Enrico Caviglia, il Maresciallo d’Italia nel dramma dell’8 settembre

02/03/2013 di Matteo Anastasi

Croce al merito di guerra, croce d’oro con corona reale per anzianità di servizio militare per gli ufficiali con quarant’anni di servizio, Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare di Savoia, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata. Nominato, nel 1926 – da Mussolini in persona – Maresciallo d’Italia. Enrico Caviglia è stato una delle figure di maggior spessore della storia militare italiana, eroe di Vittorio Veneto e grande artefice del successo nella Prima guerra mondiale.

enrico-cavigliaLigure classe 1862, entrò nell’Accademia militare di Torino nel 1880. Nel 1893 fece il suo ingresso nello Stato Maggiore dell’Esercito. Combatté con valore in Africa ed Estremo Oriente, raggiungendo l’apice della gloria dopo la vittoria del 1918. Il suo diario – fonte preziosissima per gli storici – copre i vent’anni che vanno dall’aprile del 1925 al marzo del 1945, ma nei decisivi giorni dell’armistizio – fra l’8 e il 14 settembre – Caviglia smise di annotare gli eventi di cui era stato testimone e protagonista nelle ore precedenti. Su quel lasso di tempo esistono quindi ventuno pagine, redatte verosimilmente nella natia Finale Ligure – dove tornò il 15 settembre – e intitolate Capitolazione. Caviglia era allora incensato da molti per l’abilità militare di cui aveva dato prova durante la Grande guerra, per la fermezza con cui aveva cacciato D’Annunzio da Fiume nel dicembre 1920, per l’indipendenza e il carattere mostrati negli anni del fascismo.

Non ricopriva incarichi ufficiali quando – ottantunenne – la mattina del 9 settembre 1943 corse da un comando all’altro nel tentativo d’incollare i pezzi di un apparato che andava rapidamente disgregandosi. Incontrò generali privi d’istruzioni aggiornate, ministri e sottosegretari che Badoglio aveva abbandonato a Roma, ufficiali e impiegati che seguitavano a presidiare i loro uffici per amministrare gli affari correnti. Quando constatò che non esisteva un capo, che l’Italia era Una nazione allo sbando – come l’ha definita Elena Aga Rossi nel suo magistrale studio dal titolo omonimo – Caviglia iniziò a dare ordini con la naturalezza di un vecchio comandante. Tale fu riconosciuto da tutti coloro incontrò in quei drammatici giorni. Inviò anche un telegramma al Re, allora in navigazione verso Brindisi, chiedendogli l’autorizzazione ad «assumere il governo», ma senza ricevere riscontro. Sembra – lo ipotizza in particolare Sergio Romano – che Vittorio Emanuele III gli abbia risposto per il tramite della radio di un incrociatore: «V.E. è da me investito potere mantenere funzionamento governo durante temporanea assenza presidente consiglio ministri». Il messaggio, tuttavia, non giunse mai a destinazione.

Il nuovo, ultimo, appuntamento con la storia giunse per Caviglia l’11 settembre, dopo i combattimenti di Porta San Paolo, quando il generale Calvi di Bergolo – comandante della divisione Centauro – gli portò l’ultimatum con cui il generale Kesselring annunciava avrebbe ordinato la distruzione degli acquedotti di Roma e fatto bombardare la città da settecento aeroplani. Se Caviglia avesse accettato, ordinando alle divisioni italiane di disperdersi, i tedeschi avrebbero occupato alcuni palazzi romani tra cui quello dell’Eiar – la Rai di allora – ma mantenuto le loro truppe al di fuori della città. Caviglia ritenne che i velivoli teutonici sarebbero stati tutt’al più settanta, ma sufficienti per infliggere a Roma danni gravissimi. «Non restava» annotò «che chinare la testa». Ad attenderlo, nel suo ufficio allestito alla bell’e meglio – in attesa di comunicazioni – quattro esponenti dell’antifascismo italiano: Ivanoe Bonomi, Alessandro Casati, Meuccio Ruini, Leopoldo Piccardi. Caviglia espose l’ultimatum e chiese: «Che cosa avreste fatto?». Tutti risposero «Avremmo accettato». Il maresciallo disse: «E così ho fatto io». Il 14 settembre rese noto ai suoi ufficiali che avrebbe lasciato la città eterna il giorno seguente: «Prevedo che Hitler rimetterà Mussolini a capo dell’Italia. Se […] restassi a Roma, al governo, sarei messo da parte con disdoro».

Continuò ad aggiornare il suo diario quotidianamente – annottando commenti e impressioni – fino alla morte, avvenuta il 22 marzo 1945, un mese prima della fine della guerra.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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