Anche l’Europa ha il suo Quantitative Easing

26/01/2015 di Alessandro Mauri

La BCE ha lanciato il suo QE. Andiamo ad analizzare non solo le possibili conseguenze, ma anche a fare un raffronto con i diversi QE messi in atto dagli altri paesi, come Giappone e USA

QE, BCE

Il tanto atteso lancio di un Quantitative Easing da parte della Bce dovrebbe servire a creare le condizioni per il rilancio dell’economia europea. Cerchiamo di capire di cosa si tratta, in che modo è stato implementato nelle altre principali economie mondiali, e quali possono essere le conseguenze per l’Europa.

Che cos’è un QE? – Anzitutto occorre dare una definizione generale di Quantitative easing e vedere attraverso quali canali può andare ad incidere sull’economia reale. Un Qe è uno strumento non convenzionale di politica monetaria, in particolare è una politica espansiva che, anziché essere attuata mediante la variazione di tassi di interesse di riferimento (come accade generalmente), si basa sulla quantità di liquidità immessa nel sistema. La Banca centrale, nel nostro caso la Bce, acquista definitivamente titoli di debito di Stato direttamente sul mercato, equiparandosi pertanto agli altri investitori. Questo espande il bilancio della Banca centrale e, di conseguenza, espande la quantità di moneta in circolazione (in quanto viene utilizzata per acquistare titoli). Tutto ciò inoltre fa lievitare la domanda dei titoli oggetto del Quantitative easing, aumentando i prezzi e diminuendo i rendimenti, il che spinge gli investitori verso altre attività più rischiose, ma che offrono rendimenti più interessanti. In particolare questa mossa dovrebbe spingere le risorse verso le imprese (sia attraverso l’acquisto di obbligazioni, sia attraverso un maggior credito) sia verso le famiglie, dal momento che le banche, alla caccia di rendimenti e con un aumento del valore degli attivi legato al maggior prezzo dei titoli in portafoglio, dovrebbero essere più propense a concedere mutui e finanziamenti. Inoltre l’aumento del valore dei titoli finanziari può impattare positivamente sulla ricchezza di chi li detiene (e quindi anche i piccoli risparmiatori), incentivando la ripresa dei consumi.

Tutto questo, ovviamente, ha anche impatti sull’inflazione e, ancora più importante, sulle aspettative di inflazione di medio periodo, aumentando il tasso di crescita dei prezzi, comportando così vantaggi (se si vuole uscire dalla deflazione o da bassa inflazione) e rischi (se le aspettative crescono troppo). L’acquisto di attività finanziarie è considerato più efficace nei sistemi fortemente rivolti al mercato finanziario, come gli Usa, piuttosto che su quelli ancora fortemente dipendenti dal finanziamento bancario, come l’Europa. Infatti nel secondo caso bisogna comunque attendere che le risorse arrivino alle imprese attraverso il credito bancario, mentre nel primo l’elevato ricorso a strumenti di mercato da parte delle imprese permette loro di avere immediatamente a disposizione maggiori risorse a costi minori.

In principio fu la FED – All’apice della crisi del 2008, la Federal Reserve prese atto che la situazione era drammatica e le normali operazioni monetarie non erano in grado di trasmettere gli stimoli all’economia, e decise di lanciare un massiccio Quantitative easing, ovvero un programma di acquisto di titoli di Stato e Mbs (Mortgage-backed securities, vale a dire titoli derivati che rappresentano “pacchetti” di mutui). A giugno 2010 l’ammontare complessivo di titoli nel portafoglio della Fed arrivava a 2,1 trilioni di dollari, e l’economia americana sembrava essersi risollevata, ma la crescita non era ritenuta essere abbastanza robusta, pertanto si rese necessario un nuovo Qe (il cosiddetto Qe2) da 600 miliardi di dollari di Treasury bond (le obbligazioni di Stato Usa) fino alla metà del 2011. Un terzo Qe (Qe3) è stato infine lanciato il 13 settembre 2012, con un nuovo piano da 40 miliardi di dollari al mese, incrementato poi nel dicembre dello stesso anno a 85 miliardi di dollari. Solo nell’estate del 2013 è stata annunciata la graduale uscita (il cosiddetto tapering) dalla politica di acquisto di titoli da parte della Fed, che ha definitivamente abbandonato il programma il 28 ottobre del 2014, dopo aver riversato sui mercati 4,5 trilioni di dollari, e aver contribuito a rimettere gli Usa su un sentiero di crescita sostenuta.

