Qualche cifra sull’evasione fiscale in Italia

07/04/2014 di Federico Nascimben

Un recente rapporto della Banca d'Italia ci aiuta a comprendere il fenomeno

“Secondo il rapporto Doing Business 2013, l’Italia si colloca al 131° posto (su 185 paesi considerati) per quanto riguarda l’indicatore “paying taxes”. Oltre che dell’ammontare di imposte da versare ogni anno, l’indicatore tiene conto anche degli oneri amministrativi in cui una società rappresentativa di medie dimensioni incorre. In particolare, vengono considerati il numero di pagamenti a cui un imprenditore è obbligato e il numero di ore dedicato alla preparazione, compilazione e versamento delle imposte. In Italia risultano 15 pagamenti, contro una media dell’area dell’euro di 11,7, e il tempo utilizzato ammonta a 269 ore, oltre una volta e mezza quello medio dell’area (163 ore). I margini di miglioramento sono pertanto ampi”.

Audizione della Banca d’Italia presso la Commissione Finanze e Tesoro del Senato, 5 marzo 2014

Il tema dell’evasione fiscale è uno dei mantra del dibattito sull’Italia. Si stima infatti che il c.d. tax gap, cioè la differenza tra tasse dovute e non pagate, sia pari a 90 miliardi di euro. Come avevamo illustrato tempo addietro (qui), “l’alto livello della pretesa fiscale è il primo incentivo all’evasione [si veda la figura 1, ndr]“; ed i motivi per cui il livello di diligenza del contribuente italiano tende ad essere basso sono sostanzialmente quattro:

1- “Senso civico-economico, influenzato dalla percezione dell’output pubblico in termini quantitativi e qualitativi;

2- facilità dell’adempimento  delle obbligazioni fiscali;

3- livello della pretesa fiscale (a sua volta determinata dalla spesa pubblica);

4- intensità dei controlli e delle sanzioni (via efficacia ed efficienza della giustizia civile)”.

Nel corso dell’audizione della Banca d’Italia nell’ambito dell’indagine conoscitiva sugli organismi della fiscalità e sul rapporto tra contribuenti e fisco (qui il link) sono stati forniti alcuni dati che possono aiutarci a contestualizzare il fenomeno, seppur nella sua ovvia aleatorietà. Al 2008, il valore aggiunto sommerso è quantificabile tra il 16,3 e il 17,5 per cento del PIL: l’occultamento di parte del fatturato e l’aumento fittizio dei costi hanno contribuito per il 9,8 del PIL, mentre il lavoro non regolare per il 6,5%. Nel triennio 2007-2009 il gettito evaso dell’IRAP è stato pari al 19,4 per cento di quello potenziale (21,6% escludendo la PA) e si è concentrato nel settore dei servizi. Il c.d. VAT gap, cioè la differenza tra il gettito effettivo dell’IVA e quello potenziale, al 2011, è stata pari al 28% di quest’ultimo. Sia per l’IRAP che per l’IVA la propensione ad evadere è maggiore nel Mezzogiorno.

Secondo uno studio della Commissione, al 2011, il gettito IVA complessivamente sottratto nella UE ammonta a 193 miliardi di euro, cioè il 18% dell’IVA potenziale (10 punti in meno rispetto al dato italiano) e l’1,5% del PIL complessivo; l’Italia registrerebbe il valore assoluto più elevato con 36 miliardi di euro. Non è un caso che l’IVA sia l’imposta più evasa visto che, ovviamente, “sottrarsi al pagamento di questa imposta consente di occultare base imponibile per il pagamento di altri tributi”.

Relativamente all’IRPEF, al 2004, la base imponibile evasa è stata pari al 13,5% di quella teorica; la propensione ad evadere è più alta tra i giovani (19,9%), lavoratori autonomi (56,3%), percettori di rendite e per lavoratori con una seconda attività. (Per una visione complessiva delle zone a rischio evasione, così come da poco elaborate dall’agenzia delle entrate, si veda la figura 2 e qui).

Non meno importante è però – rispetto ai puri e semplici dati quantitativi e al rapporto tra fisco e contribuenti – l’aspetto qualitativo della legislazione tributaria. Sempre secondo il rapporto della Banca d’Italia citato in precedenza, dal 1994 ad oggi la lunghezza delle leggi tributarie italiane è aumentata di quasi due terzi: i provvedimenti rilevanti in tal senso sono diventati più di mille, aumentando di oltre un terzo. Basti pensare che, ad esempio, per il solo reddito d’impresa vi sono state tre riforme negli ultimi anni: “Visco del 1996-1997;  Tremonti del 2003-2004; IAS-IRAP del 2006-2008″. Inoltre, la c.d. delegificazione in materia tributaria – cioè la regolamentazione tramite normativa secondaria (come ad es. regolamenti) e non primaria (es. legge) – ha prodotto troppo spesso uno iato, facendo nascere norme in maniera più veloce, ma incompleta e quindi inapplicabili a causa del rinvio a successivi decreti di attuazione a cui spesso si demanda anche la “determinazione di aspetti fondamentali della disciplina; la successiva lenta o mancata emanazione di tali provvedimenti ha determinato la sostanziale inattuabilità delle norme o uno stato di prolungata incertezza sulle loro conseguenze in un campo, quello tributario, caratterizzato da scadenze cogenti”.

Infine, secondo DbGeo, cioè il DataBase Geomarket elaborato dall’Agenzia delle Entrante (si veda qui), al 2011, il contribuente italiano evadeva 17 euro e 87 centesimi per ogni 100 euro di imposte versate al fisco ma, escludendo i redditi che non è possibile evadere, tale cifra saliva a 38 euro e 41 centesimi. Le differenze, però, sono molto elevate andando da Nord verso Sud, e sono inversamente proporzionali al tenore di vita. In sintesi, quindi, se l’evasione fiscale in valori assoluti è molto più alta nel settentrione (per ovvi motivi legati allo sviluppo economico della zona), in valori percentuali è molto più alta nel meridione.

Figura 1: pressione fiscale in % sul PIL. Fonte: elaborazione Banca d'Italia su dati ISTAT.
Figura 1: pressione fiscale in % sul PIL.
Fonte: elaborazione Banca d’Italia su dati ISTAT.

 

Figura 2: zone a rischio evasione fiscale. Fonte: Agenzia delle Entrate.
Figura 2: zone a rischio evasione fiscale.
Fonte: Agenzia delle Entrate.
The following two tabs change content below.
Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
blog comments powered by Disqus