Enrico Dandolo, la Realpolitik veneziana

03/05/2014 di Davide Del Gusto

Enrico Dandolo

Venezia è, per antonomasia, la Regina dell’Adriatico, mare che divenne per secoli un golfo di quasi sua esclusiva proprietà, ove la Serenissima poté esercitare il suo incontrastato dominio commerciale e politico. È forse meno conosciuta la particolare e irripetibile contingenza storica che permise alla città lagunare la conquista anche territoriale del Mediterraneo orientale. Fino all’inizio del XV secolo l’entroterra veneto non era ancora sottoposto al Leone di San Marco: da sempre legata alle sue origini sul mare, la Repubblica aveva infatti fondato tutta la sua politica commerciale sull’Arsenale. Nel corso dei secoli centrali del Medioevo essa arrivò a controllare le principali rotte con l’Oriente bizantino, insediandosi in alcuni empori strategicamente collocati tra la laguna veneta, la Dalmazia, Creta, le isole dell’Egeo e la stessa Costantinopoli, con cui, sin dal 1082, vigeva un vantaggioso accordo bilaterale (siglato dalla nota Crisobolla di Alessio I Comneno), che aveva permesso ai veneziani di sfruttare al massimo le ricchezze dell’oriente greco.

Nel 1118 arrivarono i primi attriti: il nuovo imperatore Giovanni II Comneno si rifiutò di rinnovare il patto esclusivo con Venezia cercando di favorire Genova e Pisa. Scoppiò una guerra che vide, nel 1126, la vittoria della Serenissima e la firma di una nuova Crisobolla, ancor più vantaggiosa della prima. Ma il sospetto nei confronti di questi potenti mercanti non si esaurì affatto. Nel 1171 Manuele Comneno ordinò l’arresto di tutti i veneziani presenti nell’Impero bizantino, accusati di aver incendiato la colonia genovese di Galata: un secondo conflitto si concluse, nel 1175, con una nuova vittoria per Venezia, che perse comunque ingenti capitali. Non solo: la Repubblica assunse sempre più i caratteri di un’aristocrazia.

Enrico DandoloÈ in questo clima politico che iniziò a muovere i primi passi nei palazzi del potere il quasi settantenne Enrico Dandolo. Rampollo di un’antica e nobile famiglia, nacque intorno al 1107, ma di lui non sappiamo nulla fino al 1172: la sua prima azione pubblica fu, infatti, un’ambasceria a Costantinopoli, fortemente voluta dal doge dell’epoca, Vitale Michiel, per giungere a una tregua con l’imperatore. Uomo di fiducia del potere dogale e personaggio già conosciuto e in vista presso la corte orientale, il Dandolo da allora percorse più volte il Mediterraneo in nome degli interessi del governo repubblicano e anche dei suoi: nel 1174 fu ad Alessandria d’Egitto per riscuotere un prestito marittimo in nome del fratello e, nel 1184, nuovamente si presentò come ambasciatore a Costantinopoli. In quegli anni, però, la sua attività fu gravemente compromessa da una quasi definitiva perdita della vista, che il cronista Andrea Dandolo volle collocare come momento culminante di un acceso scontro verbale avuto con l’imperatore già durante la prima ambasceria del 1172: sembra, piuttosto, che egli subì questa disgrazia non prima del 1183, quando si dichiarò per la prima volta inabile a firmare i propri documenti.

Il 14 giugno 1192 il doge Orio Mastropiero abdicò ritirandosi in un monastero. Nonostante la grave cecità, il quasi novantenne Enrico Dandolo venne eletto alla massima magistratura di Venezia, senza essere mai stato giudice né comparendo in atti o lettere che non siano riferiti alla sua attività diplomatica iniziata solo vent’anni prima, dopo aver costruito la sua fortuna lontano dalla madrepatria, in quella Costantinopoli da cui era fuggito nel 1171. In mancanza, dunque, di un cursus honorum variegato e altisonante, egli venne designato miglior rappresentante del Comune veneziano. Tutto ruotò attorno a una serie di giochi politici: attorno a San Marco si ritrovavano gli interessi fortissimi del ceto mercantile e di quello aristocratico, contrastanti ma entrambi uniti dal rancore contro l’infida Costantinopoli. Era necessario, dunque, trovare un personaggio che riunisse in sé l’esperienza mercantile e la profonda conoscenza dell’Oriente; inoltre, alla premura del Comune di ridimensionare il potere dogale (di cui si temeva da sempre una deriva monarchica), risposero la tarda età e l’invalidità fisica. Enrico Dandolo era il candidato ideale per tutti, un “doge di transizione”.

