Verso il 25 maggio: Fiscal Compact, la sostanza e gli obiettivi

17/05/2014 di Vincenzo Romano

Fiscal Compact

Con l’approssimarsi delle elezioni per il rinnovo del parlamento europeo, il dibattito politico tra i diversi schieramenti diventa sempre più acceso. Di estrema rilevanza appare il tema dell’informazione che viene data agli elettori, che risultano essere sempre più scettici e disillusi sulle opportunità che l’Unione Europea ha da offrire per la soluzione di questioni che, per ciò che riguarda l’Italia, vanno molto indietro nel tempo. Molti affermano che l’Unione è la panacea che può risolvere tutti i mali, molti altri che ne è essa stessa la causa. La verità, in questo caso, non sta nel mezzo. C’è del vero nelle posizioni a favore ed in quelle contro. Ed è vero che così come strutturata, l’Unione si troverà sempre più in affanno nella risoluzioni di crisi per loro stessa natura internazionali.

Il Fiscal Compact. Una delle questioni più citate sia dai media che dai candidati è quella concernente il Patto di Bilancio europeo (formalmente il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’Unione economica e monetaria, ratificato dall’Italia nel luglio del 2012) meglio noto come Fiscal Compact. Cercheremo in questa sede di analizzarne il meccanismo e di smontare alcune critiche che a questo vengono mosse, spesso sulla base di fraintendimenti e di incomprensioni dello stesso Trattato, ma ancor più spesso sulla base di slogan elettorali che ne snaturano la sostanza e gli obiettivi.

È necessaria la modifica del Fiscal Compact? La principale critica al Fiscal Compact è quella riguardante i parametri da questo imposti nella gestione delle politiche di bilancio e così impostata: viene richiesto ai paesi ad alto debito di ridurre ogni anno di 1/20 lo stock di tale debito in eccesso fino a farlo rientrare in un rapporto del 60% rispetto al PIL. Per l’Italia significa, nella sostanza, un taglio di 50 miliardi all’anno, che in un totale di 20 anni equivalgono a quasi mille miliardi di euro (la metà del PIL). È un obiettivo, si continua, che non può essere raggiunto se non strozzando l’economia nel complesso, e che per tale motivo deve essere radicalmente modificato.

Purtroppo non sono in molti che hanno letto con attenzione il Fiscal Compact, il quale comprende non soltanto il Trattato di cui sopra ma anche alcuni regolamenti attuativi. Ancora meno, dal tenore del dibattito, sembrano essere quelli che lo anno compreso nella sua sostanza, inclusi gli esponenti politici che a suo tempo avevano sostenuto tale proposta e l’hanno successivamente approvata, per poi disconoscerla.

legge-ue-parlamento-europeoDi quanto deve essere ridotto il debito pubblico? Il primo fraintendimento è quello riguardante lo stesso debito pubblico. Il Trattato specifica che la riduzione deve essere di 1/20 della differenza tra il livello del debito rispetto al PIL e la soglia stabilita dal Trattato di Maastricht del 60%. Per l’Italia, che ha un debito pubblico che ha ormai superato i 130 punti percentuali del PIL, la riduzione deve essere quindi pari a 3,5 punti percentuali. L’errore più ricorrente è quello di tradurre tale riduzione in miliardi di euro. Anche se il 3,5% del PIL corrisponde a circa 50 miliardi, la diminuzione del rapporto non è la stessa cosa della riduzione di un valore assoluto. Un rapporto consta infatti di un numeratore e di un denominatore. Affinché il rapporto diminuisca non c’è bisogno che il numeratore diminuisca, ma che cresca ad un ritmo inferiore al numeratore. Se, per ipotesi, in Italia lo stock di debito restasse il medesimo ma si avrebbe una crescita del PIL del 2,8%, il rapporto debito/PIL si ridurrebbe automaticamente di 3,5 punti percentuali rispettando il criterio.

