Federico II di Svevia, lo stupor mundi (III)

16/01/2016 di Davide Del Gusto

Giunto allo scontro aperto con Gregorio IX e Innocenzo IV, nei suoi ultimi anni Federico II affiancò alla guerra combattuta sul campo numerose battaglie a colpi di decreti per la tutela del proprio potere. Colto da scomunica nel 1239, la sua parabola finale fu costellata di numerosi eventi che minarono le basi dell'autorità degli Svevi nel Mezzogiorno e nell'Impero

Federico II Legislatore

Nel 1238, quando l’attrito tra Federico II e Gregorio IX iniziò a far precipitare i loro rapporti in una situazione di aperto conflitto, l’Europa cristiana si ritrovò a far fronte all’energica riproposizione delle teorie che da secoli toccavano le corde più profonde della legittimità dei poteri universali. La Chiesa romana aveva visto un vigoroso rafforzamento della figura del Papa nel corso dell’XI e del XII secolo: i vescovi di Roma, infatti, avevano cominciato ad associare al titolo di successore di Pietro anche l’altro, ben più caratterizzante e programmatico, di vicario di Cristo, in perfetta linea con il consolidamento della stessa istituzione ecclesiastica. Nel XIII secolo, dunque, dinanzi alla prepotente ascesa di un personaggio ingombrante come Federico, i Papi colsero la necessità di correre ai ripari per salvaguardare la propria autorità. Prendendo così esempio da un illustre predecessore quale Gregorio VII, il Pontefice riaffermò energicamente il principio secondo cui solo a lui spettasse il giudizio supremo sui principi, a partire dall’Imperatore; inoltre, assimilato totalmente il magistero di Innocenzo III, Gregorio IX giustificò la sua superiorità nei confronti di Federico con la teoria del Sole e della Luna: entrambi gli astri furono creati da Dio per illuminare l’uno il giorno, l’altra la notte; ma brillando la seconda di luce riflessa, allo stesso modo l’Imperatore avrebbe dovuto riflettere la luce emanata dal Papa.

Federico II di Svevia, parte I ||| parte II

 Federico II

Nel pieno del successo personale e politico Federico non poteva accettare che il Pontefice considerasse l’autorità imperiale subordinata alla sua e fece di tutto per riconfermare la pari dignità dei due poteri: si rifece così alla sua consacrazione regale come unto del Signore e, di conseguenza, garante della Cristianità. In più, il sospettoso sovrano non tollerò minimamente le ingerenze di Roma sulla nomina dei vescovi del Regno di Sicilia e sul loro operato tanto che, il 10 marzo 1239, sobillò i cardinali a schierarsi contro Gregorio IX, reo di aver foraggiato le spinte centrifughe dei comuni lombardi; pochi giorni dopo il sovrano fu colpito per la seconda volta in vita sua dalla scomunica, destinata a cadere se avesse riconosciuto i suoi impegni formulati nel giuramento di San Germano del 1230; in caso contrario, essa sarebbe rimasta sulla sua persona e avrebbe fatto da apripista alle accuse di eresia e alla sua deposizione. Federico reagì con un feroce attacco a Gregorio, incolpandolo pubblicamente di un odio particolare nei suoi confronti e dichiarandolo ipocrita e indegno della Tiara; per tutta risposta, il Papa scrisse un’enciclica in cui accusò l’Imperatore di eresia e riconobbe in lui l’Anticristo.

