L’ Europa e il cambiamento demografico: cosa ne sarà di noi?

10/10/2014 di Luca Andrea Palmieri

I dati sulla popolazione europea parlano di un continente sempre più anziano: un fatto che i governi non possono non considerare

L’importanza degli studi demografici è indiscussa, ma poco visibile a un primo sguardo: capire lo sviluppo della popolazione, dei flussi di morti e di nascituri, degli spostamenti migratori ci aiuta a comprendere un po’ meglio il mondo in cui viviamo oggi, ma soprattutto ci aiuta a capire l’Italia e l’ Europa che verrà.

Gli studi dell’Eurostat sullo sviluppo demografico dell’Unione Europea da un quadro interessante, ma anche un po’ inquietante sull’Europa del futuro. Per il 2050 infatti, si prevede che la percentuale di over-65 nel vecchio continente arrivi al 28,1% della popolazione. Per capirci, oggi è al 18,2%, e già conosciamo i problemi che la cosa comporta. Lungi da noi pensare che gli anziani siano un peso, tutt’altro, ma la questione è puramente pratica: la popolazione in età di lavoro scenderà dal 66,2% al 56,9%, per un totale previsto di quasi 40 milioni di lavoratori in meno. Una prospettiva problematica in un mondo dove l’autosufficienza degli Stati deriva da un mercato in cui la concorrenza internazionale si fa sempre più pressante.

Inoltre, alle cifre presentate, si parla di 150 milioni di anziani in più, di cui 57,3 milioni di oltre 80 anni. Tutto questo si tradurrà in più pensioni da pagare: un diritto assoluto all’assistenza che si scontra col problema crescente delle risorse necessarie per Stati che hanno sempre più l’acqua alla gola dal punto di vista economico, con tutte le conseguenze note su credito, inflazione e via dicendo.

L'aspettativa di vita in Europa: è facile notare come sia molto più alta nelle regioni occidentali
L’aspettativa di vita in Europa: è facile notare come sia molto più alta nelle regioni occidentali

In generale, dal 1960 ad oggi, la popolazione europea è aumentata di 98,9 milioni di persone. La crescita non è stata tanto alimentata dalle nascite – che sono in calo dal 1964 – ma dall’aumento dell’aspettativa di vita e dall’immigrazione: una questione che in Italia conosciamo bene. Tant’è che il nostro paese ha un tasso di natalità piuttosto basso, anche se, sorprendentemente, non siamo ai livelli minori d’Europa: Germania e Spagna sono molto più in basso, mentre sorprende la Francia, che è seconda nel continente.

Questi dati vanno confrontati evidentemente con i dati sulla mortalità. Va ovviamente ricordato che si intendono le morti totali per un tot di popolazione, e che quindi l’incidenza fondamentale è data dalla vecchiaia. E’ noto come in Italia l’aspettativa di vita sia piuttosto alta, e la cosa viene confermata dai dati, che mettono il bel paese ai primissimi posti, inferiore solo a vicini quali la Svizzera e l’Austria. Messe peggio, prevedibilmente, sono le regioni dell’est, in particolare le Repubbliche baltiche (Lettonia su tutte), la Bulgaria e l’Ungheria.

I dati riguardano anche l’aspettativa di vita stessa. E’ qui che si vedono le differenze maggiori tra l’ovest, in particolare il sud, e l’est d’Europa. Se ad est dell’Austria ci si può aspettare di vivere mediamente meno di 78 anni praticamente ovunque, tra Francia, Italia e Spagna non si scende mai al di sotto degli 80 anni, anzi: nella stragrande maggioranza delle regioni di questi tre paesi si superano regolarmente gli 81 anni. Una condizione simile la troviamo solo nei paesi scandinavi, con la Svezia vera e propria campione di longevità: uno svedese alla nascita può aspettarsi di vivere tranquillamente fino a 83 anni.

Un occhio va dato anche alla densità abitativa: anche qua l’Italia ha alcuni primati – Napoli e l’area della Monza-Brianza superano Roma di gran lunga, per esempio –, facendo parte di quella fascia diagonale che, dalla Sicilia fino all’Inghilterra, passando per tutta la parte ovest della Germania, con picchi nel Benelux, vede concentrata la maggioranza della popolazione europea. Francia e Spagna, al confronto, ospitano enormi spazi praticamente disabitati, soprattutto nelle loro parti centrali, fatta eccezione per le regioni delle capitali.

Tutti questi dati ovviamente portano a delle considerazioni. Gli europei stanno invecchiando, e la popolazione storica ha teso a stabilizzarsi – c’è una differenza tra nati e morti di meno di 100 mila abitanti – mentre la crescita demografica, limitata, è data soprattutto dall’immigrazione: insomma, l’Italia in questo senso è un po’ specchio d’Europa. Nella nostra miope politica non siamo abituati a fare piani a 20 o a 50 anni. Eppure sarebbe necessario: perché da questi dati si prospettano comunque un’evoluzione che potrebbe rendere sempre più dura la situazione del nostro paese, se qualcosa non cambierà a livello globale. Neppure la Germania è al riparo da questo tipo di considerazioni, visto come i dati si intrecciano a quel che scrivevamo già su queste pagine qualche giorno fa. Insomma, così come l’Europa sta diventando sempre più matura, almeno nell’età, anche noi dovremmo diventare molto più maturi, politicamente. L’alternativa è un declino semplicemente inevitabile.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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