Europa, Nato, Russia e Ucraina: una storia lunga vent’anni

05/09/2014 di Andrea Viscardi

Il primo appuntamento con uno speciale, in tre uscite, dedicato alla questione Ucraina

Russia, NATO, Ucraina ed Europa

Inauguriamo un approfondimento in tre articoli, atto a dare qualche informazione in più sulla complessa rete di relazioni tra Russia, Ucraina, Nato ed Europa, fondamentale per meglio valutare lo scenario attuale. Oggi trattiamo in modo riassuntivo i rapporti tra Europa, NATO, Ucraina e Russia nel periodo successivo alla dissoluzione dell’URSS, sino alle porte della Rivoluzione Arancione del 2004; un elemento che diviene importante, perchè, nell’articolo di domani, valuteremo i risultati della politica estera di George W. Bush verso Mosca e come, questi, abbiano portato ad un deterioramento di quanto costruito con fatica, dall’Occidente, durante il decennio precedente.

Era il 1991. A dicembre, pochi mesi dopo la dichiarazione d’indipendenza dell’Ucraina dall’URSS, Kiev aderiva al neonato North Atlantic Cooperation Council, pilastro della cosiddetta politica della mano tesa, atta a inaugurare un programma di partnership dei membri della NATO con gli stati dell’Europa dell’Est – ex membri del Patto di Varsavia – e sfociata, nel 1997, nell’Euro-Atlantic Partnership Council. Un rapporto che negli anni è andato intensificandosi, creando nuove cooperazioni – come l’adesione al programma The Partnership for Peacee raggiungendo risultati particolarmente concreti, quali la dismissione dell’arsenale nucleare di Kiev e la sua adesione al TNP (Trattato di Non-Proliferazione). Una politica, quella della NATO verso l’est, che vede i suoi primi e più concreti frutti nel 1997 quando, a Madrid, viene confermato l’allargamento a est dell’organizzazione: Polonia, ma anche Repubblica Ceca e Ungheria.

La Russia non apprezza particolarmente e, se da una parte è ancora in fase di stabilizzazione, dall’altra non vede particolarmente toccati i suoi interessi strategici nella zona, e firma uno storico accordo: il NATO-Russia Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security, che si apriva con un preambolo molto chiaro: “NATO and Russia do not consider each other as adversaries”. Tuttavia, il Cremlino fu molto chiaro riguardo ad un secondo, possibile allargamento verso est dell’Alleanza Atlantica, deprecano un’eventualità di tal tipo.

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Boris Eltsin, relazioni NATO, Russia, Ucraina
Boris Eltsin, Presidente della Federazione Russa dal 1991 al 1999

Con l’Ucraina, la situazione della NATO, è più complessa. Zbigniew Brzezinski scriveva, nel 1994, come l’Ucraina fosse l’ago della bilancia che permetteva alla Russia di essere o meno un impero. Riadattandola in termini più attuali, tale visione persiste: l’ex repubblica sovietica rappresenta per Mosca un’importantissima chiave strategica. Si parla di fattori geopolitici e strategici in chiave di bilanciamento di forza con il blocco occidentale, ma anche di economia: gas e industrie belliche sono due componenti fondamentali dell’asse Kiev-Russia. Nel 1997, se un’adesione di paesi quali l’Ungheria poteva essere accettata (seppur malvolentieri) dall’allora inquilino del Cremlino Boris Eltsin, per l’Ucraina il discorso era e continua ad essere ben diverso. Soprattutto dopo la tendenza multipolarista affermatasi nel corso del primo decennio del terzo millennio, e i contrasti che hanno visto Stati Uniti e Mosca opposti negli ultimi anni, di cui scriveremo domani, non senza alcuna ragione di quest’ultima.

Torniamo, brevemente, allo sviluppo dei rapporti tra NATO e Kiev. L’adesione alla’Alleanza Atlantica era – nel 1997 come oggi, a parere di chi scrive – non solo non percorribile, ma impensabile qualora non si volessero spaccare i già precari equilibri geopolitici stabilitisi dopo la fine della Guerra Fredda. La NATO, allora, ragionò – giustamente – in un’ottica di lungo respiro. Venne infatti firmata, nel 1997, la cosiddetta Carta NATO-Ucraina per un Partenariato specifico, dalla quale prese vita la Comissione NUC. La Carta prevedeva, riassumendo, una stretta collaborazione tra la NATO e Kiev, continuando la strada inaugurata qualche anno prima e aprendo, anche, a possibili future cooperazioni in ambito di difesa, proclamando l’impegno dell’Organizzazione per garantire “independence, territorial integrity, democratic development, economic prosperity” dell’ex repubblica sovietica.

I rapporti con Kiev, d’altronde, non permetterebbero in ogni caso un’adesione alla NATO, almeno nel breve-medio periodo. Il presidente ucraino Kučma vive di politiche e atteggiamenti altalenanti. Colui che lancerà Yanukovich guarda all’Europa: sigla un accordo di paternariato e cooperazione nel 1994 e nel 1998, aderisce al Central European Initiative nel 1996 e annuncia, nel 2001 come, entro il 2011, Kiev sarebbe riuscita a mettere in atto le riforme richieste per entrare a Buxelles. Quindi si avvicina, come già scritto, alla NATO; ma contemporaneamente sigla il Treaty of Friendship Cooperation con Mosca, intensifica l’asse con il Cremlino e mette in atto, per certi versi, una sorta di controdemocratizzazione del paese finalizzata a mantenere un potere sempre più corrotto. Inoltre suscita l’ira dell’Alleanza perseverando nella vendita di armi al regime di Saddam Hussein, oramai boicottato dalla Comunità Internazionale.

