Farinata degli Uberti e il suo casato, o della damnatio memoriae

04/01/2014 di Davide Del Gusto

Farinata degli Uberti

“Uno Uberto Cesare […] che fu figliuolo di Catellina, rimaso in Fiesole picciolo garzone dopo la sua morte, egli poi per Iulio Cesare fue fatto grande cittadino di Firenze ,e avendo molti figliuoli, egli e poi la sua schiatta furono signori della terra gran tempo […] e che gli Uberti fossoro di quella progenie si dice”. Così scriveva nella sua Nuova Cronica il fiorentino Giovanni Villani nel XIV secolo: in un’epoca in cui l’origine di una famiglia era considerata un aspetto fondamentale, affermare certe parole in relazione ad un particolare casato poteva divenire un importante discrimine per la partecipazione alla vita pubblica del comune. Bisogna considerare un altro fatto, ancor più significativo: la Firenze del XIII secolo era stata un ambiente tutt’altro che pacifico e chi non condivideva l’orientamento guelfo era praticamente costretto ad andarsene. Furono in molti i Ghibellini che nel 1251 preferirono l’esilio dalla città del Giglio: nonostante ciò, essi poterono rientrare in città già nel giro di un anno, costretti però ad accettare una iniqua condizione di minoranza, in una Firenze sempre più ricca e florida, che cominciava a coniare i primi fiorini d’oro e a dettare legge nell’economia mercantile europea. Le prime vere scintille non tardarono a scoppiare proprio con la vicina rivale economica, Siena, fiero baluardo ghibellino.

Farinata degli UbertiDopo alcune schermaglie in cui i Fiorentini ebbero la meglio sui Senesi, la situazione tornò sfavorevole per i filoimperiali: nel 1258 essi furono nuovamente esiliati dalla città e vennero accolti benevolmente a Siena, che in questo modo violò la condizione impostale da Firenze di non accogliere eventuali fuoriusciti anti-guelfi. La guerra tra le due città divenne inevitabile e imminente. Proprio a Siena emerse la figura carismatica del capo dei Ghibellini fiorentini: Manente degli Uberti, detto Farinata. Egli fece richiesta al figlio di Federico II, Manfredi, vincitore sull’esercito del papa, di inviare in tempi rapidi nella città toscana un contingente militare per far fronte alla minaccia fiorentina: l’imperatore non inviò che poche decine di uomini. Farinata, per risollevare il morale dei Ghibellini e per attirare una maggiore attenzione di Manfredi alla sua causa, decise allora di utilizzare come simbolo della città le insegne imperiali, così “che gli verrà voglia di essere nemico dei Fiorentini, e dareccene [di cavalieri] più che non vorremo noi”: con quest’astuzia, ottenne l’invio di altre truppe dal Regno di Sicilia. Le continue sommosse guelfe in territorio senese furono così facilmente represse, tanto che Firenze si decise ad attaccare: in un assalto alcuni suoi soldati riuscirono a strappare l’insegna imperiale ai Senesi, che venne gettata nel fango e oltraggiata. La vendetta di Siena non si fece attendere: dopo aver ripreso alcuni comuni troppo vicini ideologicamente a Firenze, il 4 settembre 1260 i Ghibellini sconfissero pesantemente i Guelfi nella piana di Montaperti.

Dopo questa drammatica disfatta, i Guelfi abbandonarono in fretta Firenze, per rifugiarsi a Bologna e a Lucca. Avendo campo libero, i Ghibellini entrarono per la prima volta da vincitori nella città del Giglio, imponendo a chi era rimasto un giuramento di fedeltà all’imperatore, ma prefigurando una punizione ben più dura. Fu in questo frangente che si riaffacciò il talento politico e diplomatico di Farinata: nella dieta di Empoli, alle pressioni di Siena e Pisa perché Firenze venisse distrutta, egli contrappose la propria difesa della città, che fu così risparmiata solo grazie all’amore che nutriva per essa. Fino alla sua morte, nel 1264, egli rimase il leader indiscusso dei Ghibellini fiorentini, tanto che la sua figura sarebbe stata mitizzata e il suo corpo sepolto nella cattedrale di Santa Reparata. Il dominio ghibellino durò ben poco: dopo la definitiva disfatta degli Hohenstaufen per mano degli Angioini a Benevento (1266) e a Tagliacozzo (1268), nel 1269 Firenze tornò guelfa.

Fu a questo punto che iniziò l’inevitabile processo di damnatio memoriae nei confronti della fazione ghibellina e di Farinata in particolare. Diciannove anni dopo la sua morte, nel 1283 l’Inquisizione lo condannò come eretico insieme con la moglie Adaleta: i loro corpi vennero riesumati dalla tomba, vennero processati e condannati pubblicamente dall’inquisitore Salomone da Lucca, le ossa di Farinata bruciate e disperse, i loro beni confiscati agli eredi. L’accusa di eresia derivava dall’accesa militanza ghibellina, che si esprimeva in una critica molto forte alle ingerenze del papato sulla politica. I Guelfi fiorentini, attraverso la loro propaganda, si accanirono poi contro la sua discendenza. Da ciò sarebbe derivata tutta una tradizione di testi che ha visto negli Uberti il simbolo della perfidia e del tradimento. La semplice diceria della loro discendenza da uno dei nemici storici di Roma, Catilina, giustificava, come già detto, la loro condanna.

Nonostante ciò, lo stesso Giovanni Villani spese per Farinata delle parole tutt’altro che ostili: “sicché per uno buono uomo cittadino scampò la nostra città di Firenze da tanta furia, distruggimento, ruina. Ma poi il detto popolo di Firenze ne fu ingrato, male conoscente contra il detto messer Farinata, e sua progenia e lignaggio. […] ma per la sconoscenza dello ingrato popolo, nondimeno è da commendare e daffare notabile memoria del virtudioso e buono cittadino, che fece a guisa del buono antico Cammillo di Roma, come racconta Valerio e Tito Livio”. Lo stesso Dante, che di certo non nutriva un’eccessiva simpatia nei confronti dei Ghibellini, mostrò comunque un grande rispetto nei confronti di Farinata, ufficialmente colpevole di eresia – e quindi giustamente punito tra gli epicurei (“che l’anima col corpo morta fanno”) –, ma, per aver salvato Firenze, meritevole della medesima stima che il poeta ebbe nei confronti di personaggi da lui amati, come Brunetto Latini o Cavalcante Cavalcanti.

Farinata degli Uberti, storiaTuttavia, con la condanna all’Inferno di Farinata si voleva condannare l’intera fazione ghibellina, degna della punizione divina per via del tradimento della patria a Montaperti: per i Guelfi fiorentini, gli Uberti erano meritevoli della più dura damnatio memoriae. Basti pensare non solo alla succitata confisca dei beni ereditati dai discendenti di Farinata, ma anche alla demolizione del loro stesso patrimonio immobiliare a Firenze: in un’area da essi posseduta sarebbe sorto un carcere, così da condannare per sempre anche i luoghi contaminati da questa “spregevole” famiglia; nel 1294 una legge del comune impose, inoltre, che gli stessi ruderi delle case degli Uberti e la loro turris maior venissero rasi al suolo, così che “ne feciono piazza, acciò che mai si rifacessero”: una parte dell’attuale affollatissima Piazza della Signoria nacque in questo modo, dall’eliminazione di tutto ciò che potesse ricordare Farinata e la sua famiglia.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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