Il 1° gennaio 1999 nasce l’eurozona. 11 paesi europei (poi 17) decidono di rinunciare alla prima delle sovranità, quella monetaria, e di conseguenza allo strumento più potente che esiste nell’economia: la moneta. L’Unione monetaria è il prezzo pagato dai tedeschi in cambio del via libera all’unificazione delle due germanie. Si segue il cosiddetto “metodo Monnet”, cioè l’idea di “inventare la politica con l’economia”. L’eurozona è vista come il primo passo verso una reale unità politica, fino alla nascita magari degli Stati Uniti d’Europa. Tuttavia, negli anni successivi passi verso l’unione politica non ne sono realizzati. I Trattati degli anni 2000 (Amsterdam e Nizza) sono poca cosa, la Costituzione europea elaborata dalla Commissione guidata da Romano Prodi è bocciata nel 2005 dai referendum francese e olandese. Nessuno, però, in quegli anni se ne preoccupa realmente, perché per un decennio (1999 – 2008) tutto fila liscio.

L’introduzione della Moneta Unica porta una straordinaria integrazione fra le economie europee. I cicli economici tra gli euromembri si sincronizzano: la correlazione media dei tassi di crescita del Pil tra il 1999 e il 2008 è dello 0,60 (la perfezione è naturalmente 1). I paesi più deboli possono sfruttare la partecipazione all’eurozona per finanziarsi sui mercati a tassi ridotti. Quelli che in seguito saranno chiamati PIIGS per anni prelevano i capitali in avanzo nei paesi del Nord a bassi tassi d’interesse, questo permette loro di crescere a ritmo sostenuto, aumentare la propria capacità di spesa e importare le merci provenienti dagli euroforti, i quali in cambio vedono il loro export volare. Sembra un meccanismo perfetto: gli euronordici concedono i loro capitali in avanzo a tassi ridotti agli eurodeboli, i quali in cambio acquistano i prodotti del nord Europa (in particolare quelli tedeschi). Gli investitori internazionali comprano titoli di Stato dei paesi mediterranei accettando tassi d’interessi relativamente bassi, perché considerano i diversi debiti pubblici nazionali quasi come un tutt’uno. Tutti al sicuro dentro la fortezza di Maastricht. Il rischio di insolvenza è a lungo ritenuto modesto: vi è un’unione monetaria, con un patto fiscale interno, e nel caso di reale bisogno scatterebbero meccanismi di solidarietà tra euromembri. Questo è il ragionamento. Gli spread tra i paesi dell’Uem si allineano, secondo l’idea che vi sia appunto uno scudo europeo al di sopra dei debiti nazionali. L’Italia, abituata a pagare negli anni Novanta il 6-8% sui propri Btp decennali, a partire dagli anni Duemila vede i propri tassi d’interesse sul debito dimezzarsi (praticamente le è riconosciuto per molto tempo lo stesso tasso d’interesse della Germania).

A partire dal 2010 questo meccanismo viene meno. Scoppia lo scandalo greco e al quel punto si renderebbe necessario un meccanismo di soccorso. Il costo in quel momento di un salvataggio della Grecia è intorno ai 50 miliardi. Cifra modesta per un’economia come quella europea. “La Grecia è piccola, non sarà un problema”, è il pensiero di tutti gli osservatori in quel periodo. Tuttavia, quel meccanismo di soccorso europeo non scatta. La Merkel ha le elezioni regionali quell’anno e non vuole dare l’idea agli elettori di usare denaro tedesco per salvare le cicale mediterranee. D’altro canto i Trattati non prevedono alcun meccanismo di soccorso automatico. Gli investitori scoprono così che lo scudo europeo non c’è. Poco dopo la situazione si aggrava con l’Irlanda che vede il proprio debito gonfiarsi per via del salvataggio degli istituti bancari coinvolti nel crack dei derivati, e con la Spagna che soffre lo scoppio della bolla immobiliare. Senza uno scudo europeo, fino a poco tempo prima dato per scontato, si ritorna, di fatto, agli anni Novanta: ciascuno con il proprio debito pubblico. Si iniziano a vendere i titoli dei paesi con debito più elevato e potenziali di crescita minori (i PIIGS appunto). L’Italia, tra il 2011 e il 2012, torna a pagare tassi d’interesse ai livelli di metà anni Novanta, cioè pre-euro. Quei capitali in fuga dai PIIGS si dirigono nell’acquisto dei bond degli euroforti: Germania in primis, la quale inizia a finanziarsi a tassi d’interesse reali negativi (cosa mai accaduta prima). I paesi PIIGS negli ultimi tre anni sono stati così costretti ad adottare politiche fiscali restrittive (aumenti delle tasse e tagli della spesa pubblica), cadendo di nuovo in recessione. Recessione che alla lunga rischia di trascinare verso il basso anche gli euroforti.

