Il Canada saluta gli F-35. E l’Italia? (reprise)

23/01/2013 di Andrea Viscardi

f-35, italia, canadaVista l’attualità dell’argomento, vogliamo riproporvi uno dei primi articoli del sito, scritto a inizio Dicembre e dedicato agli F-35. Problema da affrontare, avendone l’intelligenza e la volontà di volerlo fare, già da almeno un anno, come dimostra quanto scritto di seguito. Meglio tardi che mai, direte voi. Vero, ma se non si tenessero le elezioni il prossimo mese, i politici l’avrebbero affrontato?

Ricordate, qualche mese fa, la polemica riguardante la firma di un contratto di acquisto, da parte del Governo italiano, di 131 Jet F-35, alla cifra (esorbitante) di 17 miliardi di dollari? Bene, è di oggi (14 Dicembre 2012) la notizia che il Canada ha fatto un passo indietro. Pur non avendo rinunciato una volta per tutte all’acquisto di tali velivoli, ha specificato che non prenderà una decisione definitiva se non a termine di un complesso (e completo) iter di valutazione. Intanto non ha nascosto, comunque, quanto gli F-35 inizino ad essere troppo costosi oltre che, palesemente inadeguati. E anche il Pentagono inizia a mettersi le mani nei capelli…

Già, perché, dal costo iniziale previsto in 80 milioni di dollari ad esemplare si è passati, ad Agosto, a circa 110 milioni per arrivare, oggi a superare i 127. Non è, però, solo un problema concernente l’aumento dei costi di produzione. In America, il “Jet da un trilione di dollari” è stato colpito da aspre critiche, sia, appunto, per i costi, sia per problemi relativi al funzionamento di alcune tecnologie installate. Tali problemi avevano portato l’US Goernment Accountability Office, ad analizzare in dettaglio (a Marzo) i costi e la situazione del progetto. Con conclusioni, già all’epoca, allarmanti.

Il testo, redatto da Michael J. Sullivan, si apriva infatti, nel modo più tragico: sottolineando come il progetto, dal Giugno 2010, avesse avuto un aumento dei costi stimati di circa 15 miliardi di dollari. Se si consideravano, poi, le linee guida approvate nel 2007, i costi totali erano aumentati di 119 miliardi mentre il tempo per entrare in un regime di produzione si era dilatato di cinque anni, con una previsione di costo annuale, sino al 2035, che poteva arrivare a 13 miliardi l’anno. Rischiando di farlo divenire, nel corso di tutta la sua vita, il più costoso progetto militare della storia (1.3 trilioni di dollari). Molti di questi problemi economici erano confermati essere stati portati da difetti e complicazioni con lo sviluppo della tecnologia di bordo. La relazione parlava, ad esempio, di problemi con la programmazione e la gestione del software. Non volendoci soffermare sugli aspetti più tecnici, ci sembra importante, invece, sottolineare quanto, se il numero di aerei acquistati dall’aeronautica statunitense all’epoca del report non era diminuito, quello dei compratori stranieri, invece, sì. Dei 1591 modelli previsti per il 2017 gli ordini erano calati sino a 365.

Le conclusioni del rapporto, quindi, parlavano di un programma che, a seguito di pesanti ristrutturazioni, atte a renderlo più facilmente realizzabile (ma col rischio di renderlo meno sicuro), aveva subito costanti e significativi aumenti nei costi e di delay nelle tempistiche. Inoltre si evidenziava come le continue modifiche progettuali ed economiche avessero reso difficoltosa la sua supervisione e la capacità di valutarne sia i progressi conseguiti sia i futuri sviluppi da parte delle istituzioni (Congresso, Ministro della Difesa) e dei partner internazionali. Senza dare alle prime l’opportunità di poter prendere decisioni o stabilire delle priorità, in un contesto fiscale, allora (e oggi più che mai) non proprio idilliaco. Insomma, la situazione, anche per gli americani, sembrava tutto fuorché positiva e il numero di persone pronte a etichettare il progetto come il più fallimentare della storia militare americana era in continuo aumento. La situazione oggi? Ancora peggiore, se si considera che il costo per unità, da quando è stato redatto il documento, è andato aumentando di circa venti milioni di dollari.

E mentre il Canada batte in ritirata, forse, anche per l’Italia, è arrivato il momento di riflettere sul da farsi. Non voglio sostenere che il riammodernamento del sistema militare nazionale non sia un’esigenza alla quale non si debba venire incontro. Lungi da me difendere o appoggiare le posizioni di chi pensa che uno Stato moderno dovrebbe dedicare molte meno risore all’ambito militare che rappresenta, a mio modo di vedere, ancora uno degli elementi fondamentali nelle relazioni politiche internazionali, nonché un’importantissima carta da giocare in caso di crisi internazionali (e visti gli issues previsti nei prossimi decenni, non si sa mai). La questione, però, è un’altra. In un momento di crisi è veramente necessario spendere 17 miliardi per degli aerei che, a fronte di un prezzo sproporzionato, sono ancora caratterizzati da una marea di problemi tecnici e che vengono annoverati, nella patria della tecnologia militare, tra i più grandi fallimenti dell’ultimo secolo? Personalmente mi viene in mente la classica scena da famiglia della commedia italiana: quella che, pur di passare una settimana in Sardegna e potersi vantare davanti al resto della comunità, si indebita per il resto dell’anno. Con la differenza che, in questo caso, in vacanza, vengono spesi i soldi dei contribuenti.

Insomma: noi e tutta la stampa italiana e internazionale l’avevamo detto. Perchè, allora, accorgersene solo quando c’è bisogno di qualche voto in più?

Per consultare l’analisi del GAO: http://www.gao.gov/assets/590/589454.pdf

 

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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