Epidemia di miopia: bisogna preoccuparsi?

24/03/2015 di Pasquale Cacciatore

Allarme miopia: se fino a poco tempo fa si trattava solo di sospetti epidemiologici, ora con l’accumulo di dati sempre maggiore sembra confermato il tragico trend in incremento che ci sta conducendo lentamente alla miopia sempre più precoce.

Epidemia di miopia

I Paesi occidentali sperimentano questa condizione da almeno metà secolo: la prevalenza di miopia è raddoppiata sia negli Stati Uniti che in Europa, e si prevede che alla fine dell’attuale secolo quasi un terzo della popolazione mondiale sarà affetta da questa patologia della vista. Una vera e propria epidemia di miopia, come qualcuno l’ha già definita.

Dati allarmanti vengono soprattutto dall’estremo Oriente: oggi in Cina, dove sei anni fa solo una persona su dieci soffriva di problemi di visione da lontano, il novanta percento della popolazione adolescenziale è miope. In Corea del Sud, poco più lontano, le percentuali crescono fino al 95%. È per questo che nel corso dell’ultimo periodo la ricerca ha tentato di fare progressi per cercare di comprendere l’eziopatologia del fenomeno, focalizzandosi soprattutto sul pericolo del trascorrere il tempo in ambienti interni.

Per molto tempo la comunità scientifica ha considerato la miopia come fattore determinato essenzialmente da predisposizione genetica, fondando tali considerazioni su studi su gemelli o in indagini su comunità ristrette ed isolate in cui il fenomeno visivo era particolarmente diffuso. Eppure già dati provenienti da gruppi che avevano sperimentato profondi cambiamenti nello stile di vita, come alcuni Inuit in Alaska avevano dimostrato che il pattern della miopia doveva necessariamente essere correlato ad un effetto ambientale. Il colpevole era sempre stato individuato nella lettura da vicino: libri, studio e, più recentemente, computer e smartphone. Tanto più nei Paesi orientali, dove è possibile per alcuni studenti passare anche più di 12 ore al giorno sui libri.

Curiosi e interessanti studi epidemiologici avevano già associato l’incidenza della miopia con determinati sistemi di istruzione: già ad inizio 1990 l’analisi della vista di alcuni ragazzi israeliani che studiavano testi religiosi nelle scuole Yeshiva dimostrava tassi di miopia molto più elevati di altri coetanei. L’idea comune era che per accomodar meglio sulla distanza da vicino il bulbo oculare si trovi costretto a modificarsi in termini di crescita, conducendo così alla miopia.

Un’ipotesi però che già scricchiolava agli inizi del 2000, quando altri studi correlati a determinati comportamenti (libri letti per settimana o ore trascorse davanti al computer) non sembravano correlare tali azioni con la miopia. Solo uno sembrava esser particolarmente rilevante: il tempo trascorso in attività ricreative all’esterno. I bambini e gli adolescenti che passavano meno tempo all’esterno risultavano maggiormente colpiti dalla patologia visiva. Un fenomeno associato all’esposizione maggiore o minore alla luce solare?

Molti specialisti ritengono che tali dati non siano ancora particolarmente robusti, ma studi sugli animali confermano la tesi della luce come fattore protettivo: uccelli con occhialini che alterano contrasto e risoluzione in condizioni controllate di intensità luminosa sviluppavano miopia. Eppure manca ancora una concreta spiegazione del motivo per cui la luce rappresenti un elemento capace di prevenire la miopia. L’ipotesi più accettata è che la luce stimoli il recettore della dopamina retinico, che blocca lo sviluppo in lunghezza del bulbo durante lo sviluppo. La dopamina nella retina è un “vigile” che controlla i meccanismi di visione durante il ciclo diurno, indicando all’occhio quando è necessario passare dalla visione bastoncellare (nottura) a quella basata sui coni (diurna). Il tempo trascorso in ambienti chiusi altererebbe così questo ciclo, con conseguenze negative sull’elongazione dell’occhio.

Nel frattempo la ricerca procede nello sviluppo di nuovi materiali che possano rallentare il declino visivo: lenti a contatto o occhiali speciali che alterano la crescita oculare deviando il focus delle immagini rispetto al punto standard; studi con l’atropina, d’altra parte, dimostrano che tale farmaco può esser utile per controllare la progressione della miopia.

Ma la soluzione potrebbe esser più semplice. Per frenare la veloce avanzata della miopia tra i giovani potrebbero infatti bastare indicazioni quasi banali, come quella a trascorrere più tempo in attività esterne. Il problema sarebbe relativo all’effettiva applicabilità di tali precetti: come modificare le esigenze scolastiche, condotte fra quattro mura? Qualcuno ha provato a introdurre muri in vetro. Nessuna differenza significativa è stata finora ottenuta dalle campagne di sensibilizzazione, segno che servono attive campagne di promozione dell’attività giovanile outdoor. E per chi è sfortunato da non poter assistere a più di poche ore di luce al giorno (si pensi ai Paesi più settentrionali in inverno)? L’illuminazione artificiale potrebbe venire in soccorso, come già succede per il trattamento dei disordini dell’umore associati ai cambiamenti stagionali.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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