Ciò che è avvenuto negli ultimi 4 anni può aiutarci a capire quali sono le debolezze all’origine della crisi dell’eurozona e quali le possibili vie d’uscita alle difficoltà attuali. Quattro le principali debolezze di base.

1_ La mancanza di autorità di vigilanza comuni. La Grecia ha manipolato i propri conti pubblici fin dall’adesione all’eurozona, senza che nessuno a Bruxelles se ne accorgesse. D’altro canto, quando nel 2003 Germania e Francia hanno sforato il tetto del 3% del deficit, previsto dal patto di stabilità, sono state graziate. La disciplina fiscale sui bilanci pubblici è stata lasciata sostanzialmente in mano agli Stati, senza monitoraggi europei efficaci. Lo stesso è accaduto nel settore privato: nessuno ha lanciato allarmi per la situazione delle banche irlandesi indigeste di derivati, o per quelle spagnole con la pancia piena di mutui immobiliari. A questa prima debolezza a partire dal 2009 si è provveduto con la nascita di autorità di vigilanza macroprudenziali e settoriali comuni: ESRB, EBA, EIOPA, ESMA. Cui si aggiungono la supervigilanza bancaria affidata alla Bce sugli istituti di credito maggiori, e soprattutto il Fiscal Compact sottoscritto nel 2012.

2_ L’assenza di meccanismi di soccorso europei. Lo scoppio greco è all’origine di tutto, ma non per la dimensione di quel default, bensì per aver mostrato al mondo l’assenza di uno scudo europeo. Non è scattato per molto tempo nessun meccanismo di soccorso. Gli investitori hanno così iniziato a pretendere dai paesi con debito più elevato gli stessi tassi d’interesse degli anni Novanta, come se ciascun euromembro fosse solo con se stesso. Anche a questa debolezza si è provveduto in qualche modo, con l’istituzione di due fondi salva Stati, l’EFSF e l’ESM, e con gli interventi “non ortodossi” della BCE: i programmi LTRO di finanziamento al settore bancario, e il programma OMT (piano anti-spread) messo a disposizione da Draghi, su richiesta del singolo Stato, nel caso in cui un paese veda i propri tassi d’interesse gonfiarsi sul mercato secondario (cioè dove di forma lo spread).

3_ La mancanza di una vera Banca Centrale. La Bce ha soltanto alcune funzioni monetarie, come il controllo dell’inflazione, ma non ha la funzione tipica e storica di una banca centrale: la missione di garante di ultima istanza (lender of last resort). La Bce non è autorizzata ad emettere nuova moneta, a differenza di tutte le altre banche centrali del mondo e delle vecchie banche centrali europee prima della nascita dell’eurozona. Questa anomalia è stata poco rilevante prima dell’attuale crisi, ma oggi è una debolezza drammatica. La Bce ha il compito di controllo dell’inflazione, ma non quello di sostegno alla crescita e l’occupazione. La Fed americana, invece, li possiede entrambi, ed è già al terzo quantitative easing (allentamento quantitativo, ovvero emissioni di nuova moneta) negli ultimi due anni, per un totale di 2 mila miliardi di dollari, e Ben Bernanke intende continuare fino a quando la disoccupazione non sarà scesa al 6,5%. I Trattati non concedono a Mario Draghi di fare quantitative easing, dunque quando interviene sul mercato acquistando titoli di Stato, “sterilizza” questa attività vendendo altri titoli che ha in portafoglio, senza così aumentare la massa monetaria complessiva.

