Il paradosso della Bossi-Fini e la paura di soccorrere i clandestini

04/10/2013 di Andrea Viscardi

La Bossi-Fini e la sua possibile interpretazione è una contraddizione, oltre che rispetto al codice di navigazione italiano, anche rispetto al buonsenso e al rispetto della vita umana

Immigrazione clandestina, bossi-fini

Legge  Bossi – Fini“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque in violazione delle disposizioni del presente testo unico compie atti diretti a procurare l’ingresso nel territorio dello Stato di uno straniero ovvero atti diretti a procurare l’ingresso illegale in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a 15.000 euro per ogni persona.” Quello appena riportato è l’articolo 11 della legge 30 Luglio 2002, n.189, più comunemente nota come legge Bossi-Fini.

Favoreggiamento immigrazione clandestina, Bossi-FiniIl processo del 2007 – Le prime dichiarazioni dei superstiti della strage di Lampedusa indicano la presenza di tre pescherecci, vicini al luogo in cui la barca che trasportava gli immigrati, che si sarebbero allontanati senza prestare soccorso. Il motivo? Il timore di essere processati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Questo perché, l’8 agosto 2007, un peschereccio tunisino che salvò, in acque internazionali, 44 naufraghi, portandoli, come è previsto in caso di soccorso, nel porto più vicino – cioè quello di Lampedusa – venne processato proprio per questo reato. Il tutto si concluse, in I primo grado, con un’assoluzione dal reato specifico, ma con una condanna per resistenza a pubblico ufficiale, per aver violato i tentativi di blocco messi in atto dalle autorità italiane. Un processo che, per quanto non sancì il reato di favoreggiamento, sull’opinione pubblica ebbe un effetto devastante, perché mise davanti agli equipaggi dei pescherecci l’eventualità di essere portati in tribunale prestando soccorso ai barconi clandestini in difficoltà. Nel Testo Unico, in realtà, l’articolo 12 comma 2, permette il soccorso se l’imbarcazione si trova in acque territoriali, i dubbi vi sono a riguardo degli altri casi. Molta confusione, quindi, e qualche problema di interpretazione.

Ognuno per sé – Una legge, la Bossi – Fini, che, a causa delle interpretazioni da parte della Magistratura, incita i pescatori, de facto, a lasciare alla deriva le barche dei clandestini e, come accaduto nella giornata di ieri, ad ignorare il naufragio. Perché il rischio è quello di perdere giorni di prezioso lavoro e dover prendere l’aereo per Agrigento, la cui procura è quella di responsabilità dell’isola.  Una situazione assurda, soprattutto se si considera il codice di navigazione italiano.

Il codice di navigazione italiano – L’articolo 489, infatti, prevede il soccorso obbligatorio qualora una nave sia “in pericolo di perdersi” o nel caso in cui “a bordo della nave o dell’aeromobile siano in pericolo persone”. Come se non bastasse, lo stesso articolo, non considera tale legge valida per le navi in viaggio, ma anche per quelle pronte a partire che siano a conoscenza del pericolo corso da una nave. L’articolo 490, quindi, prevede che, nel caso in cui la nave sia in pericolo o del tutto incapace di manovrare, il comandante della nave soccorritrice sia “tenuto […] a tentarne il salvataggio, ovvero, se ciò non sia possibile, a tentare il salvataggio delle persone che si trovano a bordo”. Le pene previste dall’articolo 1158, “Omissione di assistenza a navi o persone in pericolo”, prevedono la reclusione fino a due anni, ma da uno a sei anni se dal fatto deriva una lesione personale, da tre a otto se ne deriva la morte.

Forse, dopo dieci anni, sarebbe il caso di utilizzare il buonsenso e riformare, con urgenza, almeno il punto in questione. Perché, legge e interpretazione a parte, una situazione di questo tipo è umanamente inaccettabile.
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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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