È necessaria una manovra di bilancio all’anno per un allineamento con i parametri previsti? Secondo fraintendimento: ritenere che la riduzione del rapporto debito/PIL richieda ogni anno una manovra di bilancio, per un ammontare di 50 miliardi di euro. Una volta raggiunto il saldo di bilancio che consente di ottenere una riduzione del debito del 3,5%, per un dato tasso di crescita del PIL, il rapporto si riduce automaticamente, senza ulteriori manovre di bilancio. Come su menzionato, con una crescita del 2,8%, ed un saldo di bilancio in pareggio, il debito si riduce autonomamente.

La gradualità della riduzione dello stock di debito. Altra considerazione. Il Fiscal Compact stabilisce che ogni anno il debito debba essere ridotto di 1/20 (dunque in rapporto) tra il debito ed il PIL. Quando il debito è al 130%, il ritmo di riduzione del rapporto debito/PIL è di 3,5 punti (ovvero (130-70)/20), ma quando il debito scende al 110% del PIL la riduzione annua richiesta cala al 2,5%, ossia vi è una decrescita proporzionale dell’ammontare di debito da estinguere. Tornando al nostro valore ipotetico di crescita del 2,8% del PIL, non vi sarebbe più bisogno di un saldo di bilancio in pareggio per raggiungere l’obiettivo ma basta anche un disavanzo dello 0,5%. In sintesi, l’aggiustamento richiesto per soddisfare il Fiscal Compact, in termini di saldo di bilancio, avviene soprattutto all’inizio del processo. Una volta raggiunto il saldo primario necessario, basta mantenerlo immutato per continuare a soddisfare il requisito della riduzione del debito. Inoltre, più alta è la crescita, minore è lo sforzo necessario per raggiungere l’obiettivo del Fiscal Compact.

La considerazione dei cicli economici. Vi è poi un’ultima constatazione che è d’obbligo fare. Il Fiscal Compact tiene anche conto dei cicli economici negativi ai fini del computo del rapporto debito/PIL. È contemplata, infatti, una misura che prevede l’analisi preliminare della situazione economica di un paese che non riesce a ridurre il debito dell’ammontare previsto. Nel caso in cui il paese si trovi in recessione o il suo livello di reddito è inferiore al potenziale, il vincolo non riguarda più il ritmo di riduzione del debito ma il raggiungimento di un saldo di bilancio corretto per gli effetti del ciclo economico inferiore allo 0,5% del PIL. Se il saldo viene mantenuto immutato quando l’economia riprende a crescere, il bilancio nominale migliora e il debito si riduce in linea con i requisiti del Fiscal Compact.

In sintesi, il Fiscal Compact non è uno strumento eccessivamente rigido che imbriglia le politiche economiche degli Stati, ma contiene clausole di salvaguardia che tengono conto della situazione congiunturale. Inoltre, l’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato come i paesi con un eccesso di debito che non riescono a ridurlo in maniera continuativa e stabile possono trovarsi in una situazione di estrema vulnerabilità per affrontare le crisi scoppiate anche al di fuori dei confini nazionali, contagiando il resto del sistema. Il Fiscal Compact, infine, costituisce una garanzia fondamentale per una qualsiasi futura maggiore integrazione fiscale dell’Eurozona, fungendo così da architrave per una eventuale mutualizzazione dei debiti sovrani dei paesi dell’Unione.

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Vincenzo Romano

Nasce a Sant'Anastasia, provincia di Napoli, il 2 gennaio del 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Napoli Federico II, dove si laurea con una tesi sul modello di sviluppo economico spagnolo. Attualmente è iscritto all'ultimo anno della magistrale in Studi Europei (Corso di laurea in Scienze Politiche dell'Europa e Strategie di sviluppo). Durante il primo anno di specialistica ha partecipato al Programma Erasmus di 6 mesi all'università Paris-Ouest-Nanterre-la-Defense di Parigi. Ha inoltre svolto uno stage di sei mesi presso l'UNESCO.
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