Eradicazione della poliomielite: paradossi e strategie

17/01/2016 di Pasquale Cacciatore

Mentre il mondo (Pakistan compreso) sembra avvicinarsi sempre di più alla fatidica meta dell’eradicazione globale del Poliovirus, lo stesso sembra essere messo a rischio dall’arma che permette di raggiungerlo, ovvero i vaccini. Un’affermazione paradossale, quasi ironica, ma condivisa da numerosi virologi in tutto il mondo.

Polio

Parlavamo, alcuni mesi fa, dell’eradicazione della poliomielite, rallentata dal caso Pakistan in cui complotti e repressioni locali impediscono ancora una capillare diffusione del vaccino. Oggi, però, la riflessione si sposta su un argomento quasi paradossale. Ovvero, mentre il mondo (Pakistan compreso) sembra avvicinarsi sempre di più alla fatidica meta dell’eradicazione globale del Poliovirus, lo stesso sembra essere messo a rischio dall’arma che permette di raggiungerlo, ovvero i vaccini. Un’affermazione paradossale, quasi ironica, ma condivisa da numerosi virologi in tutto il mondo.

Già oggi la differenza tra il numero di casi di polio indotta da ceppi virali “selvaggi” e casi derivanti da vaccino si sta riducendo. Nel 2015, su 96 casi registrati nel mondo, 70 erano causati da infezioni esterne, ma 26 casi risultavano derivare proprio dai vaccini.Ed è così che c’è chi sostiene che per poter effettivamente eradicare la poliomielite, non è accettabile continuare a tollerare il rischio di infezioni da vaccini.

Il programma di eradicazione del Poliovirus, varato dalla OMS nel 1988, rappresenta uno dei più grandi successi della salute pubblica mondiale. A metà degli anni ‘50 la poliomielite uccideva mezzo milione di persone ogni anno. Dal 1988, anno in cui i Paesi dove la poliomielite era endemica erano 125, si sono fatti grandi progressi, confinando la presenza del virus, oggi, solo ad Afghanistan e – appunto – al Pakistan. Il successo è dovuto ai vaccini: quello orale (sviluppato da Sabin) e quello da iniettare (di Salk), differenti per effetti e sicurezza,

Il vaccino orale di Sabin è particolarmente efficace perchè induce prima immunità nell’intestino, da dove il virus si diffonde nell’organismo. Costando cinque volte meno di quello da iniettare e risultando facilmente somministrabile (basta una zolletta di zucchero con qualche goccia di vaccino), il vaccino di Sabin è stato per lungo tempo preferito nelle campagne della OMS e quasi tre miliardi di bambini al mondo hanno ricevuto tale immunizzazione.

Allo stesso tempo, questo vaccino è rischioso perché contiene un virus vivo, che può mutare nuovamente a forma virulenta. In genere non è un problema perché l’organismo risulta immune, ma per qualche motivo un bambino ogni 1,5 milioni può sviluppare comunque la malattia. Numeri bassissimi, che comunque inducono preoccupazione se rapportati su larga scala.

In più, lo OPV (Oral Polio Vaccine) introduce ceppi mutanti nell’ambiente, mettendo a rischio comunità con copertura vaccinale a macchia di leopardo. Negli Stati Uniti il vaccino orale è stato abbandonato per questi motivi nel 2000 (l’Italia lo aveva già fatto a ridosso degli anni ‘90).  Ora anche la OMS programma di abbandonare questo tipo di vaccino man mano che ci si avvicina al traguardo di totale eradicazione.

D’altra parte, anche il vaccino iniettabile di Salk, sviluppato negli anni ‘50 e primo trattamento di prevenzine della patologia, ha i suoi rischi. Sviluppato con l’inattivazione di grandi quantità di virus, il rischio ad essi correlato è nella fase di produzione. Basta infatti che virus vivi escano dal processo per poter ricircolare (cosa possibile, come conferma il rilascio di 45 litri di poliovirus concentrato che avvenne nel 2014 da una fabbrica della GlaxoSmithKline in Belgio). Se dunque l’obiettivo è l’eradicazione totale, il virus non dovrebbe esistere come forma pericolosa in nessuna parte del mondo. Il vaccino per iniezione è anche leggermente meno efficace del vaccino orale perché non immunizza l’intestino, per cui è possibile anche essere portatori della malattia senza svilupparne i sintomi.

La soluzione più ovvia per combattere la possibilità di poliomielite derivante da vaccino è sostituire la forma orale con quella iniettiva, cosa che la OMS intende fare. Ma ciò pone davanti ad un ulteriore dilemma: il virus continuerebbe a circolare perché albergato nell’intestino degli individui comunque immunizzati e diffondersi all’infinito (in Gran Bretagna è registrato il caso di un uomo che da 28 anni continua ad eliminare il poliovirus pur non presentando sintomi). Tutto ciò diventerebbe un rischio enorme nel momento in cui si smettesse di immunizzare i bambini.

C’è però una strada diversa, già proposta nella letteratura scientifica: innovative tecniche di editing molecolare che rendano più difficile la reversione a virulenza del virus (soprattutto con la gestione di specifiche sequenza di RNA) e la colonizzazione dell’intestino. La strada è comunque impervia, dal momento che le pressioni economiche sono numerose (sviluppare un nuovo vaccino richiede ingenti investimenti) e che i tempi sono forse già troppo ristretti, considerando la necessità di testare l’efficacia dei nuovi prodotti (cosa impossibile ad eradicazione globale già avvenuta). La ricerca deve comunque continuare, sebbene la questione sia molto più complessa di quanto appaia dagli ottimistici dati di sanità pubblica.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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