Ferdinando Galiani, le petit abbé economista

01/06/2013 di Matteo Anastasi

Ferdinando Galiani

È la rovente estate del 1751 quando a Napoli, una delle grandi capitali dell’Europa illuminista del Settecento – nella tipografia di Giuseppe Raimondi – appare il trattato, anonimo, Della Moneta. L’autore dell’opera gode in breve tempo del raro privilegio di essere apprezzato o criticato – comunque dibattuto – per le sue idee e non per il suo nome. Il mistero è svelato di lì a poco. Celestino Galiani, uno degli intellettuali più influenti del Regno – da un quindicennio sotto la guida di Carlo di Borbone – viene allo scoperto, ammettendo che «l’autore […] non fosse diverso da Ferdinando mio nipote».

Quel Ferdinando porta il suo stesso cognome ed è, allora, poco più che ventenne. Nato a Chieti, capoluogo della provincia di Abruzzo Citera, il 2 dicembre del 1728, era giunto nella Napoli borbonica sette anni più tardi. Ivi riceve un’educazione classica, sotto la supervisione proprio dello zio Celestino, teologo, Cappellano Maggiore del Regno e tra i fondatori dell’Accademia delle Scienze, in breve capace di mettere in discussione l’esprit de système propugnato dai cartesiani. Introdotto da Bartolomeo Intieri, amico di Celestino Galiani e amministratore dei fondi toscani annessi al Regno, Ferdinando si trova rapidamente a suo agio tra i circoli intellettuali della capitale e gli studi economici che intraprende con avidità. Come ha ricordato Giovanni Farese, uno dei biografi di Galiani, la Napoli del tempo ha pieno «diritto di cittadinanza nella geografia dell’illuminismo europeo. Come quello scozzese [che vede come suo astro Adam Smith], l’illuminismo napoletano è un fenomeno ‘periferico’, ma non minore, per modernità di pensiero, rispetto a quello francese. La distanza da Parigi sta, oltre che nel dato geografico, in una maggiore propensione a riconoscere le imperfezioni e i limiti della ragione, nonché in una più ampia considerazione della natura umana, in cui fanno capolino i condizionamenti dettati dall’istinto e dall’abitudine […] Sin dai primi del secolo, con la fine della incorporazione nella monarchia spagnola, gli intellettuali italiani in generale e napoletani in particolare si orientano verso la cultura filosofica e scientifica di Francia, ma ancor più d’Olanda e d’Inghilterra, in specie verso l’empirismo del Saggio sull’intelletto umano di John Locke». E, non a caso, nel 1744, Galiani avvia la traduzione di Some Considerations on the consequences of the Lowering of Interest and the Raising of the Value of Money di Locke, con specifica attenzione alla moneta. Il progetto viene presto accantonato.

ferdinando-galianiL’anno successivo, è il 1745, Ferdinando prende gli ordini religiosi, diventa abate di Santa Caterina a Celano e inizia a dedicarsi a quello che rimarrà il suo capolavoro. È il 1751, anno simbolo per l’illuminismo europeo – è il momento in cui d’Alembert e Diderot avviano il progetto dell’Encyclopédie – quando irrompe il Della Moneta, un classico del pensiero economico mondiale. «In esso l’abate affronta (e anticipa) problemi teorici e pratici, dall’origine della moneta alla definizione del suo valore, dai problemi dell’alzamento (inflazione) a quelli dell’interesse, fino a offrire una prima rappresentazione di equilibrio economico. Livre de chevet di Alessandro Manzoni, il trattato è apprezzata lettura di due giganti dell’economia del Novecento come Luigi Einaudi e Costantino Bresciani Turroni».

Ma il successo muta gli interessi del giovane Ferdinando. Appena ventitreenne, viene descritto come un genio, tuttavia pigro, indolente. Inizia a girare l’Europa. È il 1759 quando Bernando Tanucci, ministro degli Esteri, lo nomina segretario d’ambasciata a Parigi, la più importante d’Europa, legazione chiave per la trama diplomatica del Regno. Parigi è allora il centro del mondo e a Parigi «Galiani acquista fama di dotto; fa valere le sue doti di brillante intrattenitore; risulta gradito a gentiluomini e dame […] La fama del petit abbé, nato intellettualmente ai piedi del Vesuvio, si propaga dai salotti del barone d’Holbach o della Necker in Europa. Lo considerano gaio come Arlecchino e acuto come Machiavelli. Luigi XV e l’imperatore Giuseppe II ne sono ammirati».

Ma Galiani non trascorre le sue giornate solo tra fasti e ricevimenti. Scrive i Dialogues sur les commerce des bleds, lasciati in custodia a Diderot al momento di tornare a Napoli e inaugurati, nel frontespizio, con un monito dell’adorato Orazio: In vitium dulcit culpae fuga, si caret arte (la fuga dalla colpa è un male, se non è fatta con arte). Compone, dopo il rientro in terra partenopea, il manualetto storico-filologico Del dialetto napoletano e il testo del melodramma Socrate immaginario. Nell’ultima fase della vita conquista la simpatia e la stima di Caterina II la Grande, con la quale intrattiene un fitto carteggio e, per volontà della quale, collabora al trattato commerciale tra il Regno borbonico e la Russia del 1787.

Il 30 ottobre di quello stesso anno, da tempo malato di sifilide, si spegne nell’amata Napoli.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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