Esiste solo la razza umana

30/01/2015 di Francesca R. Cicetti

Forse questa America non è quella che il dottor King sognava. A dispetto dell’elezione del primo presidente afroamericano, a dispetto anche della formazione di una prima middle class nera, il motore deve ancora cominciare a girare. Dal 1973, in pratica, il divario non si è colmato. I ricchi più ricchi, i poveri in coda

Stati Uniti, discriminazione

Forse questa America non è quella che il dottor King sognava. E non farà male vederselo sul grande schermo, nella corsa per gli Oscar, il promotore della parità razziale.  La sua storia la racconterà “Selma”, di Ava DuVernay, e forse riaccenderà qualche spirito pigro. Ma la statuetta è un conto, la discriminazione un altro. È vero, il tasso di povertà tra gli afroamericani tra il 1959 e il 1972 è diminuito, ma lo scarto economico tra bianchi e neri è rimasto lo stesso. Tutti più ricchi, ma i bianchi di più. Tre volte di più. E l’utopia dell’aver oramai accantonato la questione razziale si è infranta una sera della scorsa estate, a Ferguson. Sei colpi di pistola per ricordare al mondo che gli afroamericani sono ancora schedati dalla polizia in base al colore della pelle.

I bianchi, di fronte ai sondaggi, affermano con convinzione che essere neri non ostacola la corsa allo splendente sogno americano. Che la meraviglia a stelle e strisce è per tutti. Che le proteste sono eccessive e ingiustificate, e che è quasi assurdo pensare che il sistema giudiziario soffra ancora dei retaggi schiavisti. I neri non sono d’accordo. Non è vittimismo, il loro. È disperata ricerca di giustizia. La polizia ha ancora molto da fare per conquistare la fiducia dell’intera popolazione, ed è un percorso lungo e in salita. Di contro, gli afroamericani non dovrebbero accusare i giovani che vogliono affrancarsi dalla periferia di essere degli emulatori dei bianchi. La voglia di riscatto non è settoriale. Almeno quella è per tutti.

Anche i dati sulla disoccupazione e sul crimine non sono rassicuranti. Al reverendo King non sarebbe piaciuto sentire che, su un 14% di popolazione nera, quasi il 40% dei detenuti è afroamericano. Un bambino nero su quindici ha un parente dietro le sbarre. Lo stesso vale per la disoccupazione, che registra uno squilibrio imbarazzante. Belle parole, quelle del dottor King, che a tutti piace ricordare. I suoi sogni di uguaglianza sono manifesto di ogni generazione, baluardo dei diritti. Ma in pochi sembrano aver recepito l’insegnamento primario: l’occupazione è la chiave. Non c’è libertà senza lavoro. A dispetto dell’elezione del primo presidente afroamericano, a dispetto anche della formazione di una prima middle class nera, il motore deve ancora cominciare a girare. Dal 1973, in pratica, il divario non si è colmato. I ricchi più ricchi, i poveri in coda.

Forse non è questo il mondo che il dottor King aveva auspicato. Una sconvolgente paura del diverso, che ci spinge a nascondere la testa sotto la sabbia. O peggio, a scendere in piazza per rivendicare il diritto alla discriminazione. Noi e loro. L’Europa non è diversa dagli Stati Uniti o dai paesi dell’Asia. E se ci è piaciuto crederlo, le ultime settimane hanno infranto i nostri sogni di superiorità illuminata. La solidarietà ha ceduto il posto alla paura, alla repulsione persino. Alla sindrome delle tartarughe, ciascuno nel proprio guscio sicuro, al riparo dai rischi e dalle contaminazioni. Gennaio è il mese della memoria, ma ogni tanto ci capita ancora di dimenticare. I sogni del dottor King, la solidarietà, il riscatto. E che al mondo, a dispetto di tutto, esiste una razza solamente. La razza umana.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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