La guerra tra i due continuò nelle rispettive cancellerie, che videro affiancare agli atti e alle dichiarazioni ufficiali una serie di operette di propaganda antifedericiana e antipapale destinate ad avere una certa circolazione: Federico stesso riprese l’accusa di eresia e la rigirò al Pontefice, ritenuto un uomo avido e abietto, mentre Gregorio incolpò il sovrano di aver favorito i musulmani, sia in Sicilia che in Terra Santa durante la crociata. Dinanzi a questa situazione, seppur più volte chiamati in ballo, i principi europei non espressero una posizione precisa in merito, temendo eventuali ripercussioni dall’uno e dall’altro lato; il Papa riuscì comunque ad ottenere l’appoggio di Venceslao di Boemia, di Ottone di Baviera e, soprattutto, di alcuni signori e comuni dell’Italia settentrionale, ricevendo inoltre la disponibilità di navi da Genova e Venezia per eventuali attacchi al Mezzogiorno. Con l’acuirsi della tensione, Federico passò all’azione: attaccò Montecassino ed espulse dal regno gli ecclesiastici di origine settentrionale, promuovendo delle indagini per sondare la fedeltà dei suoi sudditi e per controllare i traffici sulle zone di frontiera; si spostò quindi verso Bologna e Milano, che però riuscirono ad evitare ulteriori attacchi, e in seguito conquistò Ancona e Spoleto; infine fece ultimare i lavori di fortificazione del castello di Capua e fece edificare il suo gioiello nelle Puglie, Castel del Monte, simbolo stesso del potere federiciano.

Innocenzo IV
Innocenzo IV al Concilio di Lione;

Nel 1240 riuscì a guadagnare Viterbo dalla sua parte, puntando direttamente su Roma, dove aveva sempre riscosso un certo favore popolare; Gregorio fu però abbastanza accorto da riportare i romani all’obbedienza facendo sfilare in una solenne processione le reliquie dei protettori dell’Urbe, Pietro e Paolo. Federico rinunciò così ad attaccare Roma, saccheggiando comunque il contado della città papalina di Benevento e, successivamente, assediando Ravenna e Faenza. In questo caso l’obiettivo fu ben chiaro: l’Imperatore era interessato a rinsaldare il suo potere sulle città lombarde e a tale scopo nominò suo figlio Enzo legato per il Regno d’Italia. Nel frattempo il Papa convocò un concilio a Roma per il 1241, riaccendendo in Federico la paura della probabile deposizione concordata dagli ecclesiastici convenuti. Lo scontro si inasprì ulteriormente quando le delegazioni di vescovi stranieri, imbarcatesi a Genova per raggiungere Roma, furono intercettate a sud dell’Isola d’Elba dalla flotta federiciana, che affondò la maggior parte delle navi nemiche facendo numerosi prigionieri. Il Papa, furibondo, morì pochi giorni dopo, il 22 agosto.

Scomparso il suo principale oppositore, Federico fece così cessare la propaganda antipapale auspicando l’elezione di un cardinale più dialogante e remissivo. Dopo due mesi di completo disaccordo tra i porporati, grazie all’intervento esterno del senatore Matteo Rosso Orsini, salì al soglio petrino Celestino IV. Appena diciassette giorni dopo il Papa si spense, facendo sprofondare la situazione in un caos di cui avrebbe approfittato lo stesso Orsini, ambizioso pretendente al governo cittadino dell’Urbe. Solo nel 1243, ad Anagni, i cardinali elessero un nuovo Pontefice, che prese il nome di Innocenzo IV: rifacendosi al suo omonimo predecessore, questi ripropose con forza l’idea della superiorità del Papato sull’Impero, giungendo inevitabilmente ad un nuovo scontro con Federico.

Drago
Il drago apocalittico: la settima testa dall’alto è  di Federico II;

Viterbo si ribellò immediatamente al sovrano, le cui truppe non riuscirono a portare a termine la riconquista della città: nel 1244 l’Imperatore propose di rinunciare a tutti i territori pontifici da lui occupati e scese a patti con il Papa, rimanendo però intransigente sul mantenimento della sua indiscussa potestà sul Mezzogiorno e sull’Impero e invocando inoltre l’annullamento della scomunica; il Pontefice, di rimando, pretese l’immediato rilascio delle conquiste sveve come primo passo nelle trattative. Quando poi si seppe che Gerusalemme era nuovamente caduta nelle mani nemiche, il sovrano si propose per tornare in Terra Santa e ricercò il negoziato con Innocenzo, che nel frattempo si era trasferito a Lione. Tuttavia la situazione non mutò e alla fine il Papa convocò un concilio nella città francese per il 1245 con l’obiettivo di deporre l’Imperatore, accusato di inadempienza alle promesse fatte. Il 17 luglio il Pontefice dichiarò solennemente deposto Federico per volontà divina con le seguenti accuse: spergiuro, sacrilegio, guerra alla Chiesa e sospetto di eresia. Pretese infine una nuova elezione per il trono imperiale e minacciò gli altri principi di scomunica qualora avessero continuato ad avere rapporti con lo Svevo.

