Empire State. Arte a New York

20/05/2013 di Simone Di Dato

Per Liza Minnelli era il posto più adatto da cui ricominciare e raggiungere il successo (non senza un certo senso di onnipotenza, ma come darle torto?); Lou Reed ne esaltava il “lato selvaggio”, fatto di trasgressioni e tabù degli anni settanta; più recentemente i R.E.M. invece, cantavano quanto fosse difficile lasciarla. Se oggi New York è considerata nell’immaginario collettivo quasi un mito, spesso e volentieri protagonista nel mondo del cinema, della letteratura, della musica, del teatro e dell’arte, lo deve senza dubbio anche alle grandi personalità che l’hanno amata e odiata, disprezzata e omaggiata. Tom Wolfe, tra tutti,  la definì “spaventosamente brutta” eppure la ricordava come “un luogo di fiera e passionale bellezza. Un luogo di fame eterna, ma anche il posto nel quale gli uomini sentono che le loro vite si realizzeranno gloriosamente, e la loro fame verrà placata”

Jeff Koons: Antiquity 1 grass
Jeff Koons: Antiquity 1 grass

A celebrare la Grande Mela, come instancabile fabbrica di idee e madre di nuove e frenetiche correnti artistiche contemporanee, sarà il Palazzo delle Esposizioni di Roma che dopo aver lasciato la Via della Seta e gli antichi sentieri tra Oriente e Occidente, posa lo sguardo sulla città per eccellenza, fino al 21 luglio.
Curata da Alex Gartenfeld e Sir Norman Rosenthal, la mostra porta il nome di Empire State e intende evocare rimandi ben precisi: primo tra tutti il saggio sul capitalismo globale guidato dagli Stati Uniti e scritto da Antonio Negri e Michael Hardt (“Empire”, pubblicato nel 2000), l’ormai celebre canzone del rapper Jay-Z  “Empire State of Mind” (2009) considerata quasi un nuovo inno, e infine le tele del ciclo pittorico “The course of the Empire” di Thomas Cole, giganteschi dipinti che raccontano l’ascesa e il declino di una città come Manhattan.

Al centro dello spazio espositivo ci saranno 25 artisti (Michele Abeles, Uri Aran, Darren Bader, Antoine Catala, Moyra Davey, Keith Edmier, LaToya Ruby Frazier, Dan Graham, Renée Green, Wade Guyton, Shadi Habib Allah, Jeff Koons, Nate Lowman, Danny McDonald, Bjarne Melgaard, John Miller, Takeshi Murata, Virginia Overton, Joyce Pensato, Adrian Piper, Rob Pruitt, R. H. Quaytman, Tabor Robak, Julian Schnabel, Ryan Sullivan) tutti di generazioni diverse, attivi nei cinque distretti metropolitani, nelle aree periferiche ed extraperiferiche della città. Liberi di esprimersi e raccontare la propria realtà, gli artisti presenteranno opere che riflettono lo spazio urbano come mezzo di distribuzione del potere, testimoniando i cambiamenti interiori e quindi le trasformazioni esteriori, facendo particolare attenzione al ruolo che ha e ha avuto la politica, l’economia e la cultura sul suolo americano. Su questa difficile quanto avvincente scenografia, l’arte contemporanea diventa uno strumento di riflessione sull’invadenza dei media nelle città moderne e riesce a mostrare la sua delirante crescita negli ultimi cinquant’anni insieme alla sua apertura verso le arti visive e le sperimentazioni: processo questo, che inevitabilmente ha portato a rivalutare la tradizione.

Pittura, fotografia, scultura, video e installazioni convivono insieme durante tutto il percorso espositivo,  ma ogni artista newyorkese ha la possibilità di offrire nuovi modelli di soggettività, dall’astrazione alla tecnologia. Ci saranno infatti i padiglioni a specchio di Dan Graham che moltiplicano la figura umana combinando arte minimalista e architettura, ma anche i lavori di Rebecca H. Quaytman, artista che fonde diverse tecniche artistiche, creando contraddizioni, negazioni e duplicazioni. Tra gli altri non mancherà la serie fotografica dal titolo “Gray Area” di LaToya Ruby Frazier, nel tentativo di dare voce agli abitanti di Braddock (cittadina in declino da anni, distrutta e vandalizzata) e Michele Abeles con il suo “Flag, Flag, Flag”, libera variazione delle tre celebri tele sovrapposte di Jasper Johns.

L’ambizioso progetto di Empire State darà quindi l’opportunità a questi artisti di re-immaginare la vita urbana sullo sfondo di una New York capace di elaborare sempre nuove idee in un dialogo tra i protagonisti dell’arte contemporanea newyorkese e la tradizione, come testimoniano i lavori di quel mostro sacro che è Jeff Koons, con la sua serie di “Antiquity”, quadri che raffigurano statue dell’antichità greca, da Afrodite a Dioniso, accostate ad immagini e citazioni dello stesso artista. Un dialogo che dovrebbe rendere esplicita la sintonia tra gli scultori greci della mimesis e la promessa di perfezione delle figure di Koons. Riuscirà a mantenere la promessa?

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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