Erwin Rommel, eroe tattico

07/11/2016 di Cristina Ioannilli

Tra i nomi dei maestri di tattica militare, certamente spicca quello del generale tedesco Erwin Rommel: i successi ottenuti in circostanze particolari durante il Primo e il Secondo conflitto mondiale fecero sì che la storia della “Volpe del deserto” si rivelasse un mito duraturo.

Rommel

Erwin Johannes Eugen Rommel nacque il 15 novembre 1891 a Heidenheim, vicino ad Ulma, in Svevia; il ducato di Svevia era stato assorbito da lungo tempo dal regno di Württemberg, nella Germania meridionale. Suo padre, Erwin Rommel, era professore di matematica e sua madre, Helene von Luz, era la figlia di un funzionario statale locale: la famiglia di Rommel, di estrazione borghese, non aveva tradizioni militari e lo stesso Erwin non mostrò alcun interesse per la carriera nelle forze armate. Da ragazzo non si distinse né sotto il profilo accademico né sotto quello atletico. Intraprese il servizio militare, però, su consiglio del padre: a sedici anni iniziò il corso triennale presso il Realgymnasium e il 19 luglio 1910 il giovane Erwin si arruolò come ufficiale cadetto nel 124° reggimento di fanteria.  Dopo otto mesi di addestramento fu inviato a Danzica, in accademia militare, dove si diplomò il 15 novembre 1911. Tornato a Weingarten, il 27 gennaio 1912 fu nominato sottotenente e iniziò ad addestrare le reclute.

Rommel e HitlerNell’agosto del 1914 partì per il fronte occidentale: Rommel operò nella valle della Mosa, sul fronte di Verdun. Un mese dopo, fu ferito e insignito della Croce di Ferro di II classe. Rientrò, prontamente, a gennaio per prendere parte ad un altro assalto a Verdun: venne circondato dai francesi ma, grazie alle sue doti di comando, riuscì a rientrare nelle linee tedesche. Ciò gli fece meritare la Croce di Ferro di I classe. In seguito ad altre vittoriose imprese sul fronte orientale, fu inviato in Italia: se i tedeschi fossero riusciti a sfondare le linee italiane sul fiume Isonzo, avrebbero potuto costringere gli italiani ad uscire dal conflitto, consentendo di spostare poi le forze sul fronte occidentale. Pur disobbedendo alle direttive del superiore, Rommel, alla testa di un centinaio di uomini, conquistò la sommità del Matajur e fece centinaia di prigionieri. Questi avvenimenti diedero inizio alla battaglia di Caporetto, una disfatta per l’esercito italiano e un successo parziale per quello tedesco. Per Rommel i principali criteri per raggiungere la vittoria erano: condurre dal fronte, agire con rapidità e determinazione. La velocità era di certo la caratteristica principale del modo in cui Rommel affrontava la guerra. Attraversò il fiume Piave e conquistò la città di Longarone: il Piave segnò il limite dell’avanzata tedesca. I suoi tentativi di passare il fiume con dei piccoli reparti vennero fermati dalle truppe italiane.

Poco prima dell’armistizio dell’11 novembre, Rommel fu promosso capitano; il 18 ottobre 1920 giurò fedeltà alla Repubblica di Weimar: doveva occuparsi dell’addestramento dei soldati nelle caserme. I suoi successi e le sue decorazioni costituirono un fattore chiave nel garantirgli un posto nel nuovo esercito. Il fatto che la Germania non possedesse più un esercito forte ma i suoi nemici fossero ancora potenti, la spingeva ad essere innovativa nella dottrina: queste trasformazioni non erano fatte per Rommel, la cui carriera subì infatti uno stallo. Solo nel 1933 ebbe il suo primo periodo di comando con il III battaglione a Goslar. Qui, l’anno seguente, incontrò Adolf Hitler.