4_ L’eurozona non è un’area valutaria ottimale. Il concetto di area valutaria ottimale (AVO) lo si deve ad una teoria elaborata dal premio Nobel Robert Mundell negli anni ’60, su cui in seguito vi ha ragionato, tra gli atri, un altro Nobel per l’economia Paul Krugman. Diversi sono i requisiti affinché un’area valutaria si possa dire ottimale. Cerchiamo, però, di semplificare. I problemi principali di partecipare ad un’unione monetaria si manifestano in caso di shocks asimmetrici, cioè nel caso in cui all’interno della stessa area valutaria alcuni paesi entrano in recessione (diminuzione della domanda aggregata nazionale, cioè del Pil), mentre altri membri di quell’area continuano a crescere. Questo non dovrebbe avvenire perché in un’area monetaria l’interdipendenza tra le diverse economie nazionali è così forte che i cicli economici si sincronizzano. Se crescono, crescono tutti. E’ ciò che è effettivamente avvenuto anche nell’area euro fino al 2008, nonostante gli elevati differenziali di produttività tra gli euromembri. A partire dal 2010 però i paesi PIIGS hanno visto i tassi d’interesse sul loro debito pubblico scoppiare, e hanno dovuto adottare politiche fiscali restrittive (aumenti delle tasse e tagli della spesa pubblica), mentre, nello stesso tempo, gli euroforti hanno potuto mettere in pratica politiche fiscali espansive. Così, negli eurodeboli è continuata la recessione, mentre negli euroforti si è vista la crescita. Ora se questo accade possono entrare in funzione diversi meccanismi di riequilibrio.

Consideriamo due paesi: uno la Grecia (a rappresentanza degli eurodeboli) che entra in recessione, e un altro, la Germania (rappresentante degli euroforti) il cui Pil invece cresce. Nel caso in cui questi due paesi disponessero di una propria valuta nazionale (dracma e marco) il riequilibrio avverebbe attraverso il tasso di cambio: si svaluterebbe la dracma verso il marco, questo renderebbe i beni greci più convenienti in Germania, e quelli tedeschi meno convenienti in Grecia. C’è dunque un aumento, in entrambi i paesi, della domanda di beni greci, a scapito di quelli tedeschi, con relativa crescita dell’export greco e un riequilibrio della bilancia commerciale. Questo naturalmente in un’area monetaria comune non è possibile, in quanto esiste una sola moneta per entrambi i paesi. Ecco che secondo la Teoria delle AVO, per realizzare il riequilibrio si rende necessario almeno uno dei seguenti requisiti: _elevata mobilità del mercato del lavoro; _elevata flessibilità di prezzi e salari.

A_ Elevata mobilità del mercato del lavoro. In Grecia dove c’è recessione, vi è elevata disoccupazione, mentre in Germania dove l’economia cresce vi è domanda di lavoro. Dunque, il riequilibrio avverrebbe se i disoccupati greci si trasferissero a lavorare in Germania. Ma in Europa la mobilità del mercato del lavoro è bassa. Di fatto i greci accettano difficilmente di andare a lavorare all’estero.

B_ Elevata flessibilità di prezzi e salari. Se i greci non accettano di trasferirsi all’estero, allora deve entrare in campo un secondo meccanismo. La disoccupazione in Grecia dovrebbe portare a una riduzione dei salari nazionali, e dall’altra parte l’eccesso di domanda di lavoro in Germania determinerebbe una crescita dei salari (e dunque dei prezzi) tedeschi. Questo aumenterebbe la competitività dei prodotti greci (e dunque l’export) rispetto a quelli tedeschi, permettendo di uscire dalla recessione. Tuttavia, nemmeno questo meccanismo opera completamente nella zona euro. In Europa, infatti, i salari sono rigidi. In parte nei paesi PIIGS i salari relativi sono diminuiti negli ultimi anni, e questo ha permesso loro di recuperare intorno al 20% di export rispetto al minimo del 2009. Ma la Germania, nella sua ossessione storica per l’inflazione, fatica a permettere un aumento dei salari (e prezzi) in patria. L’aumento dei salari in Germania (e negli altri euroforti) determinerebbe un aumento della domanda interna tedesca, e farebbe da traino a tutti gli eurodeboli. Di fatto la Germania, rivalutando il proprio tasso di cambio reale (attraverso un aumento del livello dei prezzi domestici), accetterebbe di esportare meno ed importare di più, riequilibrando così la propria bilancia commerciale, oggi fortemente in attivo. Dall’altro lato, gli eurodeboli esporterebbero maggiormente, riequilibrando a loro volta la propria bilancia commerciale. Ma questo sta accadendo solo in parte. Così si sta prolungando la recessione nei PIIGS, e considerato che il 60% dell’export tedesco ancora oggi trova il proprio sbocco in Europa, la locomotiva tedesca è a sua volta in fase di rallentamento. La minore crescita tedesca avrà poi ripercussioni negative sulle esportazioni degli eurodeboli verso la Germania. Insomma, se gli euroforti accettassero un aumento del livello di inflazione domestica, l’uscita dalla crisi sarebbe più facile, al contrario il rischio è di una nuova recessione/stagnazione per tutti. Non essendovi né elevata flessibilità di prezzi e salari, né elevata mobilità dei fattori produttivi (in particolare del lavoro), l’eurozona, nonostante la grande integrazione commerciale interna, non può considerarsi un’area valutaria ottimale. E questa se realizzata tra paesi con livelli di produttività differenti, come in Europa, pone dei rischi maggiori.

