in grado di sostenere l’assalto dei Goti, che penetrarono nell’accampamento e dettero alle fiamme ogni cosa. Valente perì così, tra il fuoco e il fumo della sua tenda che bruciava come una grande pira funeraria, mentre l’Impero subiva la sua più grave sconfitta militare dall’epoca della battaglia di Canne.

La tragedia scosse l’Impero. I Goti infuriarono fino a Costantinopoli, poi tornarono indietro devastando i Balcani. La fobia dei barbari si diffuse nelle province, e vennero attuati metodici massacri delle comunità gote accolte in Asia. Eppure al nuovo imperatore Teodosio, nominato da Graziano nel 379 d.C., risultò impossibile frenare quell’orda barbarica, e così avviò trattative con i capi dei Goti per ripristinare quel foedus tradito, infine concluso nel 381 d.C. Si apriva così il periodo più cupo di Roma, il prodromo della caduta definitiva. La morte dell’imperatore Valente sul campo di Adrianopoli ne fu il tragico e terrificante manifesto.

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Simone Simeoni

Nato a Rieti il 20 luglio del 1991, si laurea in Storia Romana presso l’Università Europea di Roma nel luglio 2013 e prosegue gli studi in Filologia, Letterature e Storia del Mondo Antico presso l’Università di Roma La Sapienza. Specializzato in storia antica, con specifica attenzione al mondo romano, si interessa di storia religiosa e di storia delle idee, analizzandole nel particolare panorama della Roma tardoantica.
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