Il finanziamento pubblico ai partiti in Italia e in Europa: è veramente sproporzionato?

12/03/2013 di Andrea Viscardi

Finanziamento pubblico ai partiti, palazzo MadamaIn questa fase post elettorale, nella bagarre di accuse reciproche su chi stia cercando di fare il bene dell’Italia o meno, uno degli scontri capace di creare tensioni anche tra i membri dello stesso partito è stata la questione del finanziamento pubblico ai partiti. Nel PD, infatti, l’invito di Renzi ad abolire ogni sorta di finanziamento – in linea con quanto sostenuto dal Movimento 5 Stelle (il quale, va specificato, non ha rinunciato ad alcun rimborso poiché, non avendo depositato il proprio statuto alle Camere, non ne ha diritto) – ha suscitato la reazione immediata di Bersani, sostenitore, magari, di una modifica alla legislazione attuale, ma non di un’abolizione in toto, considerata estremamente dannosa per la democrazia. Ma nei principali paesi europei qual è la situazione?

Prima di tutto occorre dire come la maggioranza degli Stati democratici preveda un sistema di finanziamento pubblico ai partiti, secondo due tipologie diverse: la prima è un finanziamento pubblico annuale, la seconda, invece, un finanziamento in base alle particolari spese sostenute durante la campagna elettorale. Esistono poi dei sistemi misti in cui entrambe le possibilità convivono.

Europa, un quadro generale – Nell’Unione, per esempio, quasi tutti gli stati – ad eccezione dell’Ucraina e della Bielorussia – prevedono almeno una delle due tipologie di rimborsi, con un garantismo assoluto in Portogallo, Spagna, Grecia e Francia – oltre a buona parte dei paesi dell’ex Jugoslavia – le cui legislazioni a riguardo possono definirsi a sistema misto, esistendo sia un rimborso sulle spese elettorali che uno annuale.

Francia – Oltralpe, come detto, esistono due tipologie di finanziamento: la prima consiste in un contributo annuale fissato a 80,2 milioni di euro ma variabile (generalmente è intorno ai 75 milioni), distribuito a tutti i partiti proporzionalmente in base al risultato delle ultime elezioni. L’unica condizione è che il partito abbia ottenuto almeno l’1% dei voti e si sia presentato almeno in 50 collegi elettorali.  Vi è, quindi, un rimborso post elettorale sulla base dei rappresentanti eletti nelle camere, la cui consistenza è di circa 40 milioni di euro. Occorre specificare quanto anche la campagna elettorale presidenziale sia oggetto di rimborsi e finanziamenti (47,5% per chi supera il 5% dei voti, 4,75% per chi non raggiunge la soglia). Nel 2007, anno nel quale si sono tenute e le presidenziali e le legislative, la somma totale del finanziamento si è aggirata sui 160 milioni di euro.

Germania – Nel regno della Merkel la somma erogata ogni anno non può superare i 150,8 milioni di euro; i requisiti, tra le altre cose, prevedono per legge una trasparenza totale del bilancio delle forze politiche – elemento mancante in Italia – e delle donazioni private verso gli stessi. La soglia per poter ricevere tali fondi è dello 0,5% in riferimento alle elezioni europee e dell’1% per il resto (nazionale, statale o comunale).

Regno Unito – Oltremanica, invece, la situazione è completamente diversa: qui i finanziamenti pubblici sono minimi, premiando, tra le altre cose, l’opposizione. Circa due milioni sono stanziati verso una decina di partiti minori. L’opposizione, appunto, è il gruppo politico che per diritto riceve più contributi: nel 2010 i Coservatori hanno ricevuto circa 5 milioni di euro. Una cifra minima, dunque. Per dare meglio l’idea, tra il 1994 e il 2012, considerando le evoluzioni nominali dei partiti e le forze che si sono alternate all’interno delle coalizioni, PdL e PD hanno ricevuto circa 1,7 miliardi di euro.

E l’Italia? – Grazie al governo Monti, è stata approvata la legge 96/2012, con la quale si è deciso di ridurre i contributi pubblici a 91 milioni di euro per l’anno 2013. Una cifra, tutto sommato, accettabile. La vera questione, il succo di tutto il discorso, è la differenza di controllo sull’uso dei fondi elargiti. I vari scandali degli ultimi anni dimostrano quanto non esistano meccanismi di garanzia efficaci per vigilare sull’effettivo uso dei fondi, nonostante questo occorre dire come sia stato previsto – secondo la legge emanata dal governo tecnico – un controllo sul bilancio (Consob) e una relazione successiva ad un’apposita Commissione per la Trasparenza incaricata di vigilare sui conti dei Partiti. Basterà a cambiare la situazione?

Più di parlare di abolizione dei finanziamenti, oggi, occorrerebbe concentrarsi sulla regolazione delle garanzie che i partiti devono rispettare per poter usufruire degli stessi. Trasparenza del bilancio, un controllo assiduo degli enti di vigilanza, modifica di alcune pratiche non proprio consone. Due esempi eloquenti? I partiti aventi diritto ai fondi visti i risultati conseguiti nelle elezioni del 2006 andarono avanti a goderne sino al 2011, anche se la legislazione terminò nel 2008. Nelle elezioni successive alla caduta del governo Prodi, poi, dei 475 milioni ricevuti complessivamente, ne sono stati spesi solo 1/5. Singolare, visto che si sarebbe dovuto trattare di rimborsi elettorali.

Un’abolizione totale, allora, non è così consona come sembra. Innanzi ad un controllo rigido e a delle regole ben precise l’Europa – ad eccezione del Regno Unito – ci dimosta quanto tale strumento sia fondamentale per le democrazie moderne. L’unico modo per percorrere la strada sostenuta da Grillo sarebbe emulare la legislazione statunitense – o in parte quella tedesca – nella quale ogni donazione privata viene resa pubblica per legge. In questo modo, i cittadini, potrebbero capire quali gruppi di interesse sostengano i partiti. Insomma, una garanzia minima per evitare che la politica divenga un gioco manovrato occultamente ed interamente dai grandi interessi. Tale trasparenza sarebbe comunque necessaria anche oggi. Ingenuo, infatti, chi pensa il finanziamento pubblico abbia impedito ai Partiti di ricevere donazioni – all’insaputa degli elettori – dai grandi poteri economici. Ancora più ingenuo chi crede – in un Paese in cui la parola lobby è ancora considerata sinonimo del demonio – i cittadini possano accettare in silenzio un sistema partitico sostenuto pubblicamente dai grandi gruppi di interesse.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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