FIFA: neanche gli USA salveranno il calcio

29/05/2015 di Andrea Viscardi

Blatter non molla e, cosa ancora più paradossale, non solo riceve messaggi di sostegno, ma ci sono grandi probabilità che venga addirittura rieletto. D’altronde, se anche esistesse un “sistema Blatter”, è difficile credere che molti tra quelli che oggi dovranno votare non ne abbiano tratto vantaggio

Hanno contribuito in modo incisivo, per ben due volte, a mettere la parola fine alle guerre più spaventose che la storia possa ricordare, e poi hanno anche aiutato l’Europa a ricostruirsi. Ma non chiedetegli di sistemare lo sport più amato del mondo perché, probabilmente, da domani alzeranno le mani in segno di resa anche oltreoceano.

Dopo lo scandalo che ha colpito i vertici del calcio mondiale, lasciando (al momento) fuori solamente l’imperatore, l’Ecclestone del pallone, altrimenti detto Sepp Blatter, nulla o poco sembra poter veramente cambiare. Dopo diciassette anni a capo della FIFA, Sepp non vuole mollare, e dimostra che se è a capo dei vertici del calcio, qualcosa d’italiano deve averlo. Non solo non decide di farsi da parte ma si giustifica, affermando come sia impossibile, per lui, riuscire a vedere e a venire a conoscenza di tutto. Insomma, la poltrona è mia, le responsabilità di ciò che succede qui dentro, no.

Una situazione che, francamente, sarebbe ancora più discutibile se qualcuno tra i giornalisti italiani avesse fatto il suo lavoro, riportando i rapporti tra quella famosa Infront – coinvolta nello scandalo che ha colpito nelle scorse settimane il calcio italiano – e l’erede di Blatter, il figlio Philippe, dal 2006 al vertice della società che, tra l’altro, si è occupata di gestire la vendita dei diritti televisivi dei Mondiali sin dal 2002. Nessuno, però, aveva probabilmente interesse a farlo.

A guardare bene, si capisce anche il perché. Le televisioni che avrebbero dovuto parlarne, sono in maggior parte direttamente coinvolte nell’inchiesta dei diritti tv. Non la Rai, ma sappiamo che spesso, in quei lidi, la parola “informazione” viene scambiata per pura mitologia. E i giornali? Qualcuno ha scritto la parola Infront, ma senza andare a inquadrare la società e chi ne fa parte. Strano che ciò accada, in un Paese dove tutti vengono schiaffati in prima pagina.

L’ennesima dimostrazione, se servisse, che quello della famiglia Blatter è oramai un impero consolidato, potente, influente ed inserito in ogni ramo del calcio, dove per “ogni ramo”, ci riferiamo in primis al business che ruota intorno al rettangolo di gioco. Altrettanto chiaro, che qualora un sistema corrotto e d’interesse esistesse, sarebbe sciocco credere che tra i 209 delegati delle federazioni che andranno a eleggere il prossimo Presidente non vi sia chi, da questo ipotetico sistema, è stato in grado di trarre vantaggio sino ad oggi e pensa di poter continuare a farlo nei prossimi anni, riconfermando Re Sepp. Dagli Stati Uniti, occorre sottolineare, è stato più volte ribadito come i 7 dirigenti fermati – a vertice delle federazioni centro-americane – fossero solo il primo step di un’inchiesta ben più articolata.

Blatter, però, resta attaccato allo scranno, forte del consenso conquistato disseminando favori in ogni dove.L’Africa, ad esempio, è tutta con lui. Perché Blatter ha saputo tenersela buona, negli ultimi dieci anni, con il Goal Development Program, che ha permesso a decine di migliaia di bambini del continente di avvicinarsi al calcio. Questo, naturalmente, è un bene. I problemi iniziano con gli altri, in primis con i due stati al centro degli scandali Mondiale (e quelli ad essi collegati), Qatar e Russia, che secondo le accuse aleggiate negli ultimi quattro anni, si sarebbero “comprate” l’assegnazione dei prossimi due mondiali, proprio grazie ad un sistema diffuso di tipo corrutivo ai cui vertici, inutile fare troppi giri di parole, in molti sostengono vi sia proprio il buon Sepp. L’Asia è un altro baluardo, mentre resta un’incognia l’America Centrale, le cui federazioni erano guidate in parte dai dirigenti arrestati dagli scorsi giorni. Che faranno? Tra i 7 vi erano anche alcuni presidenti di federazioni sudamericane – Brasile e Uruguay, ad esempio – ma come mettersi contro qualcuno che ha riportato – sempre tra non poche polemiche e ipotesi di corruzione – i mondiali in Brasile?

Si ritorna, allora, al discorso di partenza. Come fare a togliere la poltrona a chi ha passato gli ultimi diciasette anni a crearsi dei fortini che, favore dopo favore, sembrano ad oggi essere inconquistabili? Se chi va a votare sono quegli stessi delegati di federazioni i cui vertici sono corrotti o complici del sistema blatteriano, su cui hanno evidentemente costruito la propria carriera, veramente qualcuno può essere così illuso da credere che vogliano cambiare qualcosa?

Salvo miracoli o conversioni dell’ultimo minuto, allora, sarà difficile che nelle prossime ore qualcosa possa cambiare. Insomma, il  27 maggio non sarà mai ricordato come il D-day del calcio, né il 29 come il giorno della liberazione. Neanche gli Stati Uniti, per ora, possono tanto.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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