Finanziamento e partiti: politica per soli ricchi?

17/07/2015 di Luca Andrea Palmieri

Il fallimento della misura del 2xmille ai partiti porta con sè un rischio, ovvero che la politica diventi un affare per ricchi, con i soli grandi finanziatori a permettere che le forze politiche facciano grandi campagne elettorali. Una prospettiva che non può far bene alla nostra democrazia

Era prevedibile? Decisamente sì. Il finanziamento ai partiti inserito nel 2xmille è stato un flop. Solo 325mila euro sono stati raccolti dalle forze politiche del nostro paese. Per avere un termine di paragone, per quanto impreciso, la Chiesa cattolica con l’8xmille ha raccolto più di un miliardo di euro. Insomma, non c’è paragone.

Resta il fatto che un risultato del genere era abbondantemente prevedibile, in un paese in cui la fiducia nei partiti politici, qualsiasi sia il loro colore, da anni raggiunge cifre indecorose. L’indagine Demos di fine 2014 raccontava di un misero 3% di cittadini fiduciosi nell’azione partitica. Tornando al paragone con la Chiesa, Papa Francesco era all’87%.

Neanche l’anti-politica, in ogni caso, può rallegrarsi di questi miseri risultati. Perché una tendenza di questo genere porta rischi, non da poco, per il buon funzionamento del nostro sistema democratico. Il rimborso elettorale, quello che di fatto è noto come finanziamento pubblico ai partiti, verrà abolito nel 2017, e nel frattempo si sta riducendo consistentemente di anno in anno. Quando terminerà del tutto, per la politica i metodi di finanziamento saranno due: le donazioni private e, appunto, il 2xmille.

Partiamo a questo punto da un concetto: per fare politica, soprattutto a livello nazionale, volenti o nolenti serve denaro, o meglio ancora investimenti. Questo vale per tutti: una campagna elettorale ha costi, tra spostamenti, manifesti, ricerca delle migliori tattiche, consulenze di esperti, etc. Anche una forza politica come il Movimento 5 Stelle, che fa risalire molta della sua capacità d’impatto all’attivismo della base, deve la sua genesi a Beppe Grillo e al suo blog, che di certo non è stato costruito dal nulla. E’ stato frutto di anni di lavoro e, appunto, investimenti. Lo stesso sistema, tanto criticato, della Casaleggio e Associati per ottenere ricavi attraverso la galassia dei siti legati al blog e al Movimento, altro non è che un metodo per procurarsi il denaro che permetta alla stessa società di gestire l’ingente apparato comunicativo della seconda forza politica del paese, che certo non è economico. Insomma, tutti, anche il Movimento, fanno i loro investimenti.

Il rischio di questa situazione dunque qual è? E’ che la politica rischi di finire in mano agli investitori privati. Questi spesso si traducono in grandi imprese, che, per aggirare i limiti (100 mila euro massimo per persone o imprese, visibili nel bilancio pubblico dei partiti), potrebbero utilizzare i loro stessi dipendenti come donatori. E’ un problema che si verifica, per esempio, negli USA, dove pure la disciplina del finanziamento alla politica è molto stringente. Quel che potrebbe succedere è che le campagne migliori, quelle più strutturate, meglio organizzate, meglio comunicate, che hanno alle spalle la ricerca politica e i team di comunicazione più capaci se le potrà permettere solo chi ha alle spalle pochi investitori, ma influenti e danarosi. Certo, i soldi non danno la certezza di vincere, ma la prova empirica ha sempre dimostrato come, ovunque, avere più risorse aiuta molto.

Per fare un esempio recente, in Gran Bretagna quest’anno le elezioni erano tra le più incerte della storia. Fino alle ultime settimane della campagna elettorale, i due partiti principali, Conservatori e Labouristi, avevano ottenuto pressappoco lo stesso denaro dai privati. Nell’ultimo mese c’è stata però un’accelerata delle donazioni a favore dei Conservatori, ben sfruttate in vista dello sprint finale: difficile pensare che queste nuove risorse non abbiano aiutato in maniera sostanziale il partito di David Cameron nella sua netta quanto inaspettata vittoria. Per la cronaca, in GB non ci sono limiti alle donazioni, ed i Conservatori hanno ottenuto da terzi poco meno di 29 milioni di Sterline, contro i quasi 19 milioni dei Labouristi.

Saranno le idee a salvarci? Sarà la buona volontà di chi propone le idee migliori ad evitare che la politica diventi un circo per ricchi? Pensarlo purtroppo è utopia. La politica, ce lo insegna la filosofia e la storia, anche quella del nostro paese, non è fatta solo di scontro ideologico, ma soprattutto di rappresentanza di interessi. Nell’era delle democrazie sociali, questo è sempre più vero. E’ il grande equivoco, per non dire l’inganno, del nostro tempo: non sono solo le idee a distinguere ai partiti, se non alcune di fondo che restano, ma che vengono ogni giorno messe sempre più alla prova. Sono, sulle fondamenta di queste basi sempre più sottili, gli interessi di chi decide di sostenere il partito di turno a contare. Che siano quelli di una grande impresa, di un sindacato o di una specifica categoria di lavoratori, dai tabaccai agli imprenditori agricoli, etc. Nel fare un elenco si potrebbe andare avanti all’infinito.

L’idea di interesse generale da tempo non è più univoca, ma è sempre più figlia dell’incontro/scontro tra gli interessi particolari più diversi. Cambia perciò nel tempo, a seconda di chi ottiene più influenza. Con la scomparsa del finanziamento pubblico ai partiti finisce l’era dell’accesso generale, attraverso i soldi delle nostre tasse, al dibattito politico. Inizia invece quella dell’accesso condizionato: più gente è interessata a quel che io, persona o partito, ho da dire, più è disposta a finanziarmi, più ho possibilità che le mie idee diventino idee di governo. E’ assolutamente lecito, ma come tutto – compreso il sistema precedente, che di vizi ne aveva a iosa – ha i suoi pregi e i suoi difetti.

Se dunque, vista la sfiducia nel sistema dei partiti, i finanziamenti del pubblico generico sono vicino allo zero, è ovvio che l’accesso condizionato sia permesso solo a chi ha dalla sua parte grandi investitori. E’ logico dunque che un partito debba promuovere un’offerta politica generale che pensi a tutta la popolazione, ma non ci si può aspettare che non abbia un occhio di riguardo per il suo finanziatore, se non altro perché questi gli permette di avere più possibilità di essere competitivo in campagna elettorale.

Dobbiamo dunque preoccuparci di questi dati? Si, eccome, se non vogliamo che la politica diventi sempre di più un affare per pochi. Togliere il finanziamento pubblico ai partiti può essere giusto. Ma a patto che noi tutti, come cittadinanza nel complesso, siamo disposti ad appoggiare anche con le nostre risorse chi intendiamo votare, per far si che convinca sempre più gente a seguire quella strada. In caso contrario, lo stato, già pessimo, della nostra democrazia è destinato solo a peggiorare.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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