Appena insediato, ereditò dal suo predecessore una delicata situazione bellica: dopo la seconda guerra con Costantinopoli, Venezia era entrata, nel 1183, in conflitto con il Regno d’Ungheria per il possesso di Zara, città ribellatasi alla Serenissima. Non potendo rischiare di perdere l’assoluto predominio adriatico, a più riprese i veneziani tentarono di riprendere la colonia dalmata, senza un effettivo successo. La situazione si capovolse nel 1198: papa Innocenzo III, appena salito al soglio pontificio, bandì una nuova crociata, la quarta.

Gli ambasciatori dei crociati giunsero a Venezia nel 1201: il governo locale aveva infatti precedentemente promesso loro il trasporto via mare in Terra Santa e ne fissò ora il prezzo a 85mila marchi d’argento. Quando però, un anno dopo, migliaia di armati giunsero nella città lagunare, risultò un ammanco di 34mila marchi: per non perdere la possibilità di partire, i capi della spedizione accettarono la proposta del Dandolo, che ottenne dal governo la dilazione del pagamento, a patto che essi avessero aiutato Venezia a riconquistare Zara. Prima della messa solenne nella basilica marciana il doge prese di persona la croce e annunciò la sua partecipazione alla crociata, di cui assunse la guida. Il 10 ottobre 1202 la flotta partì dall’Arsenale diretta in Dalmazia: nei primi giorni di novembre Zara venne assediata, presa e barbaramente saccheggiata. Lo shock fu enorme: soldati che portavano la croce sugli abiti avevano conquistato e devastato una comunità cristiana in nome del guadagno; Innocenzo III, furioso, scomunicò tutti i partecipanti all’assedio ma poi, per mantenere l’ordine e sperando ancora nella buona riuscita della spedizione, ritirò la condanna su tutti (tranne che sui veneziani) e ammonì a non intraprendere nuove operazioni militari contro altri cristiani.

Enrico DandoloDopo l’assedio di Zara, però, i crociati accolsero l’esule principe bizantino Alessio IV Angelo, che promise loro la sottomissione della Chiesa orientale a Roma, terre e favolosi accordi commerciali se l’avessero aiutato a tornare sul trono di Costantinopoli, occupato illegittimamente dallo zio, Alessio III: “tout li pelerin e li Venicien” deliberarono a favore della deviazione verso la capitale d’Oriente. I crociati divennero, in buona sostanza, dei mercenari.

Il 17 luglio 1203 la flotta giunse finalmente nel porto di Costantinopoli, i soldati presero la città e si accamparono vicino alle mura; il 1 agosto Alessio IV venne incoronato in Santa Sofia, ma non onorò più la promessa fatta ai latini. Per risolvere la questione, il Dandolo, armata una galera, andò personalmente a parlamentare con il neoimperatore, che lo raggiunse a cavallo sulla riva del mare: questi dichiarò l’impossibilità di ricompensare l’esercito che l’aveva portato sul trono e il vecchio doge, per tutta risposta, lo apostrofò con parole volgari, preconizzando tremende ripercussioni su di lui e sulla città.

Dopo un secondo assedio, tra il 12 e il 13 marzo 1204 Costantinopoli cadde sotto le armi dei crociati. Il sacco della metropoli fu feroce e incontrollato: una quantità enorme di ricchezze e di oro prese il largo per approdare definitivamente a Venezia, che in questo modo brutale punì la condotta passata dei bizantini nei suoi confronti. Dopo la devastazione i capi procedettero all’elezione del primo imperatore latino di Costantinopoli: il Dandolo perse questa opportunità per via della nomina a tale onore di Baldovino di Fiandra. Nonostante ciò, si arricchì con il bottino di guerra, conquistò per Venezia numerosi territori, dalla Morea alle Cicladi, dall’Eubea ai porti traci sul Mar di Marmara, e, per sé, il titolo di Dominus quartae partis et dimidiae totius Imperii Romaniae, sancendo così la nascita di un dominio incontrastato nel Mediterraneo orientale che sarebbe durato per secoli.

Enrico Dandolo riuscì ad ottenere la revoca dalla scomunica e si spense a Costantinopoli nel 1205, senza più tornare a Venezia: lui, doge della Serenissima, ma veneziano d’Oriente, terminò la sua lunga vita come un protagonista indiscusso non tanto della politica espansionistica del Leone di San Marco, quanto piuttosto della propria ambizione e brama di ricchezza.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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