Turchia e Stati Uniti di fronte alla minaccia siriana

18/05/2013 di Emanuela Pergolizzi

Si è aperto giovedì 16 maggio, in riferimento al conflitto siriano, il vertice tra il presidente americano Obama e il primo ministro turco Erdogan. “Vogliamo una Siria libera dalla tirannia di Assad”, concordano i due leader, “bisogna porre fine a questa guerra ed istituire un nuovo governo”. Dietro le comuni dichiarazioni, tuttavia, tensioni e incertezze minano le amichevoli relazioni turco-americane. L’ennesima richiesta di Ankara per un deciso intervento in Siria, a quanto sembra, tarderà ancora ad arrivare.

Obama e Erdogan, Stati Uniti e Turchia
Obama ed Erdogan, Stati Uniti e Turchia sul conflitto in Siria

L’esplosivo confine turco-siriano. L’incontro tra i due premier si apre a soli quattro giorni di distanza dal violento attacco che ha colpito il confine turco-siriano. Con un bilancio di cinquantuno morti e oltre cento feriti, le bombe di sabato 11 maggio hanno segnato il drammatico record di civili turchi uccisi in un solo attentato.

Reyhanlı, il luogo dell’accaduto, si trova a soli 8 chilometri dalla Siria, nella provincia più colpita dall’afflusso di profughi siriani. In questa zona, con uno sforzo umanitario senza precedenti, la Turchia sta offrendo supporto alla popolazione in fuga e aiuto logistico-militare alle forze dell’opposizione anti-Assad. Le stime del governo di Ankara parlano di più di 350 mila profughi e una spesa di circa 1.5 miliardi di dollari. E’ contro questo appoggio che il regima Baatista ha deciso di sferrare l’ennesimo terribile attentato – il terzo che colpisce la regione dallo scorso autunno.

La minaccia di Assad. L’identità degli esecutori rivela che le forze di Assad sono ben ramificate sul territorio turco. Il Mukhabarat, l’intelligence siriana, si sarebbe infatti servita del supporto di un’organizzazione terroristica turca di estrema sinistra, attiva dagli anni settanta.

Il messaggio è chiaro: Ankara pagherà cara l’intraprendenza politica del suo leader, colpevole di un brusco volta-faccia contro l’ex-alleato Assad. Superate le forti tensioni degli anni novanta, infatti, Siria e Turchia si erano fortemente avvicinate dopo la prima vittoria elettorale dell’AKP, il partito di Erdoğan. Il premier turco ha chiesto a più riprese a Damasco di porre fine alla sanguinosa guerra civile prima di condannare le azioni dell’esercito siriano come “crimini contro l’umanità”. Con le bombe di Reyhanlı la Siria dichiara di non essere più disposta a tollerare le ingerenze di Erdoğan, a costo di trascinare Ankara nel suo stesso conflitto. Minacciata da Assad e carente di un solido appoggio occidentale, la Turchia non ha altra scelta se non rinnovare il suo appello allo storico alleato americano.

Il silenzio di Obama. Da tempo Erdoğan domanda all’Occidente un intervento diretto contro Damasco ma ogni richiesta, fino ad oggi, è rimasta inascoltata. La Turchia ha ottenuto dalla Nato il dislocamento di batterie di missili Patriot lungo il confine, ma si trova totalmente impreparata ad un possibile attacco chimico-batteriologico da parte del minaccioso nemico siriano.

La storia sembra ripetersi, con risvolti imprevedibili e retroscena differenti. Nel 2003, davanti al conflitto iracheno, era Ankara a rifiutare le richieste americane di utilizzare il suolo turco per istituire basi militari contro Saddam Hussein. Oggi, mentre il conflitto continua, l’appello di Erdoğan incontra il silenzio di Obama, contrario ad impegnarsi in un intervento militare oltreoceano.

Diplomazia silenziosa. Né la Russia, né l’America, sembrano intenzionate ad entrare nel conflitto e rischiare di fare saltare i fragili equilibri mediorientali. Alle armi si è preferita una silenziosa diplomazia, faticosamente condotta negli scorsi mesi, ancora apparentemente senza risultati.

I rappresentanti di Mosca e di Washington sembrano preparare un incontro nei prossimi mesi per discutere degli accordi di Ginevra, un patto raggiunto nel giugno 2012 ma ancora non implementato. L’intesa prevedeva l’appello ad un cessate il fuoco, la formazione di un governo di transizione che includa le forze di opposizione, e l’organizzazione di elezioni parlamentari.

Nell’attesa di un possibile incontro tra Putin e Obama, la Turchia rinnova la richiesta di istituire una zona cuscinetto ai suoi confini meridionali e una no-fly zone sui circa novecento chilometri condivisi con la Siria. Nonostante il comune accordo contro il regime, la risposta americana desiderata dalla Turchia tarderà ancora ad arrivare.

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nasce a Bologna il 16 novembre 1988. Ha trascorso la sua vita tra Bologna, Istanbul e la Francia. Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Università di Bologna, sta concludendo un corso magistrale binazionale tra l'Università di Torino e Sciences Po Grenoble. Nel dicembre 2012 ha pubblicato un saggio sulla politica estera turca con la casa editrice Emil/Odoya di Bologna (“La politica estera AKP: una sintesi “neo” o “post” ottomana?”). Dal 2013 segue da vicino i negoziati tra il governo turco e il leader curdo Öcalan.
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