La favola, mal raccontata, dei dati sulla disoccupazione statunitense

02/11/2014 di Andrea Viscardi

La Casa Bianca ha annunciato un tasso di disoccupazione ai minimi dall'inizio della crisi, addirittura inferiore ai target indicati dalla FED. Ma è tutto oro quel che luccica? Cerchiamo di capire perchè il semplice indicatore della disoccupazione è ben lontano dal descrivere la situazione reale.

Disoccupazione reale USA

Europa sempre in crisi, Stati Uniti in forte ripresa. Almeno secondo i dati diffusi nel corso dell’ultimo anno dagli States, che dopo essere rallentati a causa di uno degli inverni più rigidi della storia, nel corso del 2014 ha fatto registare indicatori positivi ben oltre le aspettative. Tra questi, su tutti, l’indicatore supremo, quello della disoccupazione che – almeno in linea teorica – rappresenta il punto di partenza per la ripresa dei consumi e la crescita del PIL. Ma realmente, tra l’ottobre del 2013 e oggi, il tasso di disoccupazione è passato dal 7.3% al 5.9, tornando a livelli minimi dallo scoppio della crisi?

Parlando in termini assolutamente statistici, prendendo cioè come punto di partenza gli indicatori standard considerati nel calcolo della disoccupazione, la risposta è – ovviamente – affermativa. Dal 2008 ad oggi la FED ha investito qualche migliaio di miliardi di dollari nella lotta alla disoccupazione, e il target unemplyment sembra essere stato raggiunto a pieni voti – anche se occorrerebbe, in ogni caso, comprendere se tale traguardo sia stato agganciato nelle modalità migliori. Tutto bello e giusto, allora? Al contrario, infatti il semplice indicatore della disoccupazione è quanto di più bugiardo possa esistere.

Facciamo un esempio, così da rendere più chiara, anche ai non esperti l’idea del perché di questa affermazione. Siete in attesa di ospiti per cena, e la vostra sala da pranzo è un disastro. Decidete allora di prendere tutte le cose in disordine e chiuderle in un armadio. Per i vostri ospiti la sala sarà in ordine, ma solo perché non hanno abbastanza informazioni per sapere che, in realtà, tale ordine è solo apparente. Almeno sino a che non aprono l’armadio. Questo è un po’ quello che avviene – negli Stati Uniti, ma anche in Europa – con gli indicatori di disoccupazione.

Negli ultimi 54 mesi – ha annunciato la Casa Bianca – sono stati creati 10 milioni di posti di lavoro, incrementando di continuo il dato ocuppazionale. Benissimo, ma questo è solamente una faccia della medaglia, per altro già di per se solo parziale. È infatti fondamentale considerare, altri due indicatori. Prima di tutto la forza lavoro, cioè il numero di persone occupate o in cerca di un impiego. I dati (tab.1) sono eloquenti: dal 2006 ad oggi si è toccato il minimo degli ultimi quaranta anni, con il 62,7%, rispetto al 65,5% del 2009. Cosa significa, questo? Semplice, prendiamo i dati di settembre: 248 milioni di cittadini americani erano potenzialmente facenti parte della “forza lavoro”, di questi, però, solo 155 milioni (62,7%) erano in cerca di un impiego o occupati, più precisamente, 146 milioni occupati, 9 milioni disoccupati. Mentre il numero di persone escluse era di ben 92.5 milioni (tab.2). La partecipazione dei giovani (16-24) è intorno al 55%, valore più basso dal 1963.

Tab. 1 - Forza Lavoro negli Stati Uniti
Tab. 1 – Forza Lavoro negli Stati Uniti

A cosa è dovuto questo calo? Qualora tale cambiamento fosse semplicemente conseguenza di un aumento del numero dei pensionati, non compensato da un contemporaneo aumento degli entranti nel calcolo della forza lavoro, allora il dato potrebbe essere considerato positivo in termini occupazionali. Ciò significherebbe, semplificando molto e non considerando altre possibili variabili, un aumento dei posti lavoro offerti superiore all’aumento della domanda.

Tale incremento, però, può essere causato – e i dati sino ad ora riportati tendono per questa direzione – anche da un’altra questione, ben più grave: l’aumento, cioè, di tutti coloro che, gravante la sfiducia per non essere riusciti a trovare un posto di lavoro, decidono semplicemente di smettere di cercarlo. Questi, de facto, escono dal calcolo della forza lavoro, comportando anche i cambiamenti nel calcolo della disoccupazione, che si basa sulla forza lavoro totale. (persone in cerca di lavoro/forza lavoro x 100).

Stati Uniti disoccupazione
Tab. 2 – Aumento degli esclusi dalla Forza Lavoro e numero dei posti di lavoro creati

È evidente, allora, come in questo caso il dato sulla disoccupazione venga pesantemente influenzato e distorto nel senso più profondo del termine. Può scendere, semplicemente, perché un gran numero di persone rinuncia a cercare lavoro non per una vincita alla lotteria, ma perché non riesce a trovarlo. Se a questo aggiungiamo come, chi svolga lavori part-time poche ore alla settimana perché non in grado di trovare un’occupazione fissa, venga incluso nella lista degli occupati, e quando sia proprio questa tipologia di lavoro a caratterizzare gran parte di quella che viene definita ripresa occupazionale, allora capiamo quanto il semplice numero fornito dalla parola disoccupazione non sia in grado di descrivere la reale situazione presente negli States. Un angolo di osservazione, questo, che l’Europa e i media europei sembrano ignorare, ma non gli americani: la popolarità di Obama è sempre più in calo, e la maggioranza dei cittadini statunitensi ritiene la situazione economica essere ben lontana dalla ripresa.

Quanti sarebbero, allora, i disoccupati nel senso più ampio del termine – includendo anche queste ultime due categorie? Circa il doppio di quelli ufficiali, come possiamo vedere dal grafico qui riportato (tab.3). Ne consegue, quindi, anche un’altra semplice considerazione: per quanto l’occupazione sia sicuramente in ripresa – come dimostrano anche i dati sulla diminuzione della povertà tra i cittadini americani tra il 2013 il 2014 – la favola del 6% è ben lontana da descrivere la il panorama lavorativo della società americana: in ripresa, certo, ma ancora caratterizzata da una diffusa situazione di dramma per gran parte della popolazione.

Stati Uniti e Lavoro
Tab. 3 – Il tasso di disoccupazione, incusivo di sfiduciati e lavori part-time.
The following two tabs change content below.
Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
blog comments powered by Disqus