Emendamento spiagge, se qualcosa non funziona …

13/11/2013 di Luca Andrea Palmieri

Emendamento legge di stabilità, vendita spiagge

Spiagge d’autunno – Con novembre è arrivata la pioggia e il freddo un po’ ovunque, eppure proprio in questi giorni si parla di spiagge. A introdurre l’argomento non è la nostalgia, nel mentre di una giornata piovosa, per le giornate d’estate passate tra un’abbronzatura o un tuffo, ma una ben più pratica proposta del Pdl. Il deputato Sergio Pizzolante (seguito poi da Gasparri), infatti, ha presentato un emendamento alla legge di stabilità per sdemanializzare la parte più interna dei litorali, permettendone così la vendita a un prezzo calmierato: la parte che va dagli stabilimenti al mare rimarrebbe proprietà del demanio, che la darebbe attraverso concessione con diritto di prelazione per i titolari della parte venduta.

L’ampio fronte delle critiche – Inutile dire che la proposta è stata accolta da un cappello di critiche consistenti, sia dalla stessa maggioranza che dall’opposizione. Sel si è detta subito contraria, con Nichi Vendola che ha così twittato: “Abusivismo, cementificazione, condoni. Cosa altro vogliono fare alla nostra Italia? Non permetteremo in alcun modo un altro colossale scempio delle coste del nostro Paese, un ‘bene comune’ di tutti gli italiani”. Ancora vaga la posizione del Movimento 5 Stelle, che probabilmente aspetta alcune chiarificazioni anche se, sul blog e nei siti correlati, sono uscite prime reazioni contrarie. Nel Pd invece le posizioni, come al solito, sono contrastanti. Da un lato alcuni come il ministro Andrea Orlando o il presidente della Commissione Ambiente della Camera Ermete Realacci dicono di no senza dubbi. Dall’altro alcuni senatori hanno proposto una versione più “soft” della proposta del Pdl, ritirata, però, ieri sera.

Di cosa parliamo? – Cerchiamo di capire qualcosa in più della proposta. Le spiagge sono parte del demanio: in termini poveri sono proprietà che lo stato non può vendere. La proposta del Pdl prevede la sdemanializzazione (ergo il passaggio a “patrimonio”, vendibile) delle aree tra strada e zona ombrelloni, dove sono presenti solitamente stabilimenti, chioschi, punti di ristorazione etc.  La vendita di queste zone, che esclude la parte degli ombrelloni e il bagnasciuga, secondo il Pdl porterebbe guadagni per circa 5 miliardi di euro, da girare al finanziamento di varie parti della legge di stabilità. Si parla, in termini di cifre, di 30 mila concessioni sul demanio marittimo, a cui fanno riferimento 15 mila stabilimenti balneari per circa 600 comuni costieri.

La direttiva europea – A tutto ciò va aggiunto un problema europeo. Con la direttiva 2006/123/CE, la cosiddetta Direttiva Bolkestein, che riguarda i servizi pubblici (in cui sono storicamente incluse le concessioni marittime), impone che le concessioni demaniali siano messe a concorso ogni 4 anni con bando di gara europeo. Nel 2009 è stata così aperta una procedura di infrazione riguardante le nostre spiagge per i problemi del diritto preferenziale di insistenza (ovvero la corsia preferenziale nel rinnovo per chi è già titolare della concessione) e il rinnovo automatico alla scadenza sessennale. La presenza di questa direttiva pone una serie di problemi: il timore è che questo sistema, in particolare il diritto di prelazione per la parte di proprietà del demanio, possa portare ad ulteriori infrazioni.

Il punto di vista degli imprenditori – Il problema contrario poi, investirebbe proprio i titolari di stabilimenti, oggi i più interessati alla vendita: se infatti, approfittando dei prezzi calmierati, riuscissero ad acquistare l’area delle strutture, la Bolkestein sarebbe aggirata. Vincere le gare di assegnazione della parte ancora di proprietà del demanio, ogni quattro anni, risulterebbe facile quando già si possiede la parte retrostante. Ma la vendita, come logica vuole, dovrebbe passare per un’asta pubblica, come richiesto dal diritto europeo: un’eventualità temuta dai piccoli imprenditori, che rischierebbero di rimanere schiacciati da grandi e facoltosi investitori. E’ proprio questo il problema che ha portato a osteggiare tanto la direttiva europea, che aprirebbe il mercato delle concessioni a tutti.

Emendamento spiaggePiù in generale, il timore è che una vendita di parte dell’attuale demanio marittimo porterebbe alle solite pratiche: cementificazione selvaggia, anche al costo di uccidere caratteristiche uniche dei nostri litorali. Una soluzione al problema, in linea teorica, ci sarebbe: vendita vincolata a una serie di imposizioni molto stringenti dal punto di vista della tutela del paesaggio. Però questo è il paese degli abusi edilizi, e troppo spesso anche delle sanatorie. Senza contare problemi già ora noti, come quello dell’accesso al bagnasciuga, a volte negato al di là di una legislazione che ne prevede la totale pubblicità (sul punto ogni estate si accendono le polemiche).

Uno Stato incapace e bloccato – Il problema è sempre il solito: l’incapacità dello Stato, dalla politica alla magistratura passando per l’amministrazione, di far rispettare le leggi e di sapersi adeguare ai tempi. E’ una triste abitudine che costringe a bloccare qualsiasi iniziativa, indipendentemente dalle opportunità che presenta, per il semplice rischio che intaccare un equilibrio delicato possa far esplodere gli abusi. Il punto non è solo la vendita di parte delle spiagge. E’ innegabile l’importanza della pubblicità, ergo il libero accesso alla parte più vicina al mare, e sarebbe anche bene prevedere che vi sia un numero congruo di spiagge a tutti gli effetti pubbliche. Ma se si fosse in grado di far rispettare le norme, la vendita degli spazi retrostanti potrebbe avere la sua utilità. Non dimentichiamo però che anche il mantenimento di un sistema di concessioni potrebbe unire interessi generali e di finanza pubblica, se strutturato in maniera migliore. Lo Stato nel 2012 ha incassato 102 milioni di euro dalle spiagge, contro un fatturato del settore intorno ai 10 miliardi. Questo è possibile quando una spiaggia della riviera romagnola è equiparata, al ribasso, ad una dall’afflusso turistico molto minore.

L’utopia della risoluzione dei problemi – Allo stesso tempo poi, un sistema più liberalizzato che si adeguasse alla normativa europea avrebbe il vantaggio di aprire a imprese in grado di offrire servizi migliori: cosa di cui il nostra paese, a livello turistico, ha bisogno come il pane (e di cui gioveremmo, sempre che ci sia un’adeguata concorrenza, tutti noi). Il contraltare sta nel rischio deendamengli attuali imprenditori (per lo più gestioni familiari) di perdere il lavoro, ed è per questo che fanno, giustamente e lecitamente, pressioni contro questa prospettiva. Eppure lo Stato dovrebbe proprio servire a risolvere queste situazioni: quantomeno facendo si che tutto quel know-how venga conservato mediante la promozione di cooperative in grado di procedere all’acquisto dello spazio o della concessione, o con agevolazioni per il mantenimento degli imprenditori nel settore. Ma in un paese come il nostro, dove tutto è costretto, per malizia o per necessità, a un immobilismo permanente, un simile progresso istituzionale sembra utopia.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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