Esiste una soluzione alla disoccupazione giovanile?

12/06/2013 di Chiara Stirpe

Spunti per una politica di solidarietà generazionale

Disoccupazione giovanile

Disoccupazione giovanile – Crescita ed economia, giovani e lavoro, disoccupazione, inoccupazione, welfare in declino, pensioni, baby-pensioni. Questi i temi di cui più abbiamo sentito parlare negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 2010 quando la crisi ha iniziato a farsi sempre più prepotente nei confronti degli italiani. Una crisi fatta di consumi in costante declino, di distruzione della pmi, di aumento della tassazione e imposizione di ulteriori misure per raggiungere il pareggio di bilancio, in una giungla fatta di IMU, IVA e TARES.

I bamboccioni – “Lì nel mezzo” ci sono i “giovani”. Quelli etichettati come bamboccioni. Quelli cui qualcuno consigliò loro, neanche troppo tempo fa, di andare a scaricare la frutta al mercato. Qualcun altro suggerì, in una fantomatica lettera al figlio, di scappare dal Paese. Giovani e lavoro quindi, un tema decisamente complicato, sconveniente, se non addirittura scomodo e di imbarazzo per le forze politiche, per le quali la disoccupazione giovanile rappresenta un incubo.

Il costo dei NEET – Proprio questo tema viene affrontato da un saggio, firmato Luciano Monti – professore di Politica Economica Europea presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli di Roma – “Spunti per una politica di solidarietà generazionale”. Partiamo da una semplice domanda: “Quanto costa un giovane inoccupato in termini di trasferimenti e sussidi statali? E quanto costa allo Stato la disoccupazione giovanile in termini di contribuzione e PIL?”. Dati Eurofond ci dicono che nel 2008 in Europa i  NEET (not in Education, Employment or Training) sono costati circa 119 miliardi di Euro, di cui 111 in termini di mancate contribuzioni e 8 per il costo dei trasferimenti effettuati dagli stati. Importo che nel 2012 è salito a  153 miliardi di Euro.

Youth guarantee – Un’emergenza che, neanche tre mesi fa, ha spinto l’Europa all’inaugurazione della c.d. youth guarantee europea (di cui abbiamo parlato qui). In altre parole il Consiglio Europeo ha stabilito di introdurre una garanzia per i giovani che, appunto, garantisca a tutti gli under 25 di  ricevere  un’offerta di lavoro,  un proseguimento degli studi, apprendistati o tirocinio di buona qualità entro un periodo di quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema d’istruzione formale.

E’ possibile l’implementazione di una buona ed efficace youth guarantee per l’Italia? Il paper individua qui un problema di tipo etico, collegato all’annosa questione dei maggior livelli di benessere di cui hanno beneficiato le generazioni passate, e introduce temi di solidarietà generazionale. Responsabilizzare chi ha vissuto per anni godendo della ricchezza degli ultimi decenni è un obiettivo possibile?  E poi, perseguendo un tale obiettivo, non si aggiungerebbe un ulteriore frattura sociale a quelle già esistenti in nome del principio “chi sbaglia paga”?

Giovani e lavoro: in aumento la disoccupazione giovanile
Giovani e disoccupazione

Luciano Monti, la proposta – Il punto di vista di Luciano Monti è interessante perché inserirebbe una variabile di non poco conto: non solo solidarietà generazionale ma condivisione dei benefici futuri. Vista la chiarezza dell’argomentazione cito testualmente: “Secondo quest’ulteriore approccio, è necessario verificare i costi e i benefici di un intervento economico a favore della fascia più colpita dalla attuale recessione e calcolare l’impatto di tale intervento sul benessere non solo di tali generazioni, ma anche di quelle che oggi si sono ritirate dal lavoro e, secondo le attuali attese di vita, trascorreranno un periodo auspicabilmente lungo in tale condizione. In sostanza, qualora si dimostrasse che una temporanea riallocazione delle risorse verso le fasce più giovani della popolazione potrebbe assicurare un maggiore benessere a quelle ritirate dal mondo del lavoro, allora si potrebbe parlare di una sorta di “prestito generazionale”. Un prestito effettuato da chi ha accumulato una determinata rendita, che viene parzialmente “investita” sui più giovani i quali, mediante la loro contribuzione futura, la ritorneranno in seguito, dopo aver saldato la attuale frattura, grazie alla loro maggiore contribuzione”.

Dove trovare però la copertura finanziaria per una soluzione di questo tipo?  Stimando per eccesso, e quindi considerando un arco temporale di 24 – 36 mesi e assicurando la garanzia a tutti gli inoccupati/disoccupati under 34, l’Italia avrebbe bisogno di circa 40 miliardi di euro. Una parte andrebbe ricavata dai Fondi strutturali per il 2013-2014, nonché dai residui non spesi dalla programmazione 2007-2013, e potrebbe costituire la base per l’implementazione di una prima azione pilota.

Dopo di che subentrerebbe il vero e proprio prestito generazionale identificabile nella c.d. Generation Gap Tax (GGT) da intendersi come imposta una tantum, del 4% su base annua per la durata di due anni, che vada a gravare sulle pensioni più elevate e su quelle c.d. baby. “Avendo dimostrato che i maggiori beneficiari dell’eccesso di consumo nel corso degli ultimi decenni, ma anche i maggiori interessati al mantenimento dell’attuale sistema pensionistico, sono coloro che hanno usufruito di pensionamenti anticipati in tale periodo o sono giunti all’età della pensione poco prima della attuale crisi, non vi sono dubbi che il prelievo a fini garantistici debba essere ricercato in tali fasce”.  La proposta non vuole colpire indiscriminatamente tutta la popolazione oltre una certa età e anzi l’imposta potrebbe modellarsi sui regimi delle pensioni e sull’anno di avvio del pensionamento, escludendo così la possibilità di incorrere in palesi ingiustizie sociali: “In altre parole la contribuzione sarà assicurata da chi percepisce una pensione più ricca e da chi è andato in pensione prima”.

Solidarietà e benefici – La soluzione proposta dunque unisce ciò che sembra incompatibile: non solo solidarietà generazionale ma anche condivisione dei benefici futuri. Il che costituisce una formidabile base di mediazione tra interessi “passati”, “presenti” e “futuri”. Una proposta capace di aiutare noi giovani, noi bamboccioni, noi che dovremmo scaricare la frutta e scappare dall’Italia. Certo, il sistema italiano è bloccato in una palude e sembra avere difficoltà ad uscirne, ma quando emergono proposte di questo tipo è fondamentale che se ne parli e se ne discuta. Se poi a parlarne e a discuterne sono i diretti interessati, ovvero i giovani, allora tanto bamboccioni poi non siamo. Allora magari potremmo aspirare anche a qualcosa di più che scaricare le cassette di frutta.

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