Una volta individuate le principali debolezze dell’eurozona, possiamo tentare di capire quali sono le vie d’uscita alla crisi. Le prime due debolezze (mancanza di autorità di vigilanza e assenza di meccanismi di salvataggio) abbiamo visto che, in qualche modo, sono state messe al sicuro. Il problema oggi rimane la recessione in alcuni paesi europei, dovuta soprattutto a politiche di austerità fiscale, che a loro volta rischiano di trascinare verso il basso tutta l’eurozona. Possiamo riprendere 4 possibili exit strategies.

1_ Il cannone monetario. Una Bce autorizzata a stampare moneta, così come la Fed americana. Questo monetizzerebbe il debito dei paesi membri con relativa riduzione dei tassi d’interesse sui bond (gli investitori non scommetterebbero mai contro una Banca centrale), darebbe liquidità al sistema permettendo la solvibilità dello stesso, realizzerebbe una svalutazione del tasso di cambio (una guerra di valute a livello mondiale pare sia in corso), generando così effetti positivi sull’economia dell’area euro. Se Draghi lo avesse potuto fare, probabilmente, alla pari di tutti i suoi colleghi in giro per il mondo, lo avrebbe già fatto. Ma i Trattati non lo consentono e la Germania, avversa all’inflazione, difficilmente lo accetterebbe. Infatti, se è vero che i quantitative easing americani non hanno generato elevata inflazione in Usa, non è detto che ciò non avvenga anche in Europa. Gli USA possono stampare moneta (quasi) illimitatamente, perché il dollaro è valuta di riserva internazionale: l’aumento dell’offerta di dollari trova praticamente sempre la rispettiva domanda sul mercato mondiale. La fiducia verso un euro “diluito” potrebbe non essere la stessa riscossa dal dollaro. Qualche rischio inflazionistico potrebbe esistere, ma, anche se su scala minore rispetto a quello Usa, il bazooka monetario sarebbe uno strumento molto potente.

2_Gli eurobond. Se ne parla ormai molto e da più parti. I maggiori sostenitori sono Junker, Tremonti e l’economista francese Fitoussi. Si tratterebbe di emissioni di titoli europei di debito pubblico comuni, con cui finanziare la ripresa economica nell’eurozona. L’emissione di tali titoli, di fatto, permetterebbe di riequilibrare la situazione all’interno dell’Uem attraverso trasferimenti fiscali dagli euroforti agli eurodeboli. Alla base vi è necessariamente l’idea di unione fiscale, e il Fiscal Compact, sottoscritto lo scorso anno, può essere considerato il primo passo in tale direzione.

3_La camera di compensazione europea. Questa è un’idea che viene da lontano. Dalla Conferenza di Bretton Woods del luglio 1944. In quella occasione John Maynard Keynes propose la nascita di una clearing house mondiale. Una sorta di banca in cui ciascun paese membro avrebbe tenuto un proprio conto: i paesi in surplus nei loro conti con l’estero avrebbero registrato presso quel conto un saldo positivo, mentre i paesi in deficit di bilancia dei pagamenti avrebbero registrato un saldo negativo. Il saldo complessivo della Camera di compensazione sarebbe stato quindi pari a zero. I paesi in deficit avrebbero pagato un interesse sui loro deficit, mentre quelli in surplus avrebbero a loro volta pagato delle commissioni sui propri surplus. Questo avrebbe incentivato sia i paesi in deficit che quelli in surplus a ricercare un equilibrio nei propri conti con l’estero. Equilibrio che Keynes considerava essenziale per la stabilità finanziaria internazionale. Quella idea non vide la luce, ma oggi potrebbe essere utile riprenderla su scala europea per finanziare gli squilibri interni all’Uem.

