Erich Priebke, il criminale di guerra convinto del suo operato

12/10/2013 di Andrea Viscardi

L’ex membro delle SS, criminale di guerra e negazionista, si è spento tra mille polemiche. Prescindendo dal suo caso, alcune riflessioni, spesso ignorate

Erich Priebke Roma

Erich Priebke è morto centenario, dopo aver vissuto gli ultimi anni a Roma, in quella città che tanto duramente aveva contribuito a colpire. Nel 1943, eseguendo l’ordine dei suoi superiori, aveva contribuito a giustiziare 335 persone, tra cui un gran numero di civili, come rappresaglia rispetto ad un’azione partigiana, durante la quale erano morti 33 soldati nazisti. Episodio tristemente passato alla storia come l’eccidio delle fosse Ardeatine. Un crimine di guerra che, per come si configurò, violò la Convenzione dell’Aja del 1907 e i codici di diritto bellico internazionale. Questa è una certezza di cui nessuno dovrebbe dimenticarsi, insieme alla sua fervente (ed ingiustificabile) convinzione negazionista. Al contrario di quanto sta avvenendo, negli ultimi giorni, su diversi social network.

Erich Priebke, fosse ArdeatinePrima di continuare, è necessario, quindi, fare una premessa. Quanto segue non vuole essere in alcun modo un’apologia del criminale di guerra, né una giustificazione per quanto da lui o da altri commesso in quegli anni. I fatti parlano chiaro, e i corpi, lasciati senza vita nel 1943, anche. Questo, in ogni caso, non significa non si possano aprire riflessioni sulla sommarietà con cui giornali e media giudichino o abbiano giudicato casi simili, anche e soprattutto al di fuori di quello di Priebke o del nazismo, senza prima tener conto di certi aspetti che, per quanto possano portare alla stessa conclusione, andrebbero, da una prospettiva storica, affrontati. Nonostante gli anni trascorsi, in Italia è difficile farlo. Perché si rischia di venire accusati di essere un apologeta del nazismo, accusa insensata per chi leggerà con la giusta obiettività.

Considerazioni, quelle che seguono, che per molti non hanno validità, perché i nazisti consapevoli e, nonostante questo, fervidi sostenitori di Hitler, sia durante che dopo la guerra, sono stati all’ordine del giorno. Priebke era uno di questi? Chi scrive è più propenso ad appoggiare tale tesi e, in ogni caso, si è reso protagonista di un crimine di guerra, prima, e di un insensato negazionismo, poi. Ognuno è responsabile dei propri gesti.

Fatta questa doverosa premessa, occorrerebbe analizzare questioni simili a quella di Priebke con la complessità storica che in realtà racchiudono, cosa raramente fatta dai media nostrani. Sarebbe necessario, anzitutto, attuare una contestualizzazione non dei fatti compiuti, quanto dei colpevoli stessi. La generazione di Priebke era cresciuta in parallelo all’affermarsi di Hitler e aderì, in massa, al nazismo e ai suoi ideali. Era “maturata” sommersa dall’odio tedesco del post-Versailles e poi dagli ideali nazisti, addestrata a venerare la svastica come primo valore. La Germania, sopra a tutto. La propaganda della superiorità della razza ariana, l’odio antisemita, la considerazione degli altri popoli come esseri inferiori, sono tutti principi ai quali le generazioni tedesche, nate a cavallo degli anni ’20 dello scorso secolo, erano state indottrinate, senza la possibilità di avere una visione alternativa del Mondo. Una situazione oggi difficile da comprendere, ma allora drammaticamente reale.

Considerando quanto scritto, subentra una dimensione militare. Eseguire gli ordini impartiti dai superiori, magari provenienti direttamente da Adolf Hitler? Un rifiuto avrebbe significato insubordinazione, ma anche tradimento verso la dottrina inculcata sin dalla giovane età. Un’ipotesi difficilmente immaginabile dai soldati dell’epoca, proprio a causa dell’ambiente in cui erano cresciuti. In quel momento, Priebke, non mette neanche in dubbio quanto ordinato perché cresciuto e addestrato ad essere devoto alla Germania, al nazismo e a Hitler. E’ il perfetto soldato ariano che il regime si è impegnato a costruire nel decennio passato. Certo, qui entrano in gioco altri fattori, soggettivi. A molti, è necessario sottolinearlo, i dubbi vennero. Vedere crollare le proprie certezze innanzi a tanta crudeltà ed inumanità è un qualcosa che, anche da parte nazista, si è verificato varie volte nel corso degli anni di guerra, ed è in grado di prescindere, per certe sensibilità, qualsivoglia tentativo di indottrinamento. Per molti altri, non solo non vi fu il minimo dubbio, ma neanche alcun tipo di pentimento.

Ed è proprio sul pentimento che si apre la seconda pagina di vita di Priebke, morto convinto di aver agito nel senso giusto, senza rimorsi, fervido e colpevole sostenitore, ancora, a distanza di settant’anni, dell’operato nazista. Qui, un’altra considerazione, sempre generale e non riferita al caso in questione, va fatta.

Di nazisti pentiti, a parole, ne sono esistiti a migliaia, bisognerebbe capire quanto, questo pentimento, fosse sincero. Uscire da un indottrinamento non è cosa semplice, e questo è un fatto abbastanza evidente e facilmente dimostrabile. Subentra, quindi, una soggettività psicologica. Rendersi conto delle atrocità commesse dal nazismo, di essersi resi complici di un disegno mostruoso e inumano, dopo aver passato un terzo della propria vita da nazista, cresciuto come nazista, in un regime il cui principale scopo era indottrinare al nazismo e all’adorazione per Hitler, non deve essere, a livello mentale, un’operazione così semplice. E’ necessaria una forza, capace di sostenere l’accettazione, che non tutti, probabilmente, possedevano. In certi casi potrebbe anche subentrare un meccanismo di difesa, di autoconservazione, perché vedere la realtà per quella che era avrebbe potuto significare crollare completamente, distruggere la propria psiche e magari, in certi casi, abbandonare ogni sorta di attaccamento alla vita. Certo, questa non deve essere, di nuovo, una giustificazione. Si tratta, in primis, di mancanza di coraggio. Ognuno è responsabile delle sue azioni tanto quanto del voler riconoscere o meno i propri drammatici e terribili sbagli, ed è giusto ne paghi le conseguenze.

L’intenzione, di nuovo, è ben lungi dall’essere l’individuazione di una dimensione apologetica. Alcuni elementi, quando si parla delle azioni di molti soldati nazisti (e non) durante le Guerre, ma non solo, andrebbero semplicemente osservati considerando vari aspetti. Non cambieremo, magari in nessun caso, il giudizio finale, ma si saranno comunque analizzati anche  quegli aspetti spesso dimenticati. Volenti o nolenti, fanno parte della storia, e, in quanto tali, andrebbero presi in considerazione.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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