Se anche Fidel Castro chiede alla Corea del Nord di evitare la guerra…

06/04/2013 di Elena Cesca

In una sua “reflexion” pubblicata dai giornali cubani, I’ex Presidente cubano, Fidel Castro, richiama il suo alleato, la Corea del Nord, alla razionalità. “Se ci sarà una guerra i popoli di entrambe le parti della penisola saranno terribilmente colpiti, senza benefici per nessuno”.

Chi non muore si rivede. L’incipit è un po’ macabro, ma purtroppo è quasi d’obbligo: se negli anni ’60 la crisi di Cuba non fosse stata risolta, Fidel Castro – e probabilmente gran parte della popolazione mondiale – non starebbe qui, a vent’anni dalla fine della guerra fredda, a scongiurare che si ripetano gli errori e i pericoli di un tempo. Castro, che sa cosa voglia dire vivere sotto la minaccia nucleare, ricorda a Pyongyang i suoi doveri con paesi che sono stati suoi grandi amici. Una guerra nucleare cagionerebbe danni ad almeno il 70% della popolazione del pianeta, quindi Cuba ne sarebbe direttamente vittima. Dall’altra parte, ha richiamato gli Stati Uniti alla pazienza, nonostante l’escalation della Corea del Nord. Lo ha fatto ponendo l’inquilino della Casa Bianca in un confronto psicologico con i suoi predecessori: qualora l’America cedesse allo scontro, il  secondo mandato di Obama sarebbe “sepolto da un diluvio di immagini che lo rappresenterebbero come il personaggio più sinistro della storia degli Usa”.Fidel Castro ha avvertito la Corea del Nord

Il dramma della prossimità. Le innovazioni nel campo dei trasporti e della comunicazione telematica portavano, già negli anni ’90, a sostenere che la nostra fosse un’era caratterizzata dalla “fine della geografia”. Se si alludeva ad un mondo sempre più interconnesso e interdipendente,  mai come in questi giorni Cina, Russia, Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti si stanno accorgendo quando valgano ancora i confini nazionali, la vicinanza geografica e quanto sia importante intrattenere buoni rapporti nel proprio vicinato. Ma cosa ha spinto la Corea del Nord a dichiarare un attacco agli Stati Uniti? Ripercorriamo brevemente il passato e cerchiamo di capire il presente.

Senza arte né parte. In questo caso, il vicino di casa è uno staterello di periferia i cui confini vennero decisi alla fine della II Guerra Mondiale. Dal 1910 l’intera penisola coreana era in mano giapponese e nella Conferenza del Cairo (1943) venne deciso che la liberazione del paese doveva avvenire mediante una penetrazione congiunta di forze armate sovietiche e americane. Venne, così, divisa secondo una linea di demarcazione militare lungo il 38esimo parallelo. Da allora nel Nord si rafforzò il partito comunista di Kim Il Sung, mentre nel sud si stanziarono gli Americani. Seguirono forniture di armi da parte della Cina di Mao e di armamenti tecnologicamente più avanzati dall’Urss, finché nel giugno del 1950, le forze della Corea del Nord iniziarono l’attacco bellico contro Seul (Corea del Sud). 16 paesi si schierarono con gli Stati Uniti per supportare il Sud e l’ONU si pronunciò per il ritiro delle truppe nord coreane. Nel ’52 venne firmato l’armistizio e si ristabiliva sostanzialmente la situazione preesistente e la divisione in due stati:Corea del Nord, con capitale Pyongyang, e Corea del Sud, con capitale Seul. Dopo tre anni di guerra e 2 milioni di morti, la Guerra di Corea veniva etichettata come la prima vera e acuta fase di confronto USA-URSS della guerra fredda in cui si minacciava l’uso della bomba atomica per risolvere il conflitto. I due stati coreani avrebbero gravitato intorno ai poli americano e sovietico per altri 50 anni.

La svolta.  A partire dal 1993 – un anno dopo la crisi definitiva dell’Urss – la Corea del Nord annunciò di voler uscire dal Trattato di non proliferazione nucleare, ovvero quello firmato nel 1972 per porre sotto controllo la corsa agli armamenti nucleari. L’Agenzia  Internazionale dell’Energia Atomica (IAEA) accusava da tempo Pyongyang di detenere armi nucleari e proseguire i suoi studi nel settore. Non permettendo il controllo dell’IAEA, nel 2003 la Corea del Nord si ritira dal Trattato. Dopo numerosi moniti da parte della comunità internazionale, Cina, Russia, Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti- che condividono con la Corea i confini o le acque- avviano il cosiddetto “Six Party Talks”, ovvero un sistema di dialogo tra le sei nazioni per scongiurare l’utilizzo delle armi nucleari. Nonostante i tentativi diplomatici, la Corea del Nord ha continuato a testare i suoi missili, sebbene si siano rivelati di basso potenziale.

