Fiat – Chrysler: una fusione più che ambiziosa

02/09/2014 di Alessandro Mauri

Si limano gli ultimi dettagli in FCA dopo la presentazione del primo piano industriale. Ripercorriamo la storia della società

FCA

Procede secondo i programmi la serie di scadenze che porterà alla completa e definitiva fusione tra Fiat e Chrysler, vero e proprio capolavoro di politica industriale portato avanti con determinazione dall’Amministratore Delegato, Sergio Marchionne. Ora si punta ad un piano industriale molto ambizioso.

Avanti tutta – Il 4 settembre verranno resi noti i dati definitivi sul numero di azionisti che hanno deciso di far valere il proprio diritto di recesso dopo la fusione e il trasferimento della sede legale ad Amsterdam. Se dovessero essere esercitati per un controvalore superiore ai 500 milioni di euro l’operazione di fusione subirebbe uno stop molto complicato e difficile da gestire, tuttavia i segnali sono stati molto incoraggianti e pare che, a pochi giorni dalla scadenza del termine, la cifra (come sottolineato da un comunicato stampa della stessa Fiat – Chrysler) sarà molto al di sotto del valore soglia, dimostrando un segnale di grande fiducia da parte degli investitori e degli azionisti, nonostante i timori della borsa, che in questi giorni aveva fortemente penalizzato il titolo Fiat, temendo proprio un superamento della soglia dei diritti di recesso e la conseguente sospensione delle operazioni di fusione. Ora tutto può procedere come da programma, con il trasferimento definitivo della sede legale e  la quotazione a New York, vero e proprio momento chiave di tutta l’operazione, che dovrebbe avvenire nel mese di ottobre.

Piano ambizioso – Il piano industriale del gruppo Fiat – Chrysler, elaborato dal suo AD Sergio Marchionne, per il periodo 2014-2018 è molto ambizioso e si propone di rilanciare tutti i brand al suo interno, da Alfa Romeo a Maserati, passando per Jeep, e di costruire uno dei gruppi del settore automobilistico più importanti. Innanzitutto si vuole raggiungere, nel 2018, la produzione di 7 milioni di automobili nel mondo, che porterebbe ad insidiare le posizioni del gruppo Ford e della coreana Hyundai (ma sempre molto distante dai colossi Toyota, GM e Volkswagen, che superano tutti i 10 milioni di vetture prodotte all’anno). Il tutto grazie ad investimenti pari a 50 miliardi di euro complessivi che permetteranno di sfruttare al 100% la capacità produttiva degli stabilimenti in Italia ed in Europa, ferma al momento tra il 50% e il 60% del potenziale. E’ previsto il lancio di otto nuovi modelli Alfa Romeo, di sei nuovi modelli del marchio Maserati e otto di Fiat, oltre a ciò si punta forte sul marchio Jeep, tanto da passare da 4 a 10 impianti di produzione in sei diversi Paesi.

Il ceo di Fiat – Chrysler: Sergio Marchionne.

10 anni di successi – Eppure solo dieci anni fa Fiat era un gruppo al collasso, sfinito dal lancio di modelli fallimentari e tenuto vivo quasi esclusivamente dai continui interventi dello Stato per impedire il default di uno dei più importanti gruppi industriali del nostro Paese. Nel 2003 infatti Fiat aveva chiuso con una perdita di 500 milioni di euro e un passivo di oltre 2 miliardi, poi la rivoluzione di Marchionne: in dieci anni fatturato più che raddoppiato a 112 miliardi di euro, utile netto superiore agli 11,5 miliardi di euro nel periodo (di cui 8,5 di competenza Fiat), quotazione in borsa cresciuta del 174%. Il tutto condito da prese di posizione eclatanti, come nell’Aprile 2010, quando Fiat disdice il contratto nazionale e ne propone uno nuovo, tra l’opposizione feroce dei sindacati, specialmente della FIOM, e discussi referendum che approvano il nuovo contratto. Poi il salto di qualità con l’acquisizione e poi la totale fusione con il gruppo Chrysler, benedetto negli Stati Uniti da politica e sindacati, visto piuttosto male in Italia che teme la chiusura degli stabilimenti.

Un vantaggio per tutti – Ulteriori polemiche sono scoppiate per il trasferimento della sede ad Amsterdam e la quotazione a New York, un vero e proprio affronto per i sostenitori dell’italianità a tutti i costi delle imprese. In realtà non si vede il motivo per cui il sacrosanto diritto della libertà di impresa non debba valere per Fiat o, meglio ancora, debba valere per quanti investono dall’estero in Italia, ma non per coloro che fanno il contrario (e poco importa se in Italia le condizioni di tassazione, tutela dei contratti e di sentimento anti-industriale, farebbero fuggire anche il più paziente degli imprenditori). Inoltre il fatto che la sede sia spostata in un altro Stato non implica, necessariamente, la chiusura degli stabilimenti in Italia, che poi è la cosa più importante. Ben più pericoloso, da questo punto di vista, è il muro contro muro a cui da molto tempo si assiste tra Fiat e sindacati, i quali (almeno una parte di essi) rendono impossibile qualsiasi innovazione contrattuale e del lavoro, nonostante le nuove condizioni economiche e del mercato lo richiedano.

Il caso Fiat dovrebbe essere portato ad esempio di successo internazionale di un’impresa italiana, e il motivo del trasferimento della sede all’estero (che nel 2014 è più che legittimo) va ricercato non, come molti sostengono, nell’arroganza di Marchionne, ma nel pessimo clima economico e culturale in cui le imprese sono costrette ad operare in Italia.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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