Ernesto Teodoro Moneta, un ambiguo premio Nobel per la pace

28/08/2013 di Matteo Anastasi

Ernesto Teodoro Moneta è l’unico italiano ad aver conseguito il premio Nobel per la pace. Gli fu conferito nel 1907 per il suo impegno a favore della pace. Eppure il pacifismo di Moneta da sempre imbarazza i suoi studiosi.

Ernesto Teodoro Moneta, Nobel per la paceNato a Milano il 20 settembre 1833, fu al fianco di Garibaldi nelle guerre d’indipendenza per poi maturare la sua avversione nei confronti della belligeranza dinanzi al tragico spettacolo degli eventi militari cui assistette in prima persona. Fu promotore e fondatore, nel 1887, della Società per la pace e la giustizia internazionale e, quando gli dettero il Nobel, i giudici di Oslo non ebbero esitazioni. Tutto ciò che Moneta aveva detto, scritto e fatto negli anni precedenti lo rendeva il candidato ideale al premio che Alfred Nobel aveva istituito poco prima di morire per espiare i danni provocati dall’invenzione della dinamite.

Tuttavia, almeno due momenti della vita di Moneta sembrano contraddire la sua immagine di redento pacifista: la guerra di Libia del 1911-1912 e l’intervento italiano in guerra nel 1915. Alla vigilia della guerra italo-turca manifestò aperta solidarietà con la decisione del governo Giolitti, atteggiamento sorprendente in uomo che da soli quattro anni era stato premiato per le sue posizioni pacifiste e che pochi mesi prima aveva scritto: «Abbiamo combattuto la politica imperialista e militarista di Crispi […] Se oggi l’Italia splende di bella luce davanti al mondo, lo si deve […] alla politica di pace sincera e leale che il governo segue da alcuni anni senza deviazioni e senza titubanze». Ma, come altri intellettuali democratici dell’epoca, Moneta ritenne Tripolitania e Cirenaica terre che avrebbero offerto sbocchi nuovi all’emigrazione italiana, garantito benessere, assicurato l’equilibrio Mediterraneo e contribuito al mantenimento della pace in Europa.

Ragionamenti simili furono sviluppati nel maggio del 1915. Dopo essersi schierato in favore della neutralità, appoggiò l’ingresso italiano nella Grande Guerra avanzando tesi anti-tedesche e anti-austriache, ancora una volta in linea con le idee democratiche di quegli anni. La sua avversità agli Imperi centrali, occorre ricordarlo, era dovuta anche a rigurgiti delle sue vecchie posizioni mazziniane che lo rendevano convinto la pace sarebbe stata il risultato della felice convivenza tra Stati nazionali in cui il principio della volontà popolare avrebbe avvicendato quello della legittimità dinastica: «Forse non è lontano il giorno in cui tutti i popoli, dimenticando gli antichi rancori, si riuniranno sotto la bandiera della fraternità universale e, cessando ogni disputa, coltiveranno tra loro relazioni assolutamente pacifiche, quali il commercio e le attività industriali, stringendo solidi legami. Noi aspettiamo quel giorno».

Riteneva i popoli sarebbero stati più pacifici dei governi ed era altresì convinto, come d’altronde il presidente americano Thomas Woodrow Wilson, che la Prima guerra mondiale sarebbe stata «a war to end all wars», una guerra per porre fine a tutte le guerre. La morte, giunta nel gennaio del 1918, gli risparmiò, evidentemente, future cocenti delusioni.

 

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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