Europa ed Italia, un 2013 di sfide

02/01/2013 di Andrea Viscardi

Italia Unione europeaL’anno che si è appena concluso può essere definito come il peggiore degli ultimi decenni, almeno per quanto riguarda la situazione economico-politica italiana ed europea. Le conclusioni che possono essere fatte evidenziano alcuni aspetti già noti ma che nessuno, sino ad oggi, aveva voluto affrontare. Ripartire da questi elementi risulta quindi fondamentale per poter risolvere i problemi che hanno colpito l’Italia, ma, più in generale, tutti i 27 stati europei.

La prima conclusione è che, se si vuole evitare un collasso – improbabile ma non impossibile – della creatura europea e del sogno di Altiero Spinelli, occorre intervenire urgentemente a livello istituzionale. Il tempo del rimandare è oramai passato e uno dei motivi per cui non si è stati in grado di affrontare efficacemente la crisi può essere individuato nella poca lungimiranza dell’ultimo decennio, nel continuo scontro ai vertici europei che ha paralizzato, de facto, un’effettiva riforma istituzionale e una maggiore integrazione, anche e soprattutto politica, dell’Unione. Come conseguenza, tutt’ora, più che un sistema compatto ed efficiente la macchina europea sembra – scusatemi il paragone – una sartoria, concentrata nel produrre pezze ai problemi che lei stessa non è in grado di affrontare con i mezzi a sua disposizione. Figuriamoci quale possa essere il suo potere nel prevenire future situazioni simili a quella odierna.

Riforma istituzionale, quindi, basata su di un’idea d’integrazione politica nella quale si abbandonino le logiche degli stati “dominanti” in favore di una democraticità che possa vedere direttamente legittimate le sue istituzioni da quello che dovrebbe essere il popolo europeo, così da poter evitare, almeno in parte, lo stallo derivante da posizioni spesso inconciliabili.

L’altro dato, preoccupante, emerso in quest’anno a livello italiano, si sviluppa quantomeno su due livelli diversi. Il primo è diretta conseguenza della mancanza di democraticità appena discussa. Oggi, il governo del nostro Stato ha smesso di rendere conto ai cittadini e ha dato l’impressione di essere, in gran parte, responsabile, sì, ma solo ed unicamente verso quell’Unione Europea inefficiente ed inadeguata. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Uno Stato pieno di problemi strutturali, istituzionali, incapace negli anni passati di attuare le riforme necessarie in primis al Paese e che oggi si trova, gioco-forza, a dover rispondere ad un’entità superiore incapace di affrontare a 360° i problemi perché caratterizzata lei stessa da un apparato istituzionale e da meccanismi non adeguati. Uno stato, però, paradossalmente impossibilitato ad affrontare tale situazione da solo.

Il secondo dei deficit italiani, appunto, è l’inefficienza politica e della classe dirigente, la perdita di una coscienza parlamentare che dovrebbe essere caratterizzata dall’idea di fare il bene di chi, dello Stato, è componente imprescindibile, cioè dei cittadini. La realtà, invece, ci racconta una situazione ben diversa. Lo stesso governo tecnico, di tecnico, ha fatto veramente ben poco. Riforme parziali, spesso affossate e mai portate a termine, pochissimi tagli agli sprechi, nessuna “rivoluzione” burocratica, elemento che continua a pesare come un fardello sull’efficienza di qualsiasi dimensione italiana. Intanto, dovendo rispondere all’Europa, gli unici provvedimenti intrapresi sino in fondo sono stati quelli per racimolare i soldi necessari a rientrare nei parametri imposti da questa, aumentando la stretta già soffocante delle tasse, le più alte in tutta l’Unione, favorendo un acutizzarsi della crisi sia a livello industriale che a livello famigliare, con un pericoloso slittamento della situazione sociale verso il basso.

Una crisi economica, dunque, che ha portato in primo piano un problema di democraticità concreto, forte, evidente. Ad oggi, la domanda più comune che un cittadino italiano, spagnolo o greco potrebbe farsi è cosa vi sia di democratico in un sistema che, de facto, permette al popolo di eleggere il proprio governo il quale, però, deve rispondere in primis a quelle che sono le esigenze di un’Unione Europea nella quale non esiste una reale democrazia, un’Unione ristretta, per lo più, nelle logiche di un direttorio composto da pochi Stati, nel quale, difficilmente, un Paese come la Grecia ha potuto e potrà combattere con successo per il bene dei propri cittadini.

Un 2013 che porta, quindi, la sfida più grande: decidere a livello europeo cosa debba diventare questa Unione una volta per tutte e affrontare, finalmente, tutti quei problemi che affliggono il nostro Paese e non più prorogabili. La strada, in entrambi i casi, sembra una sola. Ora, però, occorre trovare la volontà e la forza per seguirla.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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