Nel 1935 Rommel fu promosso tenente colonnello; nello stesso anno, Hitler reintrodusse la leva obbligatoria in Germania: fu l’inizio di un nuovo esercito. Nel 1936, durante la manifestazione del partito nazista, fu addetto alla scorta militare del Führer. Lo incontrò di nuovo nel 1938, durante l’occupazione tedesca del Sudetenland. All’inizio del 1940 Hitler gli domandò che comando avrebbe desiderato avere e Rommel richiese senza esitazione una divisione Panzer. La settima divisione Panzer di Rommel attaccò il 10 maggio 1940 attraverso il Belgio, in direzione della Mosa. La seconda parte della campagna occidentale iniziò il 5 giugno, attaccando attraverso la Somme; la settima divisione di Rommel aveva catturato 97.648 uomini, 277 cannoni da campagna, 64 cannoni controcarro, 458 carri e veicoli corazzati e oltre 4000 autocarri. I suoi si distinsero per imprese epiche nella Campagna di Francia, ma contarono anche il numero più alto di perdite.

Rommel AfricaLa carriera di Rommel avrebbe potuto seguire un percorso del tutto diverso se non fosse stato per la decisione di Hitler di inviare in Africa settentrionale un “reparto di arresto”, il Deutsches Afrikakorps, per impedire ai britannici di avanzare su Tripoli. All’inizio del febbraio 1941, Hans von Funck fu sostituito da Rommel al comando delle forze tedesche destinate in Africa. La sua fama lo aveva preceduto: era molto amato e stimato dai soldati italiani. Qui trascorse due anni conducendo una campagna altalenante che gli avrebbe procurato la fama e il soprannome di “Volpe del deserto”, per non parlare di promozioni e decorazioni. Parlavano tutti di lui e i generali nemici, molto infastiditi da questo fatto, cercavano di minimizzare la sua figura. Nel maggio del 1942 Rommel attaccò la linea britannica di Ain el Gazala in una battaglia terminata con la caduta di Tobruk, che gli valse la promozione a feldmaresciallo, e con l’attacco a El Alamein, dove le forze dell’Asse sarebbero state battute in novembre.

Il 15 luglio 1943, poco prima della caduta di Mussolini e dell’uscita dell’Italia dalla guerra, a Rommel fu affidato un altro comando nell’Italia settentrionale; a novembre, però, fu inviato nella Francia settentrionale, prima in qualità di ispettore delle difese costiere e, a partire dal gennaio 1944, quale comandante di un gruppo d’armata nell’Europa nordoccidentale. In seguito allo sbarco degli Alleati in Normandia, Rommel rimase ferito quando la sua automobile fu mitragliata da un cacciabombardiere e venne rimandato in Germania. La Gestapo circondò per giorni la sua casa, fino a costringerlo ad una scelta decisiva: un suicidio con il cianuro oppure un processo con inevitabile coinvolgimento penale per tutti i familiari per il suo coinvolgimento nel complotto del 20 luglio per assassinare il Führer. Rommel non ebbe dubbi e si uccise il 14 ottobre 1944. Ci furono i funerali di Stato, una messa in scena del Regime: nessuno doveva sapere cosa fosse realmente accaduto.

Senza alcun dubbio in campo si dimostrò capace ed esperto, fu un ufficiale dotato, con la capacità di reagire con rapidità alle diverse situazioni. Com’era sua abitudine, stava spesso in prima linea, atteggiamento da lui ritenuto necessario per eseguire con precisione i piani del comandante e del suo stato maggiore. Rommel era già una specie di “mito vivente” dopo che i suoi successi nelle operazioni belliche in Africa settentrionale gli procurarono fama e riconoscimenti molto al di là dei confini della Germania. Ma fu anche l’importanza attribuitagli dai suoi nemici che finì per trasformarlo in un mito; del resto per il soldato comune, oltre che per l’opinione pubblica in patria, solo una cosa contava: sconfiggere Rommel. Fu insomma il leader militare ideale, una specie di eroe non solo per i tedeschi ma anche per i nemici della Germania: figura leggendaria, anche se vittima della propaganda di un sistema di cui avrebbe riconosciuto troppo tardi gli obiettivi criminali contro l’umanità.

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Cristina Ioannilli

Nata a Roma il 18 agosto 1993. Diplomata al Liceo Classico “Marco Terenzio Varrone” di Rieti, si è laureata nel 2015 in Storia e Filosofia presso l’Università Europea di Roma. Appassionata di storia contemporanea, dedica i suoi studi ai momenti di transizione e ai processi di formazione delle identità nazionali in Europa.
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