Finanziamento pubblico alle scuole private: a Bologna vince il no

29/05/2013 di Giacomo Bandini

Vince il no – “Un esito controverso”. Così è stato definito da Radio Vaticana il risultato del referendum consultivo svoltosi a Bologna sul finanziamento pubblico da destinarsi agli istituti scolastici privati. L’opzione A contenuta nella scheda rappresentava la volontà di abolire tali fondi, l’opzione B al contrario esprimeva il mantenimento dello status quo. La realtà dei numeri dice che a Bologna 38 milioni di euro sono utilizzati per sostenere il 60% di scuole comunali. Per le paritarie e le private convenzionate è invece destinato 1 milione di euro. In soldoni dunque il referendum chiede a chi destinare quel milione di euro in più stanziato dal Comune e attualmente diviso fra scuole paritarie e private. Lasciarlo lì dov’è o trasferire anch’esso al pubblico? A Bologna ha votato solamente il 28% degli aventi diritto, e ha vinto nettamente l’opzione A con il 59%. Alla B è andato il 41% delle preferenze. Ma cosa c’è realmente dietro a questo referendum?

Prodi al voto per il referendum di Bologna.
Prodi al voto per il referendum di Bologna.

A favore del sì – Innanzitutto, è necessario premettere che non si vuole fare proselitismo né per l’una né per l’altra fazione. Dietro al “sì” ci sono principalmente le istituzioni religiose e la Curia locale, gestori di una buona parte degli istituti privati nel Paese e ovviamente intenzionati a mantenere un finanziamento per loro assai conveniente. Invero anche il sindaco Virginio Merola, uomo di centrosinistra nella rossa Bologna, si è dichiarato sempre favorevole all’opzione B, dato che, a suo avviso, il sistema scolastico bolognese ha sempre funzionato bene così. A seguire una folta schiera di politici provenienti un po’ da ogni parte, ma soprattutto dal Pd che conta: Prodi, Lupi, Berlinguer, Bagnasco, Caffara, Renzi. Una Task force speciale, guidata da numerose associazioni e a dire la verità finanziata dai rappresentanti delle scuole private e paritarie, nonché dalle istituzioni religiose.

Il lato A – Dall’altro lato della barricata la forza più grande è stata quella dei numerosi genitori, padri e madri che mandano da una vita i figli negli istituti pubblici, stanchi del disagio e della pessima qualità constatate da buona parte del settore statale italiano. Un associazionismo nato con pochi mezzi e risorse, ma che ha vinto. In suo appoggio molti nomi noti: Rodotà, Guccini, intellettuali e artisti vari; e una parte del mondo politico: Mov. 5 Stelle locale e i principali sindacati.

Le motivazioni, parte I –Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.” Questo il terzo comma dell’articolo 33 della Costituzione sul quale si imperniava gran parte della spinta “per il pubblico”. Soprattutto sull’ultima parte: “Senza oneri per lo Stato”. Ma cosa vuol dire in realtà? L’interpretazione si rivela assai difficile. Il sostenitori del punto A l’hanno ovviamente interpretata dal punto di vista puramente economico. No oneri=no money, quindi niente fondi pubblici. Se si guarda invece alla situazione concreta non è necessaria alcuna interpretazione. Ci sono 400 bambini in lista d’attesa per accedere al servizio pubblico che ancora detiene il 55% dell’offerta. 400 bambini a spasso significa di conseguenza mamme impossibilitate a tornare a lavoro. Calcolando l’aumento delle rette degli ultimi anni il milione in più dal loro punto di vista potrebbe contribuire a migliorare un servizio incrinato dalla crisi, la vera madre del referendum in questione.

Le motivazioni, parte II – Per i sostenitori del sì al mantenimento del finanziamento la prospettiva si ribalta. Anche giuridicamente. L’articolo 33 Cost. non sarebbe figlio di una volontà negativa nei confronti del finanziamento pubblico alle scuole fondate da enti privati, bensì voleva solo assicurare discrezionalità nel destinare il sostegno o meno. Non una previsione costituzionale forte e obbligatoria, ma una libera decisione degli enti locali. Oltre a questo bisogna considerare la legge 62/2000 con cui si è introdotta la parità per legge fra istituti privati e pubblici. Oltre ad alcune sentenze della Corte Costituzionale in merito, tutte a difesa del rispetto della citata legge. A livello pratico il ragionamento svolto dalla fazione pro-B è il seguente: con le risorse oggi destinate alle scuole paritarie, il Comune di Bologna potrebbe assicurare non più di 160 nuovi posti nelle scuole dell’infanzia comunali ma le paritarie ne assicurano 1736, dieci volte di più. Lo Stato riconosce un contributo annuale inferiore a 500 euro per bambino (in progressiva diminuzione dal 2003) alle scuole dell’infanzia paritarie ma spende ogni anno più di 6.100 euro per ogni bambino che frequenta la scuola dell’infanzia statale (cui si aggiungono i costi dei Comuni che devono assicurare locali e utenze alla scuola statale). Questo vuol dire che la scuola paritaria dell’infanzia assicura allo Stato un risparmio di circa 5.600 euro all’anno per ogni bambino accolto.

Al di là delle ideologie – Questione solamente di ideologia dunque? Sicuramente no. L’ideologia conta relativamente visto che ha votato solamente il 28% degli aventi diritto. La questione è assai più spinosa e nasce dalla drammatica situazione del welfare italiano che fa acqua da tutte le parti e deve ripensare sicuramente il proprio modello. La situazione tesa, palesatasi a Bologna, rispecchia un po’ tutto il Paese, con le dovute differenze. La radicalizzazione ideologica è solo la punta di un iceberg, sotto il quale giace una politica incapace di trovare il compromesso, senza arrivare per forza ad un referendum di nette posizioni. Diventa allora difficile dare torto agli uni o agli altri, ma sottrarre quel milione alle scuole private non cambierà il sistema, né garantirà un reale benessere a quei genitori abbattuti dalla crisi. Qualcuno ha commentato la questione così: “Che grande, inutile, casino”. Già, sembra che in Italia ormai tutto possa essere ricomprendersi sotto questa definizione.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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