Occorre considerare, inoltre, nella strategia bilaterale del Presidente, due questioni: in primis la grande influenza di Mosca nelle aree russofone di Donbas, di Donetsk, Luhansk e nella Crimea ma, più in generale, in tutto l’est: centro nevralgico per il settore minerario, metallurgico e chimico del Paese, rappresentando circa il 45% della produzione industriale ed essendo fonte, per le sue peculiarità etnico-linguistiche, di possibili conflitti interni con l’ovest “nazionalistico” rappresentato da Kiev. Oltre a questo, però, esisteva anche una grande interdipendenza tra i due stati. Al momento dell’indipendenza di Kiev, questa rappresentava il 60% della produzione metallurgica di Mosca, il 40% di quella agricola e, contemporanemente, il Cremlino forniva circa l’80% delle risorse energetiche necessarie all’Ucraina. Una dipendenza, quella energetica, ancora fortemente esistente, ieri come oggi.

Kucma nei rapporti bilaterali Europa-Russia
Leonid Kučma, Presidente dell’Ucraina dal 1994 al 2005

Nel maggio del 2002, Kučma sembra aver deciso di riavvicinarsi alle posizioni di inizio mandato, inaugurando un rinnovato impegno verso la UE e la NATO. Una questione di opportunità, potremmo dire. La nuova apertura verso l’ovest rappresentava, infatti, anche un diversivo per distogliere l’attenzione interna da un pesante scandalo che lo aveva colpito all’inizio del terzo millennio – implicante la scomparsa e l’uccisione di un giornalista – e dalle critiche provenienti da destra e sinistra per le sue posizioni verso i gruppi degli oligarchi . Dagli ambienti di Kiev trapela la volontà dell’Ucraina di aderire al Patto Atlantico e, nonostante le smentite ridimensionino la fuga di notizie, qualcosa è cambiato davvero. Si torna, così, nel novembre dello stesso anno, a rinnovare la cooperazione e la collaborazione con l’Alleanza Atlantica quando, durante il summit NATO di Praga, viene siglato il Piano d’azione Ucraina-Nato, e sancita “la determinazione dell’Ucraina di perseguire una piena integrazione euro-atlantica […]”. I membri della NATO inauguravano una collaborazione ancora più stretta atta a incoraggiare il paese “ad attuare tutte le riforme necessarie, […] per conseguire quest’obiettivo.”

All’inizio del nuovo millennio, l’obiettivo della NATO è quello di normalizzare i rapporti con Mosca – ora guidata da Vladimir Putin, dopo lo scontro sulla questione serba culminato, nel 1999, nell’allontanamento dell’ambasciatore dell’Organizzazione da Mosca e la sospensione degli accordi in atto. Una linea di condanna, quella verso l’intervento nell’area dell’oramai ex Yugoslavia, che aveva suscitato anche dure reazioni, per quanto verbali, a Kiev.

Intanto, la strategia di avvicinamento dell’Ucraina al Patto Atlantico e all’Europa, dopo alcuni rallentamenti, era pronta a proseguire. Il Cremlino – pur condannando, soprattutto, la prima – non sembrava ancora in grado di scendere in campo per strappare Kiev dall’attrazione verso l’Occidente, accontentandosi, per il momento, della politica di bilanciamento perpetuata dal Presidente ucraino e della posizione di forza verso le elite politiche ed economiche del paese. Pesava, in tale valutazione, anche il fattore energetico: per quanto l’importanza dell’ex granaio di Mosca nell’emergente questione dei corridoi di trasporto di petrolio e del gas naturale era anche allora evidente, la questione, sul finire degli anni ’90, viveva ancora una fase di sviluppo. Il Cremlino assunse, in un certo senso, una posizione attendista, forte degli stretti legami con le elitè ucraine.

Una politica ucraina che sembrava,  presto o tardi,  destinata a sbilanciarsi in chiave occidentale. Significative, in tal senso, le parole che Bill Clinton pronunciò nel 2000, a Kiev: “We reject the idea that the eastern border of Europe is the Western border of Ukraine. We can and we will keep the door to the trans-Atlantic community of democracies open to Ukraine”. Ma se da gli Stati Uniti e la NATO dovevano perseguire una politica distensiva nei confronti della Russia, si doveva abbandonare, nell’immediato, una tale idea e proseguire su una strada di semplice, per quanto approfondita, cooperazione; concentrandosi, piuttosto, su un recupero delle relazioni con Mosca. I risultati di tale politica, sino al 2002, furono molto importanti, portando alla firma del trattato che da vita al Consiglio NATO-Russia, una svolta considerata storica nei rapporti diplomatici tra i due soggetti, capace di permettere di superare, una volta per tutte, quanto avvenuto solo tre anni prima.

L’elezione di George W. Bush, avvenuta nel gennaio del 2001, ribaltò nuovamente la situazione, creando tensioni evidenti tra Washington e Mosca che, di pari passo con il nuovo allargamento della NATO del 2004, segnarono in negativo i rapporti tra l’Occidente e il Cremlino. Un deterioramento delle relazioni fondamentale per comprendere come la situazione odierna sia nient’altro che il risultato di un percorso graduale e prevedibile. Un percorso su cui gli Stati Uniti e la NATO hanno la loro responsabilità, e in cui la svolta nazionalista di Putin appare, almeno in parte, essere conseguenza di un Occidente visto, giorno dopo giorno, come minaccia alla ragion di stato russa. Proprio su questo verterà l’articolo in uscita domani.

 

 

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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