Erdogan e Gezi Park, come Davide e Golia

15/06/2013 di Emanuela Pergolizzi

Dopo le pressione europee il premier turco fa marcia indietro, ma la normalità dovrà attendere

Erdogan e Gezi Park

Erdogan fa marcia indietro? – Dopo oltre due settimane di scontri, cinque morti e più di cinquemila feriti, la Turchia prova faticosamente a rimettere insieme le ferite aperte dalle proteste di piazza Taksim. Al premier ci sono voluti sedici giorni per fare ciò che avrebbe potuto fare in poche ore: calmare le proteste, allentare la tensione, aprire le porte ad un dialogo democratico con i manifestanti.

Mentre le proteste – pacifiche – continuano ancora ad Izmir e Ankara, il movimento di Gezi Park stila un bilancio delle manifestazioni. Un’immagine, più di ogni altra, riassume le ultime due settimane : un moderno scontro tra un Davide e un Golia turchi. Il mito dell’arroganza, dell’autoritarismo che sconfina nella presunzione di invincibilità del governo contro l’immagine della perseveranza, dell’astuzia dei più deboli, che si trasforma – infine – in vittoria.

L’AKP dietro la maschera – La favola della democrazia turca, faro guida per il Medio Oriente, paradigma che ha elevato il primo ministro a cantore delle istituzioni democratiche e dei diritti delle popolazioni in rivolta nella primavera araba, si scontra con una realtà politica tutt’altro che «AK», la sigla del partito al governo, che in turco significa letteralmente «bianco, senza macchia».vIl premier Erdogan si trova costretto ad abdicare ad un ruolo di guida in Oriente, perdendo in pochi giorni il prestigio acquisito in oltre dieci anni. Attaccato dall’Europa, dai media internazionali, dall’opposizione crescente all’interno del paese Erdogan dovrà rivedere i suoi piani.

Elezioni compromesse – Tutto era pronto, in un programma infallibile : dopo la riforma della costituzione in senso presidenziale, sul modello americano, il primo ministro puntava a vincere le presidenziali del 2014. Aveva tutto dalla sua parte  : l’opinione pubblica, i successi del processo di pace turco-curdo, il fiorente commercio con l’estero. La violentissima repressione, l’ondata di arresti, il silenzio della stampa hanno rovesciato le sorti dell’invincibile Golia turco, rivelandone le intrinseche debolezze, dietro la maschera.

Il referendum riparatore – Ferito prima dagli attacchi – a colpi di tweet – del commissario europeo Stefan Fule, poi da una risoluzione di condanna del parlamento Europeo, il premier è stato costretto a venire incontro alla popolazione. L’ha fatto abbassando i toni e proponendo, sulle sorti del parco, un referendum conciliatore.  E’ utopico pensare che, dopo oltre due settimane di scontri estesi a più di settanta province sul territorio turco, le rivendicazioni in nome della libertà, della democrazia e dei diritti civili possano essere placate nel segreto dell’urna. L’insieme delle ottanta organizzazioni non governative portavoci dei manifestanti di Taksim hanno già espresso il loro dissenso.

Una soluzione troppo facile per il premier che più volte aveva espresso il desiderio di «risolvere la questione in 48 ore ». Stizzito, il Golia turco alterna momenti di prudenza ad attimi di lucida follia: è il caso della maxi-retata di avvocati e giornalisti che manifestavano pacificamente davanti al tribunale di Caglayan lo scorso 11 giugno, degli attacchi all’Ordine dei Medici per aver soccorso i manifestanti feriti durante gli scontri. Atti e dichiarazioni che non si addicono affatto ad un paese che insiste ancora nel definirsi «democratico».

Le porte dell’Europa – Il continente europeo, schiacciato dalle pressioni della crisi, aveva da tempo perso attrattiva e fascino per Ankara. La «piccola Cina d’Oriente», il cui Pil è cresciuto a ritmi cinesi nel 2010 e 2011, tuttavia, è sempre rimasta saldamente ancorata ai negoziati per l’accesso all’Unione. Proprio al 26 giugno era stata fissata la data per l’apertura di un nuovo capitolo dei negoziati euro-turchi. Oggi, quando anche i deputati più favorevoli all’entrata del paese hanno espresso le loro aspre critiche, il futuro europeo della Turchia sembra messo definitivamente in forse.

Ai duri tweet di Hannes Swoboda, leader del gruppo socialista in seno all’europarlamento – «Dialogo, non polizia!» – Erdogan ha tuonato  : «Come vi permettete di criticare in questo modo la Turchia, che non è nemmeno un membro ma solo un candidato?». E’ vero, la Turchia rimane solo un candidato, dal 1999. Se riuscirà ad aprirsi ad un confronto democratico con la società civile potrà forse mantenere qualche speranza di bussare alle porte dell’Unione in futuro con la possibilità che queste vengano – perlomeno – socchiuse.

Una dura morale – Dal confronto con l’autoritario Golia, il movimento di Gezi Park sembra essere uscito vincitore. Il governo dell’AKP non potrà più fare retromarcia sui diritti civili ma è ormai spinto, su troppi fronti, a portare avanti le richieste della popolazione. Alla repressione della polizia, agli attacchi contro la libertà di stampa, agli arresti di massa contro la  magistratura il Davide turco ha risposto con le armi più temibili che la società civile possiede : la perseveranza delle proprie idee e il coraggio della popolazione.

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nasce a Bologna il 16 novembre 1988. Ha trascorso la sua vita tra Bologna, Istanbul e la Francia. Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Università di Bologna, sta concludendo un corso magistrale binazionale tra l'Università di Torino e Sciences Po Grenoble. Nel dicembre 2012 ha pubblicato un saggio sulla politica estera turca con la casa editrice Emil/Odoya di Bologna (“La politica estera AKP: una sintesi “neo” o “post” ottomana?”). Dal 2013 segue da vicino i negoziati tra il governo turco e il leader curdo Öcalan.
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