Questo Expo s’ha da fare?

16/05/2014 di Giacomo Bandini

Expo 2015

Fortemente voluto dalla politica e da una fetta di elettorato lombardo, sponsorizzato a tutti i livelli di governo, dallo Stato al comune, sostenuto anche da una parte importante della stampa, criticato inizialmente da pochi e oramai visto come l’ennesimo fallimento di scuola italiana. È l’Expo 2015, su cui Beppe Grillo e i suoi sollevarono legittimi sospetti qualche mese fa – mentre le indagini erano in pieno corso -, oggi confermati dall’arresto di alcuni dei suoi esponenti di spicco e dalla scoperta di una vera e propria “cupola” di stampo mafioso che coinvolge politici, imprenditori, manager e i soliti faccendieri/mediatori parassiti. In poche parole, come recentemente emerso, l’Expo 2015 probabilmente non s’ha e non s’aveva da fare per alcuni motivi di origine economica e di origine politica.

La mafia sopra Milano – Doveva rappresentare il rilancio dell’Italia nel Mondo. I dubbi più grossi erano di natura meramente opportunistico-politica, ossia l’avvicendarsi alla guida di governo, regione e comune di forze diverse e dunque contrastanti per natura, ma nessuno mai ha sollevato grosse obiezioni sulla realizzazione della grande speranza creata intorno al grande evento. E così, a partire dal sindaco Moratti nel 2009, è iniziato il circo mediatico relativo all’Expo. Ma, si sa, più si crea confusione e attenzione attorno ad un oggetto, più vengono aumentate le probabilità di attrarre critiche e di scoprire le carte in tavola. In particolare si è assistito al verificarsi di quest’ultima situazione. Carte scoperte: in carcere l’imprenditore vicentino Enrico Maltauro, costruttore “sponsorizzato” dall’ex Udc Sergio Cattozzo, il manager dell’Expo Angelo Paris, un ex funzionario del Pci, Primo Greganti, un ex parlamentare Dc, Gianstefano Frigerio, e un ex senatore di Fi, Luigi Grillo. Insieme a loro una fitta rete di favori e tangenti di cui si nutriva trasversalmente il sottobosco politico.

Expo 2015I numeri “dopati” – Oltre alle vicende giudiziarie e ai beceri giochetti di favore, è interessante analizzare l’aspetto economico dell’Expo 2015. Uno studio pubblicato da lavoce.info, autori Roberto Perotti con il contributo di Filippo Teoldi, ha analizzato i risvolti economici previsti e reali dell’esposizione universale. Nelle previsioni iniziali i rapporti effettuati stimavano, a fronte di un investimento iniziale fra i 10 e i 12 miliardi di euro, un potenziale aumento complessivo del Pil tra i 10 e i 14 miliardi. Con un incremento occupazionale variabile, ma piuttosto consistente: dalle 200,000 alle 300,000 unità. Il tutto però è stato eseguito senza considerare i costi o, meglio, l’impatto dei costi sulla popolazione. Principalmente l’investimento iniziale non tiene conto della tassazione sostenuta dai cittadini e di sicuro non voluta. In secondo luogo l’aumento della tassazione va ad incidere negativamente sul Pil e dunque non si ha una crescita esponenziale, come posto dalle autorità. Il terzo punto è relativo all’afflusso turistico, nettamente sovrastimato. Sono previsti 15 milioni di italiani e 5 di stranieri. I dubbi riguardano soprattutto lo spostamento interno. Un quarto della popolazione dovrebbe far visita all’Expo, pare un po’ troppo anche ad occhio. Anche per quanto riguarda le unità di lavoro create v’è stato un eccessivo entusiasmo nella stima. 300,000 unità è una cifra estremamente alta in posti aggiuntivi di lavoro. È vero, da un lato, che ci sarà un apporto positivo per tutta Milano e hinterland, dall’altro però è altrettanto appurabile che sono posti già esistenti.

L’eterna illusione politica – Politicamente parlando, invece, l’Expo 2015 – che poteva essere, nonostante tutto, un’ottima opportunità per il Pase – è stato l’ennesimo esercizio di retorica degli amministratori italiani. In cerca di riscatto e consensi hanno alimentato esponenzialmente l’illusione del simbolo di speranza per un popolo bistrattato da tutti, in primis da sé stesso, e sono riusciti a trasformare un’idea potenzialmente positiva in un evento che, oggi, appare sensazionale a pochi. Il problema è proprio questo: se gestita male, qualsiasi iniziativa degna di nota diventa un boomerang affilatissimo. Il tutto mentre i favori dell’informazione ed il sostegno dell’Ue nel portare avanti l’Expo ora titubano. Nella Prima Repubblica scoppiò un’unica grossa Tengentopoli. Erano gli anni’90 e la Dc con il Psi vennero praticamente spazzati via. Una vera potenza politica cancellata in poco tempo. Oggi, a quanto pare, non è stato appreso nulla di buono da tale vicenda. Si continua a speculare sulle debolezze di questo Paese, cercando sempre di mistificare la realtà e di rendere vendibile ciò che in partenza non lo è. Sarebbe bastato affrontare in vent’anni il problema degli appalti, eccessivamente vulnerabile, e la pesante croce del conflitto di interessi per ottenere già importanti risultati. Due compiti a casa mai realizzati nei fatti. Ecco perché politicamente parlando l’Expo si è rivelato ancora una volta un errore tipicamente italiano: puntare il tutto per tutto su di una singola opportunità, senza godere di alcune chiare regole, di un sistema di controllo efficiente, e senza pensare che ormai la corruzione esiste nella mente delle persone più che nella politica.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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