La finanza locale dimenticata

04/11/2014 di Federico Nascimben

L'autonomia finanziaria di regioni ed enti locali è ancora un miraggio, ed è stata messa in secondo piano durante l'ultima riforma del Titolo V della Costituzione

C’è un passaggio, nel corso dell’audizione odierna della Banca d’Italia sulla legge di stabilità, che riguarda le conseguenze sulla finanza locale della manovra (si veda la relazione illustrativa da pag. 37 in poi), in quanto questa, oltre a richiedere 3,5 miliardi di tagli alle Regioni, 1 alle Provincie e 1,2 per i Comuni (anche se l’effetto netto è -200 milioni), prevede anche un taglio dell’Irap:

Il ridimensionamento dell’Irap consente un significativo alleggerimento del costo del lavoro ma comprime i margini di autonomia delle Regioni, per le quali il tributo rappresenta la principale fonte di finanziamento

Come noto, infatti, l’Irap rappresenta un tributo che serve a finanziarie la spesa sanitaria in capo alle Regioni (che rappresenta circa l’80% della loro spesa). Il passaggio più importante è però il secondo, in cui viene sollevato il nodo della finanza derivata in un contesto, com’è quello italiano, che non ha ancora deciso quale assetto istituzionale darsi, vagando sospeso fra spinte federaliste e necessità accentratrici per meglio controllare la spesa:

In un assetto efficiente, gli enti decentrati devono poter essere responsabili dei livelli di entrate e di spese e – su questa base – venire giudicati dai cittadini. Inoltre, gli interventi modificano in misura significativa la struttura del tributo, rendendo opportuno avviare una riflessione sul suo ruolo nel sistema fiscale italiano

Chiamparino, Regione Piemonte
Sergio Chiamparino, presidente della conferenza dei presidenti delle Regioni.

In estrema sintesi, nonostante anni passati a parlare di federalismo fiscale (o, meglio, di autonomia finanziaria), il nostro rimane di fatto un sistema di finanza derivata per quanto concerne Regioni ed Enti locali. Questo perché non vi è la possibilità, per le varie articolazioni in cui si divide lo Stato, né di disporre di risorse proprie, raccolte sul proprio territorio, tramite dei tributi propri (c.d. autonomia di entrata), né di poter scegliere le finalità della propria spesa (c.d. autonomia di spesa). Le entrate di Regioni ed Enti locali, invece, derivano da trasferimenti statali, compartecipazioni e addizionali. Le conseguenze di questo sistema sono sotto gli occhi di tutti, ma si possono sintetizzare con la compressione dell’autonomia politico/decisionale e la deresponsabilizzazione nell’uso delle risorse.

L’ultima riforma costituzionale (ancora in corso d’approvazione, ricordiamo) modifica l’articolo 119 della Costituzione sopprimendo i riferimenti alle provincie e sostituendo il secondo (“I Comuni, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri e dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio, in armonia con la Costituzione e secondo quanto disposto dalla legge dello Stato ai fini del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”) e il quarto comma (“Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti assicurano il finanziamento integrale delle funzioni pubbliche attribuite ai Comuni, alle Città metropolitane e alle Regioni”) di un articolo che fu già emendato fortemente dalla precedente riforma del Titolo V del 2001. In particolare, il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario diventa materia di competenza esclusiva dello Stato (e non più concorrente), e si pone maggiore enfasi sul principio dell’equilibrio di bilancio (introdotto nel 2012, e spesso chiamato erroneamente “pareggio di bilancio”) tra entrate e spese delle Amministrazioni regionali e locali, e sul rispetto dei vincoli comunitari.

Punto centrale della questione è che tutto dipenderà da come questo sistema verrà concretamente implementato, soprattutto in seguito al ruolo che avrà il nuovo Senato delle Autonomie nel procedimento rafforzato, dato che la Camera Alta sarà il luogo di raccordo tra Stato centrale ed Enti locali e regionali. Ma il punto dirimente continua a rimanere sempre quello: la necessità di disporre e controllare le risorse dal centro per poter gestire la difficile situazione di finanza pubblica alla luce delle regole europee. Basti prendere il caso Imu, e i continui cambiamenti di legislazione in materia.

Oltre a questi punti, è lecito dubitare perché, ad esempio, la legge di attuazione del’art. 119 (modificato nel 2001 con la riforma costituzionale) arrivò solamente nel 2009 con la “delega al Governo in materia di federalismo fiscale (l. 42), ben otto anni dopo e, soprattutto, i relativi decreti delegati hanno trovato vita propria in minima parte, bloccati (neanche a dirlo) dalle ristrettezze e dalle necessità di bilancio.

The following two tabs change content below.
Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
blog comments powered by Disqus