Il punto. Cosa spinge Pyongyang? Fine minimo dello Stato è la sua sopravvivenza, la cui garanzia è possibile solo attraverso un fondato calcolo della propria forza e dei propri interessi. Dichiarando guerra agli Usa, Pyongyang vuole affermare la sua presenza, dicendo al mondo che non è più lo stato satellite di un tempo. Così facendo, tuttavia, sembra esplicitare una sindrome – quella dell’accerchiamento russo, cinese o giapponese- o dell’inferiorità – rispetto alla Corea del Sud.  Gli Americani, difatti, da tempo si divertono a simulare la guerra o ad esercitarsi nelle acque del Pacifico e l’ombrello Nato sotto cui si protegge Seul fa preoccupare Pyongyang, che si sente sempre più pressato dagli alleati. Poiché l’essenza di ogni conflitto consiste nell’imporre all’avversario la propria volontà,  la Corea del Nord lo fa minacciando il suo “potenziale nucleare”, ma non dichiarando i suoi reali interessi. Se per “minaccia”, inoltre, s’ intende la comunicazione dei propri incentivi per far capire all’altro le conseguenze automatiche della propria azione, le ragioni dell’aggressore non sono affatto chiare.

Kim Jong-unCorsi e Ricorsi. Negli anni ‘60/’70, l’impossibilità di conoscere pienamente il nemico e di confidare totalmente nella fiducia raggiunta furono i presupposti della politica del dispiegamento tra Usa e Urss. La possibilità di subire un danno senza conoscerne l’entità, né l’intensità dell’attacco e l’incertezza di disporre di un quantitativo di forze sufficienti a rispondere all’offesa sono stati gli ingredienti essenziali della ricetta della strategia della dissuasione e della deterrenza della guerra fredda.

Non permettendo i controlli dell’IAEA, la Corea del Nord sta cercando di ricreare quel complesso ed occulto meccanismo di comunicazione, propaganda e disinformazione tipico della Cold War che renderebbe il livello d’insicurezza e pericolosità di un possibile conflitto molto più alto. La minaccia dei missili intercontinentali – un tempo si diceva che Washington avrebbe bombardato Mosca solo attivando un bottone – solleva ancora una volta il dramma di non poter risolvere le controversie attraverso gli schemi della diplomazia, bensì attraverso una nuova “gara dei nervi”.

Credibilità. «Una minaccia, per essere efficace, deve essere credibile”, così, il premio Nobel per l’economia, Thomas Schelling, spiegava in La Strategia del Conflitto come America e Unione Sovietica evitarono la guerra nucleare durante la guerra fredda. La credibilità dipende dai costi e dai rischi associati con la sua messa in atto e da chi la formula. Il non ricorso all’attuazione di meccanismi di rappresaglia apocalittica sono stati possibili fin’ora in quanto c’è stata la consapevolezza della mutua distruzione: una guerra nucleare creerebbe una condizione in cui i vivi invidierebbero i morti. I rischi sarebbero alti non solo per chi è attaccato, ma anche per chi attacca, in quanto il contrattacco potrebbe essere molto più forte.

Razionalità. In secondo luogo, bisognerebbe analizzare gli attori coinvolti nella controversia. La razionalità degli stessi porta al calcolo dei pro e dei contro di un conflitto. Nel caso di quello nucleare, la possibilità che il mondo intero esploda, fa distogliere anche il senso di una gloria che non verrebbe dichiarata da nessuno e da nessuna parte. Il problema, in questo caso, è che può essere perfettamente razionale desiderare di non essere razionale. In altre parole, Pyongyang fingerebbe di voler avviare la guerra solo per spingere l’America ad accondiscendere alle sue lusinghe, anziché rischiare l’annientamento.

Quindi? Se l’efficacia di una minaccia è relativa alla ragionevolezza degli attori, sembrerebbe che il dispiegamento dei missili di difesa, da parte americana, renda noto come Washington non abbia ancora ben compreso che rispondere ad un attacco sia davvero rischioso per il mondo intero. Intanto il governo nordcoreano afferma da mercoledì prossimo, 10 aprile, non sarà garantita la sicurezza delle ambasciate e delle organizzazioni internazionali nel paese in caso di conflitto. La Corea del Nord dimentica, così, che secondo gli accordi contenuti nella Convenzione di Vienna, ha la responsabilità di proteggere le missioni diplomatiche.

Non permettendo i controlli da parte dell’ Agenzia Internazionale per l’ Energia Atomica, non siamo certi del potenziale bellico coreano. Se a quarant’anni di distanza dagli accordi sul contenimento delle armi nucleari ci ritroviamo a interrogarci sulla razionalità degli attori statali, sembrerebbe che lo spirito di sopravvivenza e l’avidità del potere per il potere continui a dettare le gesta delle nazioni e urge il bisogno di spolverare i tavoli delle trattative. Tavoli ai quali dovrebbero sedere la maggior parte degli Stati del globo, non più solamente gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, in quanto la minaccia, ormai, non è più apportata dalla guerra fredda, ma da un certo numero di piccoli Stati che si sentono legittimati a tenere le dita sui grilletti.

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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