Turchia e Unione Europea, due strade al bivio?

28/03/2014 di Iris De Stefano

Erdogan, Turchia e Unione Europea

Molto si è parlato di Turchia, soprattutto in seguito alle proteste di Gezi Park del giugno scorso (per approfondimenti si veda qui) e alla decisione di bloccare Twitter, diramata dal Premier Erdogan ma revocata dalla Corte amministrativa di Ankara. Nonostante tale revoca, in ogni caso, ieri il governo ha continuato nella sua campagna anti-social, oscurando Youtube.

Turchia e Unione Europea, gli albori. Prima della svolta degli ultimi quindici mesi, per alcuni autoritaria,  la Turchia era indicata come il caso studio nell’analisi dell’influenza dell’Unione Europea sui paesi confinanti, ed Erdogan come il leader per eccellenza di questo processo. La prima richiesta di candidatura della Turchia per l’accesso all’ Unione Europea risale al 14 Aprile 1987, rigettata nel dicembre 1989, adducendo come motivazioni le problematiche relazioni con la Grecia per Cipro, oltre che rilevanti mancanze strutturali a livello economico. In realtà il Paese rispettava pochi degli standard stabiliti dall’Unione per l’accettazione delle candidature, standard che poi vennero formalizzati con la stesura dei Criteri di Copenaghen nel 1993. Tra le altre cose, per esempio, la Costituzione turca, redatta dopo la rivoluzione laica di Kemal Ataturk del 1923, favoriva un fortissimo potere dei militari, testimoniato dai frequenti colpi di stato (l’ultimo nel 1997) e dalla decisioni della Corte Costituzionale a favore della chiusura di partiti che minassero le basi secolari della Repubblica (18 dal 1982) .

APK. La situazione cambiò profondamente con l’affermazione del Partito per la giustizia e lo sviluppo (APK), una formazione nata nel 2001 dalla frazione riformista del Partito della Virtù, islamista e per questo sciolto nel giugno 2001 dalla Corte Costituzionale per aver violato i principi laici della Costituzione; a questo si aggiungevano alcuni gruppi minori provenienti dal social-conservatore Partito della Patria ed alcuni del Partito Democratico, entrambi caratterizzati da posizioni neo-liberali in materia economica. Il partito fondato da Erdogan vinse le elezioni del 2002 con il 34,28% dei voti, affermandosi come prima forza politica del paese sulla base di una piattaforma riformista in economia, europeista nel campo internazionale e conservatrice in ambito sociale.

Erdogan, nomina e ambiguità. Il capo dell’APK si era formato in scuole religiose ed era un devoto musulmano (quando era adolescente lasciò la squadra di calcio dove giocava anche con buoni risultati a causa dell’obbligo impostogli dall’allenatore di tagliarsi la barba). Nel 1994 fu eletto sindaco di Istanbul, mettendo in atto politiche strettamente fedeli ai dogmi religiosi, arrivando ad essere condannato a quattro mesi di carcere per un uso della religione atto a incitare disordini pubblici, in seguito alla lettura di una poesie islamica dai toni accesi. La condanna gli impedì di essere eletto nelle elezioni del 2002, durante le quali Erdogan era bandito da qualunque candidatura politica. Tuttavia, un emendamento voluto dal Primo ministro Gul consentì al leader dell’APK di essere ammesso in Parlamento, e nominato Primo Ministro il 14 marzo 2003.

Truchia, Europa e ErdoganI mesi trascorsi in prigione, secondo lo stesso leader, lo cambiarono profondamente, facendogli capire che da quel momento in poi avrebbe dovuto occuparsi di assicurare il secolarismo in Turchia e di relegare la religione ad un ambito strettamente privato. Molti degli oppositori, e degli analisti politici, in realtà, sostengono tale linea sia stata portata avanti in modo ambiguo. Il conservatorismo di Erdogan e dell’APK sarebbe dovuto essere confinati prevalentemente all’ambito sociale, mentre il partito e il suo leader sarebbero stati, almeno a parole (e nei fatti, fino almeno a qualche anno fa), attenti fautori di una politica europeista.

Una Turchia verso l’Europa? Erdogan, appena nominato premier, mosse i primi passi per assecondare le richieste dell’Unione Europea necessarie per rispondere ai Criteri di Copenaghen. Nel luglio 2003, il governo turco varò la riforma del Consiglio nazionale di sicurezza, l’organo che fino a quel momento segnato il controllo militare sulla vita politica del paese. Le prerogative del Consiglio furono ridotte e fu trasformato in un organo prettamente consultivo a maggioranza civile e con a capo un Segretario generale, anche egli civile. La riforma ebbe un’importanza epocale, tanto che il Financial Times la definì come una “rivoluzione silenziosa”, e anche l’Unione Europea espresse il suo apprezzamento per la trasformazione del Consiglio nazionale in un organo meramente consultivo.

L’interesse e l’influenza dell’Unione sulla Turchia di Erdogan era testimoniato anche dal suo comportamento in politica estera nel primo decennio del 2000. Infatti, nonostante il Paese fosse stato un alleato importantissimo degli Stati Uniti nel corso della guerra fredda, l’AKP rifiutò di partecipare alle operazioni militari contro l’Iraq nel 2003.  Invece, Erdogan, con una decisione storica, scelse nel 2004 di appoggiare il piano di pace di Kofi Annan per la riunificazione di Cipro, in modo da compiacere i leader europei che sponsorizzavano fortemente l’azione del Segretario generale. Questo, nonostante l’opinione contraria di una parte di alcune frange conservatrici dell’apparato di sicurezza nazionale. La situazione economica turca in realtà ha richiesto molti cambiamenti nella legislazione dell’economia e del mercato del lavoro, perciò i progressi sono stati tutto sommato lenti, ma costanti nel periodo 2003-2011, come riportato dalle varie edizioni dei rapporti annuali della Commissione per l’allargamento dell’Unione Europea . Progressi simili potevano essere registrati anche negli altri punti previsti dai criteri di Copenaghen: diritti umani, politici e i rapporti internazionali.

Bruxelles poco decisa? Nonostante le vicende dell’ultimo anno, discutibili soprattutto rispetto alla questione del rispetto dei diritti umani e della libertà (non solo di parola), a Novembre del 2013, il Consiglio Affari Generali dell’UE  ha aperto ufficialmente il 22esimo capitolo dei negoziati – dopo tre anni di stop – per l’adesione di Ankara all’UE. Una scelta che molto ha fatto discutere chi, dopo gli episodi di Gezi Park, avrebbe voluto uno stop definitivo di Bruxelles nei confronti della Turchia: mentre Erdogan perde giorno dopo giorno la cerchia dei propri sostenitori, oggi i primi accusatori di una politica autoritaria e liberticida tenuta dal Governo, l’Europa sembrava non accorgersi di una deriva pericolosa di Ankara. La popolarità di Erdogan, nel frattempo, è calata a picco, tanto che il blocco dei social media appare come un (inutile?) tentativo per arginare un atteso risultato disastroso alle elezioni amministrative del prossimo 30 marzo. Con questa mossa, però, il Primo Ministro ha lanciato un nuovo, duro, segnale all’Europa, che già aveva fatto qualche passo indietro dopo la riforma della giustizia, colpevole, de facto, di porre il sistema giuridico sotto un più stretto controllo politico. Il futuro di Europa e Turchia appare sempre più distante, almeno sino a quando il sempre più debole potere di Erdogan riuscirà a resistere.

The following two tabs change content below.

Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
blog comments powered by Disqus