Il bilancio Fed gonfiato dai Quantitative Easing – Fonte: Federalreserve.gov

Gran Bretagna e Giappone – Le altre grandi potenze economiche mondiali che hanno dovuto implementare politiche di allentamento monetario sono state (per ragioni e  con modalità diverse), Gran Bretagna e Giappone. La Bank of England ha iniziato le operazioni di Quantitative easing a cavallo tra il 2008 e il 2009, e aveva per oggetto principale titoli di Stato (i cosiddetti Gilts), mentre solo una piccola quota era destinata a titoli del settore privato. Con una serie di round di Qe, fino al 2012, la Bank of England ha raggiunto un totale di 375 miliardi di sterline di titoli acquistati sul mercato, e anche la Gran Bretagna è ormai molto lontana dalla crisi del 2008, con tassi di crescita del Pil impensabili nel resto dell’Europa (attorno ad un +3%). Ben più complicata la questione Giapponese, alle prese con una stagnazione ormai ventennale, e  con le difficoltà dell’applicazione della cosiddetta Abenomics di cui abbiamo parlato negli scorsi mesi. Nell’ottobre 2010 la Bank of Japan ha lanciato il primo piano di acquisto di 60 miliardi di dollari di assets, per svalutare lo yen e stimolare le esportazioni, ma questa prima operazione non ha avuto alcun effetto. Tra l’agosto del 2011 e l’ottobre 2014, la banca centrale giapponese, a fronte della sostanziale inefficacia delle operazioni lanciate, ha gradualmente aumentato gli obiettivi del Qe, fino a raggiungere un bilancio da 80 trilioni di Yen, pari a oltre 1000 miliardi di dollari. Per ora tuttavia l’inflazione è al di sotto dell’obiettivo del 2%, e anche la crescita economica è lontana, complice l’elevato livello di debito che grava sulle spalle di Tokyo.

La deflazione tra le cause che spingono la BCE al Quantitative Easing – Fonte: tradingeconomics.com dati Eurostat

Il Quantitative Easing della BCE – Non deve tuttavia stupire il ritardo con il quale la Bce è arrivata a lanciare, lo scorso 22 gennaio, il proprio piano di Qe, con  acquisti di titoli di Stato da 60 miliardi di euro al mese fino a settembre 2016 (e oltre, se necessario), per un totale che supera i 1000 miliardi di euro. Oltre alle ben note resistenze della Germania (più politiche che economiche), hanno contribuito anche le considerazioni che abbiamo esposto prima sulla peculiarità del sistema economico europeo, ancora fortemente bancocentrico. Questo ha spinto la Bce a implementare una serie di operazioni dirette proprio al sistema bancario (Ltro, acquisto di obbligazioni garantite e di Abs, Tltro), che poi avrebbe dovuto trasmetterle all’economia reale. L’evidente fallimento di queste operazioni ha però costretto Mario Draghi ed il resto del board della Bce a intraprendere la via del Qe. A complicare le cose c’è il fatto che l’Unione europea è composta da Stati indipendenti, e dunque si sono resi necessari dei correttivi: innanzitutto la quota di titoli di Stato di ogni paese da acquistare viene determinata dalla quota di patrimonio della Bce detenuta dallo Stato stesso; la Bce non potrà acquistare più del 25% di ogni emissione, né più del 33% del debito complessivo di ogni singolo Stato, mentre è stata decisa una spartizione dei rischi, per cui l’80% resta alle banche centrali nazionali. Questa norma, che è stata ampiamente evidenziata dai media quale vittoria della Germania sui paesi mediterranei, in realtà non avrà alcuna influenza sulla riuscita del piano, dal momento che l’obiettivo del Quantitative easing non è quello di alleggerire il rischio del debito sovrano dei paesi periferici (compito che è affidato ai governi dei singoli stati mediante le riforme, e comunque in questo momento sotto controllo), bensì quello di fornire liquidità e risorse al sistema economico europeo nel suo complesso.

Come abbiamo visto, un Quantitative easing può essere implementato in maniera differente, e non è affatto sinonimo di crescita economica: semplicemente rende più favorevoli le condizioni di base, ma la responsabilità più grande resta sempre nelle mani dei governi. La politica monetaria, nel medio-lungo termine, non ha alcun effetto reale, e questa è una delle poche certezze assolute dell’economia.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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