4_ La rottura della zona euro. Rottura che potrebbe avvenire in maniera più o meno ordinata. Diverse sono le possibilità: _alcuni paesi tengono l’euro (gli euroforti o gli eurodeboli?), mentre altri tornano alle valute nazionali; _nasce un euro per i forti e un euro per i deboli; _tutti ritornano alle rispettive monete nazionali. Se dovesse spaccarsi l’eurozona nessuna teoria economica ci sarà di grande aiuto, perché la rottura di un’area monetaria è terra praticamente inesplorata. Il pensiero economico non è oggi probabilmente in grado di dare risposte certe riguardo a cosa accadrebbe a ciascun singolo paese. Per l’Italia il ritorno alla lira potrebbe generare più guai (aumento dei tassi d’interesse sui titoli di Stato ed elevata inflazione importata), che benefici (crescita dell’export, che a dire il vero ha raggiunto il massimo storico nel 2008, in concomitanza ad un euro a sua volta ai massimi). Tuttavia, molti (politici, imprenditori ed economisti) considerano questa possibilità come concreta e alcuni la auspicano. Negli Usa la maggior parte degli addetti ai lavori è convinta che possa accadere. Se anche voi siete tra coloro i quali ritengono preferibile per l’Italia un ritorno alla lira, allora vi farà piacere conoscere un piccolo segreto. Le eurobanconote a prima vista sono tutte uguali, senza riferimenti nazionali. Ma in realtà non è così. Su ciascuna banconota si trova una serie numerica, la quale inizia con una lettera. La lettera indica il paese della banca centrale nazionale di emissione. I numeri che seguono tale lettera, se sommati fino a quando si ottiene una sola cifra, rappresentano un ulteriore sistema di controllo della nazione stessa. Per esempio, la X identifica la Germania (quindi la Bundesbank), la Y la Grecia, la U la Francia, e così una lettera per ciascun euromembro. Tutte le banconote con un codice identificativo comprendente la lettera X (Germania) riportano cifre numeriche che se sommate danno come risultato 2, se la serie inizia con la Y (Grecia) la somma da 1, se la lettera iniziale è una U (Francia) la cifre sommate danno un un 5. A tutti i paesi membri, infatti, è stata assegnata una lettera e un numero di controllo. L’Italia? Le eurobanconote emesse dalla Banca d’Italia riportano un codice che inizia con la lettera S, e sommando le relative cifre numeriche finché ne resta una soltanto, il risultato sarà 7, ovvero il numero di controllo assegnato all’Italia. Nel caso in cui l’eurozona dovesse rompersi, quelle saranno le prime lire in circolazione, sulle quali dovrebbe essere applicato un particolare inchiostro per rendere più chiare le identificazioni nazionali. In attesa probabilmente che ne vengano stampate di nuove con le tradizionali immagini della patria. A quanto pare anche i padri fondatori della Moneta Unica presero in considerazione il rischio che si potesse tornare alle vecchie valute nazionali. Ma nel caso dovesse accadere sul serio non resterà che incrociare le dita.

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Alberto Monteverdi

Nasce nel bresciano il 25/10/1987, fin da giovane sviluppa una passione per le tematiche economiche. A 18 anni è finalista al “Management Game” di Confindustria Lombardia. Nel 2006, dopo il diploma in ragioneria, si iscrive al Corso di Studi in “Aziende, Mercati e Istituzioni” presso l’Università degli Studi di Parma, dove ha come Professore di Economia dello Sviluppo l’attuale Ministro della Coesione Territoriale Fabrizio Barca. Nel 2009 si laurea con Lode discutendo una tesi riguardante le implicazioni economiche e politiche dell’allargamento dell’Unione europea ad Est. Attualmente frequenta l’ultimo anno del Corso di Laurea Magistrale in “Relazioni Internazionali” presso la LUISS Guido Carli di Roma.