Etiopia: la repressione del governo e i diritti degli Oromo

10/10/2016 di Michele Pentorieri

Amnesty International e Human Rights Watch avevano già denunciato la repressione governativa nei confronti della maggioranza etnica. Gli almeno 50 morti della scorsa domenica sono solo la punta dell’iceberg.

Etiopia

Etiopia. Domenica 3 ottobre, le autorità di Addis Abeba hanno confermato la morte di almeno 50 persone di etnia Oromo, rimaste uccise schiacciate dalla folla a Bishoftu, qualche chilometro a sud della capitale. Centinaia di migliaia di persone si erano infatti riunite per il tradizionale festival Oromo, che sancisce la fine della stagione delle piogge (Irreecha). L’opposizione, tra le smentite del Governo, accusa il governo di essere responsabile per quanto accaduto: le vittime sarebbero in realtà ben oltre un centinaio di persone, e le forze di sicurezza avrebbero sparato proiettili e gas lacrimogeni sulla folla. A seguito dell’accaduto, le autorità hanno dichiarato 3 giorni di lutto nazionale ma, nel contempo, anche sei mesi di stato di allerta, a causa delle proteste degli Oromo, sempre più numerose.

Le proteste si inseriscono in un quadro ben più ampio, chiamando in causa fattori etnici e territoriali. Gli Oromo abitano la parte centrale e occidentale dell’Etiopia e costituiscono – secondo il censimento nazionale del 2007c- il 34,5% della popolazione del Paese, mentre i Tigrini il 6,07%. Nonostante ciò, il secondo gruppo detiene di fatto il potere politico ed è accusato dal primo (oltre che da numerose ONG) di reprimere qualsiasi forma di pluralismo politico e di dissenso.

All’origine dell’attuale assetto politico, la caduta dell’ex dittatore Mengistu Haile Mariam, a seguito della quale l’assetto statale dell’Etiopia è stato riformato in senso federalista. Ad ogni regione è assegnato un certo grado di autonomia, ma le voci riguardanti un’eccessiva centralizzazione del potere nelle mani dei Tigrini sono molte. Una certezza, per certi versi, più che un sospetto: ad esempio, i terreni agricoli in possesso dagli Omoro sono stati esclusi dalle politiche di sviluppo promosse dal Governo

Già 2 anni fa, Amnesty International pubblicò un rapporto estremamente eloquente in tal senso, intitolato “Because I am Oromo”. Dal 2011 al 2014, denuncia il rapporto, almeno 5.000 Oromo sono stati arrestati per la loro sospetta o fattiva (pacifica) opposizione al governo. In generale, il quadro che emerge è quello di un sistema di criminalizzazione dell’etnia, la cui sola esistenza e importanza numerica all’interno del paese costituiscono una minaccia al predominio tigrino. In particolare, le forze di sicurezza detengono un potere quasi del tutto discrezionale nell’agire nei confronti degli Oromo. Più recentemente, Human Rights Watch si è interessata alla questione, parlando lo scorso giugno di una repressione senza precedenti nei confronti degli Oromo, denunciando soprattutto il silenzio colpevole dei partner stranieri come l’UE, che si è sempre limitata a dichiarazioni di facciata.

In generale, le proteste vanno avanti da almeno lo scorso novembre, quando il governo annunciò un piano per espandere la capitale, che avrebbe dovuto inglobare anche parti della regione a maggioranza Oromo, la quale vide nel piano un tentativo di essere cacciata dai propri territori. Ad alimentare il sospetto ci furono anche i concomitanti dialoghi tra governo etiope ed attori privati per progetti di land grabbing. I due piani sembrano per ora naufragati, ma le proteste non si sono placate, concentrandosi in particolare sulla richiesta di rilascio di prigionieri e di più ampie libertà.

Il governo, dal canto suo, ha sempre sminuito la portata del movimento di opposizione, bollandolo come sovversivo e pericoloso per la pace e la stabilità del paese. In ossequio alla più classica delle retoriche volte a discreditare il dissenso interno, l’opposizione è anche accusata di ricevere supporto da forze esterne non meglio identificate. I capi ed i portavoce del dissenso sono attualmente sotto processo per terrorismo.

L’atteggiamento dei governi occidentali nei confronti del governo etiope è ambivalente. Da un lato, non sono mancate le critiche nei confronti della repressione del dissenso e delle incarcerazioni sommarie ai danni degli Oromo. Dall’altro, il paese continua ad essere visto sostanzialmente come una storia di successo di democrazia e lotta al terrore nella zona. La stabilità dell’Etiopia è cruciale per l’intera area, dove la Somalia è da ormai diversi anni uno stato fallito, in Eritrea Afewerki governa con il pugno di ferro (tra i migranti che arrivano in Italia quella eritrea rappresenta la nazionalità predominante) ed al-Shabaab minaccia concretamente anche il Kenya. In Etiopia, tuttavia, il rispetto dei diritti umani viene sacrificato sull’altare di una decisa lotta al terrore. La misure messe in campo dal governo centrale riguardano anche la limitazione della libertà di informazione: l’intellettuale e blogger Seyoum Teshome è stato recentemente arrestato per le sue dichiarazioni rilasciate al New York Times. Teshome ha fatto riferimento al gesto del maratoneta etiope Feyisa Lilesa alle ultime olimpiadi (quello di incrociare le mani e portarle sopra la testa per denunciare le violazioni in atto nel Paese) come un duro colpo all’immagine del Paese, che veniva finalmente rivelata al mondo.

In realtà, l’opinione pubblica continua ad avere una conoscenza pressoché pari allo zero del contesto etiope mentre l’esodo di una parte considerevole della sua popolazione, schiacciata tra la repressione e le conseguenze dell’ultima siccità (il 20% degli etiopi, circa 20 milioni, sono dipendenti dagli aiuti alimentari internazionali) è destinato ad assumere proporzioni sempre maggiori.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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