Europa e roaming, l’Unione che non c’è

05/03/2015 di Andrea Viscardi

Rinviata (forse) al 2018 l'abolizione del roaming in Europa. Gli operatori TLC esultano. Bruxelles si mostra per l'ennesima volta incapace di muoversi verso una vera Unione, che parta dai mercati, anche del mobile

Roaming ed Europa

L’Europa è di tutti, si dice. Oggi, dopo quanto accaduto rispetto all’abolizione del roaming, ci verrebbe da sospettare che, fra quei “tutti”, molto spesso i cittadini europei siano esclusi. O, alla meglio, utilizzati come scusante per difendere gli interessi di pochi. Dall’inizio della crisi si parla di una maggiore integrazione, politica ed economica. Tutte belle parole, ma i fatti latitano. E se l’incapacità esplode, non riuscendo neanche a raggiungere un traguardo come quello rappresentato dal roaming, allora tutto ciò non può che aumentare il credito di chi sostiene il futuro europeo essere riassumibile da una semplice parola: utopia.

Abolizione delle tariffe di roaming, per le telefonate e le connessioni tra paesi diverse, oggi soggette a tariffe spropositate – nonostante già limitate da un intervento europeo datato 2014: un obiettivo che portava con sé, un forte significato simbolico. Perché se l’Europa è unita, allora occorre dimostrarlo. E quale modo migliore per dire, finalmente, che in un’Unione che si rispetti, la situazione attuale della telefonia mobile e di dati, per i cittadini che si muovono all’interno dei confini degli Stati Membri, non è neanche lontanamente accettabile?

Invece, i 28 hanno espresso un testo – su cui inizierà a breve il negoziato con l’Europarlamento – che, come nella più classica delle tradizioni di Bruxelles, si riassume in una parola: rinvio. Nessuna abolizione dal 2015, tutto rimandato, forse, al 2018. Perchè prima occorrerà valutare (tre anni) l’impatto sulle compagnie di TLC. Nel frattempo vigerà una fase di transizione in cui, secondo le prime indiscrezioni, dato che il testo ufficiale non riporta cifre, non vi saranno tariffe aggiunteve per i primi 5 minuti di chiamate, i primi 5 sms e, capolavoro dei capolavori, per i primi 5 mb di dati. Soprattutto nel caso dei dati, la soglia suona più come una presa in giro che altro.

La BEREC, l’organismo dei regolatori europei delle comunicazioni elettroniche, ha naturalmente lottato per difendere gli interessi degli operatori nazionali delle telecomunicazioni. Oggi giustifica il tutto affermando come, una decisione diversa, avrebbe prodotto degli squilibri economici per tutti i consumatori che non abbandonavano i confini nazionali, portando a dei rincari delle tariffe interne per compensare il costo inferiore del roaming. Tutto giusto, e l’Italia o la Francia sarebbero state probabilmente le prime a pagarne le conseguenze, subendo ondate di turismo non paragonabili con quelle di altri stati europei. Ed è stata proprio la Francia che, di fronte a questa prospettiva, ha rotto il fronte del “tutto e subito” esistente con Italia, Regno Unito, Spagna e Germania.

Ci si domanda, però, dato che la questione roaming si protrae da anni, perché gli operatori non si siano mossi per trovare soluzioni concrete al problema, o quantomeno per tentare di ipotizzarle. E’ ovvio e legittimo che gli operatori TLC abbiano fatto muro e lobbying. Un po’ meno che Bruxelles si debba piegare ai loro interessi – e ricatti -, piuttosto che difendere quelli di tutti i consumatori europei.

Interrogativo  ancora più fondato se consideriamo quanto il roaming abbia anche conseguenze negative sul PIL, dato che non colpisce solo il turista sdraiato in spiaggia. I dati di uno studio della Commissione datato 2013, riportavano come il 47% degli intervistati non avrebbe mai usato il cellulare per collegarsi ad internet all’estero, e 9 su 10 per consultare la posta elettronica. Con tutte le ovvie conseguenze.

Se si vuole essere Unione, il mercato deve adattarsi di conseguenza, permettendo ai cittadini di sentirsi davvero parte di qualcosa di veramente esistente, anche partendo dalle piccole cose. Serve scalfire il muro di opposizione e lentezza che da sempre caratterizza quasi ogni livello del mercato europeo, e che pare avere come intenzione tutto tranne puntare veramente ad un’integrazione. Altrimenti, il limbo che vive oggi l’Europa, è destinato a non avere fine. Almeno sino a quando non vi sarà più Europa.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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