Il filo rosso dello Stato Islamico tra Dacca, Istanbul e Baghdad

07/07/2016 di Stefano Sarsale

Da Dacca a Baghdad, il filo rosso che mostra la uova strategia di un'IS sempre più in difficoltà: tra l'esasperante ricerca dell'impatto mediatico e una maggiore diversificazione d'azione

Islamic State

L’attentato di Dacca, del 1°luglio, ha visto nella sua tremenda esecuzione tutti gli elementi del modus operandi dello Stato Islamico: colpire un’area particolarmente significativa come il quartiere diplomatico, ed in particolare una caffetteria frequentata soprattutto da occidentali, hanno sin da subito ricollegato la matrice a quella dell’Islamic State sebbene, la rivendicazione, sia giunta solamente nella giornata di ieri.

Successo mediatico. Innegabilmente, gli elementi di cui sopra, uniti dal grande eco internazionale dell’accaduto, dovuto al coinvolgimento di cittadini italiani e giapponesi, hanno fatto dell’azione dell’IS un successo di grande impatto propagandistico. L’obiettivo principali del terrorismo, ben lungi dal tradursi nel professare ideologie atte a cambiare il mondo, è principalmente quello di autopromuoversi, da un punto di vista di immagine, così da raggiungere il più elevato grado possibile di conoscenza. L’atto terroristico in sé, è infatti gesto inutile qualora non venga recepito, in qualche modo, dalla maggior parte delle persone possibili: altrimenti l’impatto psicologico e l’influenza sull’ordinarietà della vita delle persone, risulterebbe minimo. Purtroppo – a prescindere dal caso in questione – più volte il terrorismo ci ha insegnato di soffrire la poca “pubblicità” mediatica ma, raramente, la rete di informazione globale ha agito di conseguenza. Al contrario:  ha spesso esasperato e amplificato oltre il necessario la pubblicità data a questi soggetti.

Terrorismo che cambia.  Un secondo punto su cui vale la pena soffermarsi, concerne l’identità degli attentatori. Essi sono infatti stati definiti come figli della borghesia medio-alta bengalese, ammaliati dal fascino della propaganda del Califfato. Chiaramente, tale notizia ha suscitato grande scalpore. Uno scalpore parzialmente immotivato, andando ad osservare fenomeni di stampo terroristico del passato e del presente.  Nell’immaginario collettivo, il terrorista non è certo appartenente alle classi agiate della società, ma nella realtà – pensiamo al terrorismo italiano, ma non solo – la situazione è diversa. Ovviamente, il fatto che il messaggio dello Stato Islamico attecchisca indipendentemente dall’estrazione sociale, e che lo faccia con maggiore efficacia rispetto ad altri momenti del terrorismo islamico del passato, è una variabile da tenere bene in considerazione, ma di cui non stupirsi. L’IS è infatti espressione di un fondamentalismo virale e patologico che supera la categorie di religione e di località, per inserirsi invece all’interno di una visione del mondo, per quanto fanatica e distorta. Lo fa insinuandosi laddove esiste un disagio che, con la morte delle grandi ideologie, è andato perdendo le proprie valvole di sfogo. A ciò, occorre anche aggiungere due dimensioni molto più “futili” del reclutamento, ma che caratterizzano i terrorismi di ogni matrice ed in ogni luogo del Mondo: la noia, il desiderio di “azione” e di notorietà.

L’attentato nel contesto mondiale. Da un punto di vista geopolitico, l’attentato va chiaramente contestualizzato all’interno di un quadro che ha visto l’IS arretrare giorno dopo giorno. Fallujah, uno dei simboli del Califfato, è caduta per mano degli iracheni, e l’estensione del territorio controllato tra Siria ed Iraq si è ridotta di circa il 40 per cento. Non deve quindi stupire che, in un momento di forte debolezza, la leadership dell’IS abbia sollecitato più e più volte a moltiplicare gli episodi di terrorismo. L’attentato all’aeroporto di Ataturk, l’autobomba esplosa a Baghdad e Dacca sono legati da un unico filo conduttore. Un filo caratterizzato dall’esigenza di rilanciare, da una parte, la propria immagine, dall’altra di rendere la propria azione – che a livello di controllo territoriale rischia di vedere fine – ad un raggio più ampio, difficile da contrastare, imprevedibile.

Ciò è particolarmente evidente se pensiamo a quanto accaduto lo scorso 3 luglio a Baghdad, una città colpita giornalmente da attentati suicida ed auto bombe, rivendicate quasi sempre dallo Stato Islamico. Era necessario, quindi, compiere qualcosa di “clamoroso”, che potesse avere grande impatto mediatico. Ancora una volta, l’obiettivo è stato centrato, lasciando senza vita oltre duecento persone e ferendone cento.

Un’evoluzione più “tradizione”. Più lo Stato Islamico si indebolisce, tanto più la leadership cercherà di dimostrare la propria forza e portata globale, per mantenere alto il proprio appeal. Gli attacchi si moltiplicheranno sia nel numero che nelle aree d’interesse. Ciò è da considerarsi – fondamentale comprenderlo – come uno step naturale del ciclo di vita dell’Islamic State, sempre più accerchiato e debole, piuttosto che come un’estensione di potenza e influenza dello stesso. Cosa aiuterà a spezzare, almeno in minima parte, questa nuova fase dell’azione del Califfato? Non cadere nel panico, certo, ma soprattutto ridurre, per quanto possibile, l’amplificazione eccessiva fornita dai media. Qualcosa, in tal senso, è stato già fatto: i video delle esecuzioni, a lungo principale arma di propaganda, sono quasi del tutto scomparsi dai media occidentali.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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