Elogio dell’ozio

07/11/2015 di Nicolò Di Girolamo

Tutti conoscono la storiella di quel turista che a Napoli vide dodici mendicanti sdraiati al sole (ciò accadeva prima che Mussolini andasse al potere) e disse che avrebbe dato una lira al più pigro di loro. Undici balzarono in piedi vantando la loro pigrizia a gran voce, e naturalmente il turista diede la lira al dodicesimo, giacchè era un uomo che sapeva il fatto suo. - Bertrand Russell, Elogio dell’ozio

Bertrand Russell

Questa rubrica si è scagliata in passato sulla scellerata consuetudine della scuola italiana di concentrarsi, per quanto riguarda lo sviluppo delle capacità di esprimersi in un testo scritto, sul perfezionamento e la praticata del cosiddetto ‘saggio breve’.

Questa forma letteraria si adegua bene all’esposizione di un assioma scientifico o alla spiegazione di un qualche fenomeno fisico, ma è estremamente limitante e ottusa in qualsiasi altro contesto. Inoltre essa spinge ad un uso errato di un utilissimo strumento quali sono le citazioni. Infatti in letteratura – come in qualunque ambito artistico -, dove tutto è vago e privo di confini, è assurdo pensare di poter riportare uno stralcio del pensiero di una qualche autorità artistica a sostegno di una propria tesi. In un terreno dove nulla si può dimostrare e il dubbio regna sovrano una citazione dovrebbe essere simile ad una sorta di cartello stradale, un’indicazione verso uno studio più approfondito e non un disperato e vano tentativo di auto legittimazione.

Con questo spirito oggi ci si appresta a citare il campione dello scetticismo moderno, che in una sua opera espone buona parte dei propositi di questa rubrica, in maniera molto più illuminante e profonda di quanto si sia riusciti a fare finora. L’opera in questione si intitola (non a caso) Elogio dell’ozio, ad opera di Bertrand Russell.

Vi sono pochi dubbi che egli sia una delle fortune più grandi che ci siano capitate in tutto il XX secolo. Nobile aristocratico inglese di nascita e pensatore per vocazione, Russell è stata una delle menti filosofiche più acute, illuminate e prolifiche dell’intero secolo. Pur nato nel 1872, in Inghilterra, in un’epoca di ristrette vedute e avendo abitato, nel corso della sua lunga esistenza – caratterizzata dall’essere contemporanea ai periodi più nefasti della recente storia umana – Russell si è sempre distinto per essere un libero pensatore, coraggioso e creativo in maniera quasi spregiudicata, tanto da essere allontanato dall’insegnamento a Cambridge, nel 1916, a causa delle sue idee pacifiste. Russell vantava una formazione culturale vastissima che spaziava dalla matematica alla letteratura ed era dotato di un acume e di un amore per la specie umana che lo portarono al centro di tutte le più importanti battaglie civili del novecento.  La sua influenza sulla cultura di questo secolo è stata inoltre accentuata dal fatto che ha dedicato buona parte della sua prolifica produzione letteraria a testi di divulgazione scientifica, cercando di raggiungere ogni fascia e ceto sociale.

In questo breve scritto, Russell mette in mostra le sue più straordinarie qualità, dando prova di un acume e di una brillantezza davvero stupefacenti, corredati da un esilarante e composto humour inglese.

‘Spero che, dopo aver letto queste pagine, l’YMCA si proponga di insegnare ai giovanotti a non fare nulla. Se ciò accadesse davvero, non sarei vissuto invano.’

Facezie a parte Russell riesce a dipingere in queste pagine uno spaccato della nostra società incredibilmente esaustivo e preciso e afferma, in tono molto più serio di quanto si potrebbe immaginare che il deficit di ozio sia una delle principali cause dei problemi dei nostri tempi. Il suo pensiero è originale e creativo e non si riferisce certo all’otium di Seneca, spiegandoci che l’ozio a cui si riferisce è puro e assolutamente libero e non deve essere necessariamente giustificato da alcuna ricerca filosofica.

Con incredibile lucidità lo scrittore ci mostra come la assurda retorica del lavoro, (tra l’altro uno dei capisaldi della retorica di qualunque dittatura) sia un cumulo di disumane falsità costruito per rinsaldare il potere di una classe dominante.

L’etica del lavoro è l’etica degli schiavi, e il mondo moderno non ha bisogno di schiavi.

Russell trova la propria posizione facendosi spazio tra l’idealismo dei nazional-socialisti e il materialismo Marxista rifiutando entrambi. Al contrario di Marx ad esempio, benedice l’avvento delle macchine nel processo industriale che, se solo fosse amministrato con maggiore raziocinio, permetterebbe a molti di lavorare poco e non (come avviene purtroppo anche oggi) a troppo pochi di lavorare moltissimo.

Ci fa inoltre notare che le più grandi menti dell’antichità appartenevano tutte a classi oziose (nobili, plutocrati e religiosi), il cui privilegio dell’ozio si fondava sulla fatica delle classi più povere, dal momento che non vi era altra possibilità di garantire questo privilegio: infatti se nel mondo antico ci fosse stata maggior giustizia sociale e la fatica fosse stata distribuita equanimemente la civiltà umana probabilmente non sarebbe progredita di un passo. Oggi però, grazie al nostro avanzato sviluppo tecnologico siamo in grado di permetterci ozio a sufficienza per tutti, senza per questo sacrificare il nostro benessere, la tesi di Russell è che siamo troppo ottusi per comprenderlo.

Onestamente, le sue parole sono molto convincenti. Se solo lavorassimo di meno, tornando a casa la sera non ci accontenteremmo di guardare veline zompettanti alla televisione, rese leggere dall’assenza del lobo frontale, saremmo meno rancorosi e stanchi, e per non annoiarci persi in un oceano di tempo libero, saremmo quasi costretti a dedicarci ad attività intellettualmente stimolanti che, senza dubbio, gioverebbero al nostro umore e di conseguenza appianerebbero i conflitti sociali.

Il farsi una cultura, come durante il Rinascimento, sarebbe una parte della joie de vivre, così come il bere e l’amoreggiare.

Questa almeno è la tesi di Bertrand Russell e, quantomeno, fornisce una prospettiva decisamente allettante. Chissà se un giorno proveremo (almeno proveremo) a crescere una società con questi principi in mente?

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Nicolò Di Girolamo

Nasce a Trieste nel 1993 e consegue la maturità classica alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. In seguito si iscrive al corso di lettere moderne all'università di Firenze. Lettore accanito fin dalla tenera età, divide le proprie passioni tra vela, cinema e, naturalmente, libri di vario genere.
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