Essere mortali, in letteratura

22/04/2016 di Francesca R. Cicetti

L'era del boom è finita, torna la paura della morte. Ma oggi si ha più voglia di parlarne. Impariamo a essere mortali, e la letteratura ci aiuta.

Libreria

Gli anni del consumo hanno trasformato la morte in un breve sogno remoto. Un inevitabile istante della vita da accantonare fino al momento fatidico. Da seppellire sotto una montagna di patatine fritte, una pila di abiti nuovi, qualche lattina di Coca Cola. Anche la letteratura si è adeguata. Nel mondo dell’editoria è sopravvissuto per molti anni il pregiudizio secondo il quale i libri sulla morte non vendono. Non possono vendere, perché nessuno vuole leggerne. A nessuno interessa. Si accompagna anche all’arcano tabù che invita a non scegliere mai per un libro titoli che contengano la parola morte. A meno che, ovviamente, non si tratti di un sanguinoso giallo scandinavo.

Il luccicante carosello del consumo ci ha reso immortali per qualche decennio. Ha allontanato da noi il pensiero della fine, ci ha costretto a voltare la testa dall’altra parte. Ma ora le mamme e i papà dei baby boomers stanno invecchiando, lasciando alla loro prole il duro compito di continuare a coltivare le generazioni future. E i figli dei boom non sono immortali come i loro genitori. Non riescono, come loro, a seppellire le loro ansie esistenziali sotto una montagna di colorati manifesti pubblicitari. I tempi sono cambiati, è cambiata la letteratura.

Così i libri sulla morte compaiono nelle classifiche, d’Oltreoceano e nostrane. Leggere della fine non fa più paura. Addirittura, molti dei casi editoriali degli ultimi anni hanno come tema la morte. Beninteso, la letteratura ha da sempre avuto la morte al centro, e ha sempre venduto moltissimo. Ma si tratta di omicidi, zombie, vampiri, non morti. Ovvero: la fine attrae, ma solo se è quella degli altri. Quando si tratta di noi stessi, preferiamo dedicarci ad altro. Non pensare.

Qualcosa sta cambiando. Oggi si può parlare di malati terminali, dell’approccio alla morte, di come morire. Dell’essere mortali, senza bisogno di fingere. Senza doversi mostrare immuni, alla sofferenza e al dolore. Alla scomparsa nostra, dei nostri cari. Questi temi entrano con violenza nella nostra realtà, ritagliandosi un posto con delicatezza, un poco alla volta.

Forse è per la morte della generazione del progresso, forse è per la fine dell’edonismo opulento, del materialismo americanofilo. Forse per lo sviluppo delle tecniche ospedaliere. Quell’evoluzione che ha allontanato la morte e l’ha resa una lunga fase di transizione. Un periodo, non più un evento. E così diventa necessario parlarne, metabolizzare. Leggere al riguardo. Dal 2008 la morte entra in classifica. L’anno del pensiero magico di Joan Didion, e poi Accabbadora di Michela Murgia. Altri bestseller: Così è la vita di Concita De Gregorio e Braccialetti rossi di Albert Espinosa. Per arrivare ai meno mediatici e più delicati volumi di Giandomenico Borasio o di Umberto Veronesi.

Oggi è meno solido il luogo comune che recita: mai parlare della nostra fine finché non arriva. La morte è stata per decenni un passaggio obbligato, da dimenticare fino all’ultimo momento. Oggi siamo persone diverse. Con più consapevolezza, forse maturità. Abbiamo bisogno di confrontarci sul tema, di scardinare i tabù. Possiamo affrontare la verità con più naturalezza, senza timori. Oggi possiamo parlare della morte, e la letteratura può farlo con noi. Dopotutto siamo mortali. Una negazione su carta stampata non basterebbe a garantirci l’eternità.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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