Fiction e Mafia, quando il crimine diviene mito

07/06/2013 di Luca Tritto

Mitizzare la criminalità organizzata, una moda sempre più diffusa sul piccolo schermo

Mafia e televisione

Con la messa in onda su Canale 5, nella prima serata di ieri, della prima puntata della fiction “Pupetta – il coraggio e la passione”, aumenta il numero delle trasposizioni televisive e cinematografiche aventi, come tema principale, storie criminali. Storie con protagonisti che, il più delle volte, sono personaggi realmente esistiti, dei quali si fa un ritratto forse distorto, rispetto alla natura violenta e sanguinaria che li ha caratterizzati.

Dal “Padrino”… – I primi a girare film con temi riguardanti la criminalità organizzata furono gli americani, quando si resero conto che qualcosa era cambiato nel panorama criminale nazionale, con l’arrivo degli italiani. Le prime pellicole importanti furono Piccolo Cesare (1930) e Scarface (1932). Il mito del gangster nasce lì. Storie di bulli, pupe, personaggi simpaticamente visti come fuori dalle regole, anticonformisti anticipati. Il fenomeno assume rilevanza mondiale con l’uscita de Il Padrino (1972), la storica saga della famiglia Corleone, interpretata magistralmente da Marlon Brando, Al Pacino, Robert Duvall e Diane Keaton. La figura del mafioso italo-americano viene tradotta in personaggi legati a valori ancestrali contrapposti alla modernità di un nuovo mondo, dando una distorta visione romantica della Mafia come organizzazione fatta da uomini d’onore. Una versione totalmente ribaltata dalla trilogia sulla mafia di Martin Scorsese: Mean Streets (1973), Quei Bravi Ragazzi (1990) e Casinò (1995). Lo spaccato di queste pellicole restituisce la vera immagine del criminale nella sua quotidianità, fatta di violenza, inganno, sopruso e immoralità. Non manca però, la voglia di rappresentare il gangsterismo puro, come dimostra la rivisitazione di Scarface (1983) di Brian De Palma, con un Tony Montana magistralmente interpretato da Al Pacino. Un film simbolo del potere criminale, tanto da ispirare Walter Schiavone, cugino del famoso Sandokan dei Casalesi, a farsi costruire una villa identica a quella del boss cubano.

… alle fiction di casa nostra – Se in America il tema della mafia viene ripreso dalla serie tv più premiata al mondo, I Soprano, in Italia non siamo da meno. La storia dei Soprano mostra, come Scorsese, uno spaccato della vita quotidiana dei mafiosi d’oltreoceano, immersi nei problemi legati al crimine come nei drammi personali, riflettendo perfettamente un mondo violento e immorale. Invece, da noi, negli ultimi anni si è assistito a produzioni televisive tendenti quasi a mitizzare figure criminali che hanno scritto con il sangue la storia buia del nostro Paese. Iniziando con Il camorrista di Tornatore, con il quale si voleva rappresentare una realtà violenta da condannare, si ottiene il risultato opposto. Il malefico “Professore” interpretato da un geniale Ben Gazzara, diventa il mito di molti giovani, tra citazioni, musiche e comportamenti. Oggi troviamo serie televisive come Il capo dei capi, L’onore e il rispetto, Romanzo criminale, Il clan dei camorristi, Faccia d’angelo e altri, per finire con l’ultima, Pupetta, appunto. Troppo caratterizzati e mitizzati i personaggi criminali, troppo poco esaltati i personaggi che li combattono.

Influenze e polemiche – Certo, anche altre serie hanno voluto raccontare le storie degli eroi che hanno lottato contro la Mafia, ma c’è un dato sul quale vorrei porre attenzione. Se si da uno sguardo sui social network, Facebook in testa, si nota come sono fiorite numerose pagine aventi come protagonisti proprio quei personaggi criminali raccontati dalle serie tv e dai film. Frasi, citazioni, immagini, diventano motti e dogmi per i giovani internauti, arrivando, appunto, alla mitizzazione del criminale, in barba a tutti coloro che hanno subito la loro violenza o hanno perso la vita nel tentativo di combatterla. Infine, c’è chi, come Silvio Berlusconi, denunciò tempo fa qualcosa di sconcertante. Disse che “film come La Piovra e libri come Gomorra rovinano l’immagine dell’Italia al’estero”. Vorrei dire: Gomorra fu prodotto dalla Mondadori, della quale Marina Berlusconi è a capo; La Piovra, storica serie interpretata da Michele Placido, ebbe il coraggio di ispirarsi a fatti gravissimi accaduti in Italia, cercando di mostrare quanto di malato ci fosse in certe realtà. Infine, paradossalmente sono proprio le reti Mediaset, le principali emittenti delle serie televisive sul tema della criminalità.

Si potrebbe anche aggiungere un altro dato: alcune inchieste hanno portato alla luce episodi di giovanissimi ragazzi i quali, ispirandosi proprio a quei personaggi, misero in atto dei reati quali estorsioni, intimidazioni, alcuni addirittura affibbiandosi i soprannomi dei film. Se non è influenza negativa questa, allora bisognerebbe ripensare a tutto il modo di rappresentare una realtà violenta e sanguinaria, cercando di dare più enfasi e spazio a chi, rischiando e perdendo la vita, ha lottato per dei valori, quali legalità e giustizia, forse troppo importanti per essere ricordati dalle nuove generazioni. Mitizzare un criminale, sembra più facile e redditizio.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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