Per Federico fu l’inizio della sua caduta. Tra tutti, Luigi IX di Francia, al quale si era più volte appellato, sposò la causa di Innocenzo grazie alla dispensa papale che permise a suo fratello Carlo d’Angiò di convolare a nozze con una sua parente. Perso l’appoggio del sovrano francese, l’Imperatore fu costretto a provvedere da sé, formando nel 1246 un consiglio di ecclesiastici che avrebbe dovuto sconfessare l’accusa di eresia. Innocenzo riuscì comunque ad influenzare alcuni principi tedeschi (che elessero come loro anti-re Enrico Raspe, langravio di Turingia), bandì una crociata contro l’eretico Federico e organizzò una congiura ai suoi danni. Scoperte però le macchinazioni del Pontefice, l’Imperatore reagì reprimendo e torturando i cospiratori: il suo potere, almeno all’interno del Mezzogiorno, rimase stabile tanto che poté permettersi un’ulteriore riforma delle province meridionali nella dieta di Barletta; riuscì a convocarne una anche a Cremona nel 1247 e ne indisse una terza in Germania: in tal modo, il sovrano riuscì ad assicurare la tenuta dei suoi enormi possedimenti affidandoli peraltro a uomini fidati come Gualtiero di Manoppello, Riccardo di Caserta e Tommaso d’Aquino.

Mentre i principi tedeschi a lui avversi, dopo la morte di Raspe, confermavano la loro sedizione con l’elezione di Guglielmo d’Olanda, Federico tentò di raggiungere Lione per incontrare il Papa ma fu costretto a tornare indietro per assediare la ribelle Parma; la resistenza della città fu sorprendente e l’Imperatore dovette costruire un enorme accampamento. Nonostante il suo ottimismo, i parmensi attaccarono a sorpresa il 18 febbraio 1248 e trafugarono il tesoro imperiale mentre il sovrano era a caccia: lo smacco per Federico e per il suo mito fu enorme. Divenuto più sospettoso, continuò a gestire il controllo del Nord Italia, presiedendo una nuova dieta a Cremona nel 1249 ed eliminando i suoi nemici, tra cui spiccava il nome del cancelliere Pier della Vigna, accusato di tradimento e lesa maestà.

Il sepolcro in porfido di Federico II nella cattedrale di Palermo.
Il sepolcro di Federico II nella cattedrale di Palermo.

Ma la politica dei suoi ultimi anni non ebbe che alterne fortune a causa delle innumerevoli spinte autonomiste cui far fronte, del tutto impossibili da ricondurre sotto un’unica egemonia: ormai minato da continue malattie, Federico preferì abbandonare molti progetti di riconquista e si ritirò a Foggia nell’ottobre 1249. Poco più di un anno dopo, il 13 dicembre 1250, l’ammalato stupor mundi si spense, ancora colpito da scomunica, nel castello pugliese di Fiorentino e fu in seguito sepolto nella cattedrale di Palermo in uno splendido sepolcro di porfido. Alla sua fine conseguì inesorabile quella del suo casato, poiché i suoi eredi non furono in grado di conservare un’eredità così pesante: l’Impero cadde per molti anni nell’interregno e, nel 1273, la corona fu presa da Rodolfo d’Asburgo; il Regno di Sicilia, invece, uno dei più floridi e stabili d’Europa grazie alle riforme federiciane, sarebbe ben presto caduto, con il placet di Roma, nelle rapaci mani angioine.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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