Epidemia di AIDS, c’è un’uscita?

13/07/2015 di Pasquale Cacciatore

La ricerca scientifica ha fatto grandi passi per la terapia di HIV, trasformando un’infezione in passato letale in una patologia quasi cronica

HIV

Parlare di patologie infettive dall’imponente morbidità è sempre difficile; se poi il protagonista è HIV, il virus tanto giovane quanto letale divenuto purtroppo protagonista assoluto tra malattie sessualmente trasmissibili, il discorso è ancora più complesso.

Nel giro di quasi trent’anni dalla prima individuazione, la ricerca scientifica ha fatto grandi passi per la terapia di HIV, trasformando un’infezione in passato letale in una patologia quasi cronica. L’eradicazione totale del virus, tuttavia, resta ancora un miraggio per la scienza medica, nonostante le numerose sperimentazioni he si sono susseguite negli anni.

Qualcuno, però, è convinto che sia possibile fermare l’epidemia di AIDS (la sindrome da immunodeficienza conseguente all’infezione da HIV), sulla base di un oculato utilizzo delle terapie antiretrovirali già disponibili e di un’azione rapida coordinata internazionalmente.

L’ipotesi si fonda sul concetto del “trattamento come prevenzione”, ovvero trattare le persone con farmaci antiretrovirali subito a ridosso della diagnosi al fine di ridurre morte e disabilità determinati dalla patologia così come il tasso di trasmissione. Tale idea è alla base del Programma sull’AIDS delle Nazioni Unite istituito nel 2014 fondato sul raggiungimento degli obiettivi “90-90-90”, ovvero diagnosticare e trattare il 90% delle persone contagiate con HIV al fine di eliminare la patologia come minaccia per la sanità pubblica entro il 2030.

A quanto pare, il piano delle Nazioni Unite si sta rilevando efficace. Un’analisi epidemiologica su Lancet ha dimostrato come il numero di nuove infezioni stia diminuendo di anno in anno proprio perché più pazienti ricevono un trattamento antiretrovirale. Tale trend continuerà? Al momento ci sono 35 milioni di persone contagiate con HIV, e tutti necessiteranno prima o poi di trattamenti. Secondo le stime delle Nazioni Unite (e di chi ottimisticamente parla di un’eradicazione dell’epidemia di AIDS), se le politiche sanitarie iniziassero a sostenere il trattamento soprattutto negli Stati più colpiti e a maggior crescita di popolazione (Africa, essenzialmente), il traguardo del 2030 potrebbe effettivamente essere raggiunto.

Il problema, come spesso accade, è economico. Ogni anno un progetto del genere richiederebbe investimenti per circa 36 miliardi di dollari (oggi sono 19), più del 2% del prodotto interno lordo per numerose nazioni affette. Un’austerità necessaria, però, che potrebbe a lungo andare impattare positivamente sulla società (e sulle finanze) degli stati più colpiti.

La letteratura scientifica è ricca di studi e pubblicazioni che dimostrano quanto sia importante trattare velocemente la patologia una volta avvenuta la diagnosi, proprio al fine di ridurre morbilità e trasmissione. Esempli applicativi in realtà locali sono già numerosi: nello scorso febbraio, il Costa D’Avorio è stato avviato un progetto che prevedeva il veloce trattamento con antiretrovirali, ed i risultati sono stati una riduzione di quasi il 50% di rischio di morte o patologie severe come tubercolosi o infezioni batteriche.

Insomma, mentre si avvicina la conferenza mondiale sull’AIDS, si torna a ragionare ancora una volta sull’opportunità di investire per poter eradicare severe patologie. Le voci sono contrastanti, ma gli studi scientifici a supporto potrebbero quantomeno avviare una discussione seria tra gli enti ed organismi sanitari internazionali per provare, con le armi che oggi abbiamo a disposizione, a sconfiggere HIV.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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